La “montagna di merda” è entrata in Chiesa

Bari, la “madrina” Laera, la Ferrari e i fuochi d’artificio: lo show mafioso in Chiesa, per rafforzare il potere del clan Caldarola-Mercadante-Laera. La complicità del vice-parroco

di Marilù Mastrogiovanni

Maggio, mese di prime comunioni in tutta Italia. Occasioni ghiotte per la mafia per ostentare davanti alla comunità il proprio potere. Rafforzando la propria immagine di anti-Stato, di forza militarmente organizzata capace di controllare il territorio.

E così il figlio del boss viene accompagnato in Ferrari per la prima Comunione.

Siamo a Bari, nel quartiere Libertà. Dove, per festeggiare, il 28 aprile, dopo la messa, fuochi d’artificio a volontà.

Il Fatto quotidiano denuncia un altro particolare non da poco: la “madrina” della prima comunione di quel bimbo di nove anni, vittima inconsapevole, è stata Monica Laera, boss del clan Strisciuglio-Laera-Mercadante, già condannata in via definitiva per mafia. Laera, è anche la madre di Ivan e Francesco, il primo, a processo per lo stupro di una bambina di 12 anni, il secondo, condannato in via definitiva per omicidio.

Monica Laera è la stessa che ha aggredito con un pugno in pieno viso l’inviata del Tg1 Maria Grazia Mazzola, che ha avuto la “colpa” di chiederle se fosse a conoscenza dell’imputazione del figlio per violenza sessuale su una bimba.

Che la religione sia strumentale alla mafia per perpetuare e consolidare il consenso sociale e per rafforzare i legami tra gli affiliati, è più che noto.

Che la Chiesa, papa Giovanni Paolo II prima e papa Francesco poi abbiano condannato chi si macchia di reati mafiosi, chiedendo ai preti di non celebrare i loro riti e dichiarando che i mafiosi sono scomunicati, è un “dettaglio” che si tende a dimenticare.

Così don Roberto Tifi, della chiesa del Redentore, dove si è svolta la cerimonia, ha ratificato la “dichiarazione di idoneità” di Monica Laera, che si è impegnata ad essere “di esempio e di guida” per il bambino. L’idoneità deriva dal fatto di “appartenere alla Chiesa Cattolica, e accettare verità di fede in essa insegnate; non essere convivente, né divorziata risposata né sposata solo civilmente”.

La celebrazione della prima comunione è diventata quindi l’occasione per esibire il proprio potere mafioso davanti alla città.

Così come esibizione del potere mafioso era stato quel cazzotto a Mazzola, seguito dalla minaccia di morte: “Ehi non venire più qua che ti uccido”.

Per l’aggressione a Mazzola la pm Lidia Giorgio della Dda di Bari ha contestato alla moglie del boss vari reati: minacce, lesioni aggravate, associazione mafiosa. Per Angela Ladisa, consuocera di Monica Laera, la pm ha incardinato altri reati, perché ha aggredito verbalmente, offendendone l’onore e il prestigio, i poliziotti intervenuti sul luogo dell’aggressione e chiamati dalla giornalista.

Laera, dopo l’accaduto, ha chiesto e ottenuto il diritto di replica e rettifica, riuscendo nell’intento di essere intervistata dal servizio pubblico, dal Tgr Puglia.

Una pratica che offende il bene comune dell’informazione: siamo di fronte al servizio pubblico usato come megafono della mafia.

Siamo di fronte alla Chiesa usata come strumento di consolidamento del potere mafioso: questo è inaccettabile, sempre, ma ancora più per una parrocchia che così facendo tradisce il suo stesso quartiere, che invece s’impegna a darsi un futuro diverso.

La Chiesa che volta le spalle ai cittadini che vogliono contrastare la mafia nel quartiere Libertà: questo si che merita una scomunica, perché chi è complice è ugualmente mafioso.

Per il 16 maggio prossimo è fissata l’udienza preliminare dinanzi al gip del Tribunale di Bitonto per l’aggressione a Maria Grazia Mazzola.

E’ vitale che si attivi la società civile, per rispondere ai messaggi violenti della mafia, per dire che lo Stato siamo noi, che nessun altro se non noi può governare le nostre vite e influire sulle nostre scelte.

Per dire che “ripudiamo la mafia”, che non lasceremo che i clan seminino paura e terrore per le strade, prendendosi i nostri figli e le nostre città.

Parleremo anche di questo il 23 maggio prossimo proprio presso la chiesa del Redentore, con don Francesco Preite che è in prima linea per arginare il consenso mafioso, dando alle ragazze e ai ragazzi del Libertà un’occasione di riscatto.

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Info sull'autore

Marilù Mastrogiovanni

Faccio la giornalista d'inchiesta investigativa e spero di non smettere mai. O di smettere in tempo http://www.marilumastrogiovanni.it/chi-sono-2/

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