Sacra corona di Puglia, unita grazie al silenzio generale

di Maria Grazia Mazzola e Marilù Mastrogiovanni

È un’organizzazione mafiosa potente e radicata, eppure a dare ascolto ai media locali (e non solo) il problema non pare esistere

Nessun si offenda – oltre che nessun dorma – per un articolo a quattro mani. L’idea è venuta grazie a Pippo Fava, assassinato 34 anni fa a Catania da Cosa Nostra. Invece di dircele tra noi le cose è meglio scriverle, ci ha suggerito: “A volte basta omettere una sola notizia e un impero finanziario si accresce di dieci miliardi; o un malefico personaggio che dovrebbe scomparire resta sull’onda; o uno scandalo che sta per scoppiare viene risucchiato al fondo” (da I Siciliani, 1983). Non staremo in silenzio, il potere delle mafie e la mentalità mafiosa la fanno da padrona in Puglia.

Se una persona condannata definitivamente per associazione mafiosa – era il 9 febbraio – ti aggredisce a pugni in pieno centro a Bari mentre stai facendo domande sul clan Caldarola, “telemafia” dice che in fondo te la sei cercata. Avevi un appuntamento con il clan per un’intervista? No! Nessuno poi scrive sui giornali che la “signora” in questione, Monica Laera, moglie del boss Lorenzo Caldarola, fosse anche lei mafiosa. Se poi la sua consuocera rincara la dose pedinandoti e minacciandoti anche davanti alle forze dell’ordine, nessuno scrive che si chiama Angela Ladisa, moglie di Pino Mercante, uno dei boss più potenti di Bari. A Casarano, per non infastidire i clan, la mentalità mafiosa spinge addirittura a escludere famiglie e bambini che praticano la legalità da eventi conviviali scolastici. Ed è mentalità mafiosa far finta di non vedere i giovanissimi reclutati in massa per spacciare nel quartiere Libertà a Bari, dove l’unica isola di legalità rimasta è l’oratorio del Redentore di don Francesco Preite.

A leggere i giornali pugliesi si direbbe che nel capoluogo è tutto apposto come canta Roy Paci: invece è emergenza. “Puglia, le mani della mafia su turismo e scommesse online: l’allarme nel rapporto Dia”, titolavano i giornali nel febbraio scorso, “le mani dei clan sulla città”. A Bari i due clan egemoni restano Strisciuglio e Capriati, a Foggia – sette omicidi impuniti – emergono le nuove leve, a Brindisi i boss governano dal carcere. Gli imprenditori pagano fino a 2.000 euro al mese le estorsioni, ma non denunciano. E ci sono medici del Policlinico che chiamano il boss per recuperare uno scooter rubato. La Puglia è la seconda regione in Italia per numero di comuni sciolti per mafia. Un indicatore che dovrebbe mettere in allarme ma non accade. Se c’è una società civile, batta un colpo. Il 21 marzo 2017 alla marcia regionale della Giornata della memoria e dell’impegno a Casarano (Lecce) organizzata da Libera hanno marciato solo gli studenti.

La monumentale operazione “Pandora” della Dda di Bari, 121 indagati e 104 arresti, documenta che la mafia pugliese è a pieno titolo nelle relazioni ufficiali con camorra, ’ndrangheta, camorra, Cosa Nostra. L’ha detto anche il Procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho.
La sacra corona unita – che tanti avevano già data per sconfitta – riscuote ampio consenso sociale: i boss fungono da agenzie di servizi e da ufficio di collocamento, erogano prestiti senza interessi, promuovono la conciliazione tra le parti, recuperano la refurtiva. E per mantenere il consenso (come si legge nelle carte dell’operazione “Labirinto” del Ros di Lecce) i clan promuovono eventi ricreativi: finanziamento di squadre di calcio, sponsorizzazioni di eventi sportivi e folkloristici.
Le lavatrici del business della cocaina – clan salentini e camorra a braccetto soprattutto per la gestione delle piazze di spaccio sui lidi più smart – sono società di enogastronomia, ristorazione, esercizi commerciali di ogni tipo. È il marketing mafioso, inventato dal boss Augustino Potenza.

