Amianto, il canto di protesta degli studenti

/ DOSSIER AMIANTO / Taranto, dall’ex Ilva all’Arsenale Militare, alle “case bianche” del quartiere Paolo VI: a quasi trent’anni dalla sua abolizione, l’asbesto continua a causare morti. Quando la bonifica completa?

Di Rosaria Scialpi

Sommario

FIOCCO DI LANA

COS’E’ CAMBIATO IN UN TRENTENNIO?

SALUTE O LAVORO: TARANTO OLTRE L’EX ILVA

IL NEMICO IN CASA

// Fiocco di lana

“Usciamo dalle aule, viviamo il presente, chi lotta e si interessa migliora l’ambiente: a prendere posizione sono gli studenti dell’Istituto Comprensivo Filippo Santagata di Gricignano (Caserta), che con “Fiocco di lana” hanno vinto il concorso nazionale #TUTTIUNITICONTROLAMIANTO, promosso in occasione della Giornata Mondiale per la Salute e la Sicurezza sul Lavoro da Associazione Italiana Esposti Amianto (AIEA), Medicina Democratica e Sportello Nazionale Amianto, con il patrocinio del Coordinamento Nazionale Amianto (CNA) e la collaborazione di Luca Mascini, “Militant A”, del gruppo rap Assalti Frontali. Il video del brano è stato pubblicato su YouTube il 28 aprile: una data simbolo, nella quale coincidono la Giornata Internazionale Vittime Amianto e quella per la Sicurezza sul Lavoro.

Voci candide, ad un ritmo cadenzato, esprimono un messaggio che è denuncia e speranza insieme.

I ragazzi di Gricignano con il rapper Luca Mascini

La speranza di poter essere un giorno degli uomini e delle donne che potranno dire ai loro genitori e ai cari scomparsi: “Ce l’abbiamo fatta, l’amianto è stato sconfitto, non dovremo più temerne gli effetti!”, e degli adulti che potranno vivere serenamente e guardare al proprio futuro senza incertezze, senza la costante paura di ammalarsi a causa della presenza di un materiale dichiarato cancerogeno e illegale da quasi trent’anni, ma che continua a provocare migliaia di morti ogni anno.

La denuncia del malcostume italiano, della tendenza a nascondere la testa sotto la sabbia come gli struzzi dinnanzi a un problema di grandissima entità, di stabilire l’inadeguatezza di impianti e di edifici in cui sia stato impiegato l’amianto e di non intervenire con prontezza nella bonifica, l’incessante lista di nomi di persone ammalatesi a causa del contatto con l’amianto, e spesso lasciate da sole dalle istituzioni.

“Se in giro c’è l’amianto/assicurato il pianto”, cantano ancora i ragazzi: un pianto che percorre tutta la penisola italiana, davanti ad una carneficina che va avanti da decenni e che non termina, nonostante le disposizioni normative in merito.

// Cos’è cambiato in un trentennio?

1992: l’Italia mette al bando tutti i prodotti contenenti amianto, vietandone l’estrazione, l’importazione, la commercializzazione e la produzione, ed impegnandosi ad intraprendere un programma di dismissione, entro il termine ultimo del 28 aprile 1994 (legge 257/1992). Termine mai rispettato.

Nel 2004 viene emanato il regolamento relativo alla determinazione e disciplina delle attività di recupero dei prodotti e beni di amianto e contenenti amianto ed imposto l’obbligo di iscrizione all’Albo nazionale dei gestori dei rifiuti: un lungo iter legislativo che non ha di certo velocizzato il processo di rimozione e smaltimento dell’amianto, noto anche come asbesto, determinandone oggi un accumulo di circa 32 milioni di tonnellate.

Una quantità abnorme, dovuta all’utilizzo che negli anni passati veniva fatto dell’amianto. Materiale resistente ed ignifugo, veniva utilizzato all’interno delle fabbriche per la realizzazione di materiale edilizio, di rivestimenti dei tetti e dei balconi, di forni di panificazione, di tute da lavoro, di corde come quelle delle tapparelle e per la coibentazione, soprattutto nelle navi.

