Taranto, per sconfiggere il mostro la speranza è nel passato

/ DOSSIER: Morire di lavoro a Taranto / Voci dal convegno “Salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e vita”, 3^ ed ultima parte. Il parere di chi ha già combattuto battaglie per l’ambiente e la salute: “Occorre portare le questioni dalle piazze al magistrato”, osserva la legale di Medicina Democratica Laura Mara

Di Rosaria Scialpi

Non ci sono solo i tarantini al convegno “Salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e vita”: quella contro gli impianti inquinanti, contro chi avvelena la salute umana e l’ambiente, è una crociata del nostro Paese, da nord a sud. “Le lotte di Taranto sono le lotte di tutta l’Italia”, tuona Enzo Ferrara, e non è il solo a dirlo: nonostante un quadro normativo farraginoso, ci sono gli spiragli per un domani migliore.

Sullo status legislativo si esprime Stefano Palmisano, avvocato. Un intervento di lucida consapevolezza, che fornisce la spiegazione dell’attuale situazione normativa in ambito di diritto della salute e del lavoro in Italia e in Europa, partendo dalla Corte Internazionale dei Diritti dell’Uomo.

“La Corte Europea ha radicato, da anni, esperienza nella difesa del diritto della salute e del lavoratore, e indirettamente nei confronti dell’ambiente, in difesa del quale, ad oggi, non esiste ancora una norma specifica. Non esiste un diritto all’ambiente salubre, non esiste proprio il concetto di ambiente. Ciononostante, come spesso accade quando in una società c’è bisogno di tutela, c’è un diritto nuovo che si consolida e c’è un vuoto normativo attorno a quel diritto, la giurisprudenza interpellata lavora sulle norme che ci sono, le amplia, le estende per coprire le esigenze di quel diritto nuovo.

Nella Costituzione europea ci sono il diritto alla vita, alla salute e alla vita privata. Proprio questo diritto in particolare è utilizzato per le problematiche in ambito ambientale, come nel processo Lopez Ostra contro Spagna del 1994.

La tutela dell’ambiente passa, in questo caso, per l’articolo 8: se l’impianto industriale, non adottando gli accorgimenti necessari, pregiudica la vita dell’individuo e il suo benessere, l’impianto stesso va punito.

[…] Ancora, un caso particolare è quello dell’Austria, citata in giudizio da un pescatore che, avendo notato un danneggiamento dell’ecosistema acquatico e una moria di pesci, si è sentito leso nel suo diritto alla pesca. Dunque, ha prima allertato le autorità nazionali contro l’impianto inquinante che danneggiava il suo diritto, ma le autorità nazionali gli hanno tutte risposto picche perché quell’impianto era autorizzato.

La questione è arrivata davanti alla Corte Europea, che ha verificato la conformità delle autorizzazioni fornite dall’Austria a quell’impianto. La conclusione della Corte di giustizia è mirabile: se un’attività industriale è inquinante e provoca un danno all’ambiente, quel danno è categorizzabile come danno ambientale, anche se l’impianto è autorizzato dall’autorità nazionale. Vuol dire quindi che come tutti i danni, quel danno deve essere risarcito”.

Palmisano traccia infine un quadro della situazione normativa italiana: “Si era scatenata una tempesta su un avverbio in una norma fondamentale sull’inquinamento ambientale (la 68 del 2015). Si era pensato che, secondo quella norma, ci fosse piena libertà di inquinare, se l’ente inquinante risultava regolarmente autorizzato. L’autorizzazione, secondo questa bizzarra teoria, avrebbe cancellato a monte il reato. La Corte di Cassazione ha stabilito, però, che la condotta abusiva in inquinamento ambientale è perseguibile anche nel caso di enti autorizzati”.

Un altro intervento nell’ambito della giurisprudenza viene condotto da Iolanda De Francesco, avvocata che spiega perché gli operai Ilva siano ricorsi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

L’avvocata parla con una voce molto leggera, che diventa più flebile quando fa riferimento ai suoi assistiti scomparsi nel corso delle battaglie da lei condotte in tribunale. Evidentemente scossa da quanto ha scoperto e da quello che ha potuto osservare da quando ha preso nelle sue mani il caso, i suoi occhi vagano altrove, quasi a cercare un appiglio e un po’ di forza, nell’esprimere il rammarico di aver visto quegli uomini andare incontro alla morte per il pane, un’ingiustizia che lei non tollera ma che, alla luce di quanto emerso durante il convegno, sembra essere all’ordine del giorno in moltissime zone d’Italia.

“Quando quegli uomini si sono rivolti a me, io ho chiesto per prima cosa se fossero a conoscenza del pericolo che correvano entrando in fabbrica. Mi hanno risposto di no, che avrebbero trovato un altro lavoro se lo avessero saputo

Questo per legge non è ammissibile, io mi sono battuta strenuamente perché il datore di lavoro è tenuto ad avvisare i suoi operai dei rischi in cui possono incorrere. Nel lungo percorso verso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, molti uomini sono scomparsi – dice con voce tremante, e volge lo sguardo in giro per la sala, triste – e non abbiamo potuto fare niente per evitarlo. Molto spesso si gioca sulla pelle degli operai, dimenticandosi misteriosamente di rendere loro coscienti dei reali pericoli a cui sono esposti. La riconversione è possibile, come è accaduto in Austria, questa tutelerebbe salute e posti di lavoro in pochi mesi”.