Nel Salento molti esercizi commerciali che ospitano slot machine – regolarmente autorizzate dal ministero – hanno dovuto prima ricevere il via libera dei clan (come si legge nella relazione della Commissione parlamentare sul fenomeno delle mafie del 2018).
E poi, siti per la gestione dei rifiuti commissariati, tentativi continui di infiltrazioni negli appalti pubblici, piani-coste spesso mancanti, spiagge in mano ai figli dei boss in carcere o a loro prestanome, di fatto piazze di spaccio. Perché non restituirle ai cittadini? Perché non metterle all’asta, attrarre capitali puliti e produrre lavoro trasparente?
Nel Salento, per anni terminale europeo del traffico di rifiuti tossici, con la complicità di imprenditori e gestori, oppure sepolti sotto importanti arterie stradali, si muore per tumori alla vescica, ai polmoni, alle mammelle più che nel resto d’Italia, come certificato dalla classifica ecomafie di Legambiente. La mafia nel Salento è stata funzionale a risolvere ogni problema ambientale, economico, sociale copiando esattamente la ’ndrangheta.

Oggi, ampi strati della popolazione non hanno percezione del fenomeno, perché la mentalità mafiosa è il collante dei rapporti sociali. Ma a leggere i giornali, le notizie rimangono a margine, mancano vere inchieste e approfondimenti.
Quando nell’ottobre del 2016 il boss della Sacra corona Augustino Potenza a Casarano fu crivellato a colpi di kalashnikov, i giornali scrissero che si trattava di “un imprenditore”, un “broker finanziario che stava cercando di rifarsi una vita”. In realtà, era un imputato di mafia – ma allora il principale quotidiano locale non lo scrisse – già scarcerato per decorrenza dei termini e aveva subito diverse confische di beni assegnati al Comune di Casarano, che però – ancora oggi – si guarda bene dal fare un bando pubblico per la gestione degli stessi. E vogliamo denunciare un altro pesante silenzio: nessuno sta dando notizia del processo in corso su Ivan Caldarola, 19 anni, rampollo emergente del clan Caldarola di Bari, rinviato a giudizio per lo stupro di una bambina di dodici anni – lui al tempo ne aveva 17 -. Dov’è la società civile a sostegno di una vittima minorenne e della sua famiglia? Perché questo silenzio sulle mafie e sul clan Caldarola? Sulla madre di Ivan, quella Monica Laera, mafiosa condannata in Cassazione nel 2004 e sotto indagine alla Dda di Bari per l’aggressione e le minacce a Maria Grazia Mazzola del 9 febbraio? Monica Laera indossava un’imbottitura sospetta ripresa e documentata dalle microtelecamere di Speciale Tg1 – Ragazzi dentro in onda il 27 maggio scorso: i giornali lo hanno ignorato. È vero anche che gli organi d’informazione spesso nelle periferie hanno armi spuntate: il precariato e le redazioni sotto organico rendono tutto più complesso.

Ma serve un cambio di rotta: il silenzio rende ancora più potenti i clan. Servono inchieste in prima serata, approfondimenti sui quotidiani e online, bisogna spingere i cittadini a denunciare. Come la mafia uccide la dignità di chi si piega per fame, così il precariato dei giornalisti uccide la dignità dei colleghi. E guai a isolare i tanti aggrediti e minacciati per il loro lavoro. Marilù Mastrogiovanni, che già vive sotto protezione, nella notte tra il 6 e il 7 luglio ha ricevuto all’indirizzo mail della redazione de il Tacco d’Italia 3950 email (tremilanovecentocinquanta), dove per la prima volta in tanti anni di minacce si scrive la parola “morte”. I mittenti sono diversi e fittizi. Il messaggio più ricorrente è: “La morte sta arrivando”.

Tratto daIl Fatto Quotidiano del 13 luglio 2018

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Info sull'autore

Marilù Mastrogiovanni

Faccio la giornalista d'inchiesta investigativa e spero di non smettere mai. O di smettere in tempo http://www.marilumastrogiovanni.it/chi-sono-2/

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