Insomma, a lungo l’amianto ha investito ogni aspetto della vita quotidiana, diventando onnipresente nella vita dei cittadini non al corrente del pericolo a cui erano soggetti.

Un killer silenzioso, la cui responsabilità è stata accertata troppo tardi e che non ha lasciato scampo, soprattutto nella provincia di Taranto.

In questa città, ad oggi, si contano 503 casi di mesotelioma da contatto con l’amianto, in aumento rispetto al 2018, quando il Registro Mesotelioma Puglia ne registrava 472.

36 malati in più, in meno di un anno, in una sola città: 36 persone in più a cui viene impedito di vivere una vita normale.

Nonostante la normativa vigente e i dati sanitari allarmanti, l’amianto è ancora presente nei luoghi di lavoro, come dimostra ulteriormente il crollo di un pannello contenente amianto all’interno dell’ex Ilva, il 3 aprile scorso. Questo pannello, che a rigor di legge avrebbe dovuto già essere stato rimosso, pare non essere l’unica presenza di amianto nello stabilimento in cui, già nel 2012, i sindacati denunciavano la dispersione di fibre di questo materiale.

// Salute o lavoro: Taranto oltre l’ex Ilva

Eppure, dietro le malattie amianto-correlate non si cela solo il siderurgico. L’asbesto, impiegato in modo massivo anche sulle navi militari, miete vittime anche fra chi su quelle navi aveva trovato, neanche a dirlo, il proprio lavoro: gli operai dell’Arsenale Militare Marittimo tarantino e gli stessi marinai.

Sorto 130 anni fa nella culla del Mar Jonio, l’Arsenale ha rappresentato una grande risorsa per la Marina Militare e per lo Stato. Ciononostante, agli “arsenalotti”, come vengono chiamati in città gli operai, continuano ad essere diagnosticate patologie amianto-correlate.

Subito dopo la sua costruzione e sino agli anni Novanta, lavorare in Arsenale veniva considerato sinonimo di sicurezza. Si trattava infatti di un posto di lavoro statale, da sempre percepito come garanzia di stabilità lavorativa e di tutela dei diritti. Qualunque cosa accadesse in quel luogo era voluta dalla grande macchina organizzativa dello Stato ed era ben lontana dalla mente degli operai l’idea che quest’ultimo potesse esporre i suoi cittadini a un alto rischio di salute.

Questa percezione è iniziata a cambiare quando si è insinuato il dubbio che l’amianto presente nella struttura e nei bacini delle navi da riparare potesse essere la causa dei sempre più frequenti casi di malattia e di decesso.

L’arsenale iniziò ad essere guardato con circospezione e l’attività sindacale s’intensificò.

D’altronde, gli operai salivano a bordo delle navi in cui era ancora presente l’amianto, ne smontavano pezzi per poi rimontarli una volta aggiustati, ripulivano le valvole delle pompe, intasate di polvere di amianto e, la maggior parte delle volte, tutto questo veniva fatto senza indossare alcuna mascherina.

Come se non bastasse l’esposizione in orario di lavoro, negli anni Ottanta la mensa dell’Arsenale venne chiusa e gli operai iniziarono a pranzare in officina, a stretto contatto con sostanze volatili e nocive. Stessa sorte subì la lavanderia: gli arsenalotti erano così costretti a tornare a casa con le proprie tute da lavoro, sporche e colme di fibre di amianto, sottoponendo a un grave rischio la famiglia, senza averne consapevolezza.

Ma al danno si è aggiunta anche la beffa.

Se infatti lo Stato aveva predisposto un beneficio economico previdenziale da versare a coloro che erano stati a contatto con l’amianto, rimanendo però vago nello stabilire le modalità di attribuzione di tale beneficio, la Corte Costituzionale ha stabilito (sentenza 434 del novembre 2002) che il beneficio ha funzione di ammortizzatore sociale e di agevolatore all’ottenimento della pensione.

A questi provvedimenti è seguita un’ulteriore disposizione del 2003, che prevede che il beneficio non sia utile al conseguimento della pensione, ma solo ad ottenere un incremento dell’importo di quest’ultima. Incremento che non coinvolge i pensionati ante 1992, maggiormente esposti all’amianto, dal momento che la legge che imponeva l’inutilizzo e lo smaltimento di questa sostanza è andata in vigore proprio nel 1992.

Due pesi e due misure, adottati senza clemenza e senza attenzione. Una situazione che ha, di fatto, creato una netta separazione fra due generazioni diverse di operai.

Ma le fibre di amianto sprigionatesi sulle navi, come accennato in precedenza, hanno colpito anche i marinai che su quelle navi hanno vissuto e lavorato per anni.

Nel 2018 risultavano ancora contaminate 437 unità della Marina militare, così ripartite: 328 navi, 29 rimorchiatori e 26 sommergibili.

Servitori della patria che si ammalano giorno dopo giorno, semplicemente conducendo la normale vita di bordo, fra una ronda notturna, un pranzo fra colleghi e un’esercitazione, con la compagnia costante dell’amianto, quel killer silenzioso che aleggia alle loro spalle, pronto a colpire improvvisamente, anche a distanza di diversi anni dalla prima esposizione. Uomini come i marinai scampati ai pericoli del mare, generoso ma talvolta spietato, e a quelli delle missioni in giro per il mondo, che però soccombono a causa di un nemico, l’amianto, di cui nemmeno loro conoscono la presenza.

A Taranto i primi interventi di bonifica dall’amianto della nave Vittorio Veneto, nel 1990, portarono alla rimozione di 60 tonnellate di asbesto: una bomba ecologica che nel 2016 era ancora ormeggiata alla banchina di Mar Piccolo, con il rischio concreto, quindi, di inquinare anche le acque, fonte di sostentamento per molti tarantini.

// Il nemico in casa

Una mattanza silenziosa, quella operata dall’asbesto, che non lascia scampo nemmeno nel cantuccio della propria abitazione.

Costruite fra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, le case popolari del quartiere-dormitorio Paolo VI di Taranto hanno rappresentato per le famiglie numerose e in stato di indigenza la concretizzazione della speranza di poter finalmente vivere in una casa degna di essere chiamata in questo modo, senza la preoccupazione dello sfratto a causa delle rate dell’affitto troppo alte e non pagate.

Un sogno che improvvisamente ha assunto tinte oscure, quando si è scoperto che addirittura nei pannelli posti sulle facciate dei palazzi e dei villini all’entrata del quartiere era presente l’amianto. Quegli stessi pannelli che conferivano la tradizionale tinta bianca alle abitazioni, tanto da meritarsi l’appellativo di “case bianche”, si scontravano con il nero del futuro di coloro che erano venuti a conoscenza di questa tragica realtà. L’Istituto Autonomo Case Popolari (IACP) aveva consegnato nelle mani delle famiglie le chiavi di case che si rivelavano essere potenziali tombe.

I cittadini riunitisi e sostenuti da Contramianto hanno ottenuto nel 2018 la bonifica delle case bianche, proprio da parte di IACP. Nonostante questo, i dubbi e la rabbia restano: chi garantisce a coloro che per anni vi hanno vissuto l’immunità da malattie da contatto con l’amianto, come asbestosi o mesotelioma?

Lo stesso vale per gli altri luoghi pubblici, come uffici comunali e scuole. Risale a non molti anni fa la denuncia da parte degli studenti del Liceo Statale Archita della presenza di eternit all’interno dell’ex Palazzo degli uffici, all’epoca sede ospitante del primo biennio del liceo classico e dell’intero corso del liceo musicale. Ragazzi poco più che quattordicenni, che invadono aule con i propri sogni e le proprie speranze, costretti a vivere per cinque ore a contatto con fonti mortifere: una contraddizione agghiacciante.

Ma i ragazzi, come dimostrano gli studenti campani che hanno inciso “Fiocco di lana”, non si arrendono: continuano a lottare per una bonifica totale.

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.

Info sull'autore

Articoli correlati

NON seguire questo link o sarai bannato dal sito!