Mancanza di coscienza e di conoscenza, che portano alla morte. Un’ingiustizia e un atto di disumanità intollerabili.

Proprio a una presa di coscienza da parte del cittadino mira l’esposizione di Annibale Biggeri, docente dell’Università di Firenze.

L’intervento, nello specifico, illustra quanto facile sia corrompere il processo di acquisizione di conoscenze scientifiche da parte dei professionisti, poco ligi all’etica lavorativa.

Posto che va riconosciuta causalità scientifica di una malattia lavorativa e la sua insorgenza in un determinato posto, vi illustrerò ora brevemente la corruzione del processo di acquisizione di conoscenze scientifiche, che determina una serie di falsi che non danno una descrizione veritiera delle situazioni simili a questa.

Ad esempio, prendiamo in esame una monografia di ricerca sul cancro e il benzene, che illustrava il rischio di leucemia infantile in correlazione al traffico.

Tale monografia fu portata come evidenza in tribunale. Ma, il dato interessante è che la ricerca alla base del testo era finanziata da un’industria nucleare francese che, agendo così, allontanava da sé lo sguardo preoccupato della gente.

Stessa cosa potrebbe fare una fabbrica di zucchero, evidenziando i rischi che si corrono assumendo una determinata sostanza e allontanando l’attenzione dagli effetti negativi dello zucchero. Purtroppo, anche in un mondo estremamente tecnologico come il nostro, esiste una disparità di distribuzione delle risorse scientifiche”.

Ma cosa accadrebbe a Taranto se davvero ci fosse una compatta partecipazione della società tutta? Cosa accadrebbe se si lavorasse nel senso giusto dinanzi ai magistrati?

A spiegarlo è Laura Mara, legale di Medicina Democratica.

Donna solare ed energica, Mara parla di separazione e di falsità che minano la buona riuscita di un processo e incalza affinché a Taranto si trovi l’unità dimostrata da città come Savona: “Occorre portare le questioni dalle piazze al magistrato, come nel caso di Tirreno Power, una storia di lotte e denunce che hanno portato al sequestro dell’impianto inquinante e infine alla chiusura, decretando la diminuzione immediata di inquinamento e malattie”.

“Nonostante il processo contro Tirreno Power sia ancora in corso presso il Tribunale di Savona – afferma Marra –, l’azione compatta della città e delle associazioni ha giocato un ruolo importante, che ha portato alla chiusura dell’impianto ancor prima della sentenza. Molto spesso i magistrati credono alle “bugie scientifiche”, ai falsi prodotti consapevolmente e che diventano verità, e a cui il giudice deve attenersi. Noi tendiamo a combattere questi falsi, cercando di far emergere la verità e restituire così alla città un ambiente sano”.

L’Ilva non è il solo stabilimento, in Italia, ad inquinare e a contaminare territorio e corpo umano: lo testimonia il caso delle Fonderie Pisano, la cosiddetta “Piccola Ilva” di Salerno, riportato da Lorenzo Forte: “Si tratta di un’azienda sotto sequestro che è comunque riuscita a riaprire, nonostante non fosse in possesso dei permessi, ottenuti poi misteriosamente durante il sequestro”.

E ancora, il caso della Fibronit di Sesto San Giovanni, raccontato da Michele Michelino: “Lavoravamo a contatto con materiali come il dromo, cancerogeni. La FIOM sapeva tutto, i loro monitoraggi facevano emergere i dati senza che gli operai venissero informati. I miei compagni morivano. Abbiamo quindi richiesto il libretto sanitario e che le visite non fossero effettuate nell’infermeria della fabbrica. Ce l’abbiamo fatta”, afferma Michelino.

“Abbiamo sfidato l’omertà di Sesto San Giovanni tutta – continua –, ci siamo inimicati i sindacati che non ci proteggevano e difendevano i padroni. Gli operai si mettevano contro gli operai, per paura di perdere il posto. La protezione della salute avrebbe potuto portare alla chiusura della fabbrica e i sindacati non lo volevano. Minimizzavano, loro, e noi provavamo diffidenza verso i loro rapporti. La fortuna si è avuta quando c’è stata unità di operai e popolazione. Le persone erano infastidite dal rimbombo notturno nella fabbrica, figuriamoci noi operai. Abbiamo così ricevuto compatti la riduzione dell’orario di lavoro. L’INAIL non riconosce le malattie professionali, ma ci impegneremo anche su questo fronte”.

E ancora il caso di Manfredonia, riportato da Giulia Malavasi (Associazione Bianca Lancia di Manfredonia): “Manfredonia, come Taranto, è stata sotto il giogo del ricatto occupazionale. Assenza di dati per i lavoratori, inconsapevolezza e mancata promozione della conoscenza hanno fatto in modo che l’angosciosa situazione di Manfredonia si protraesse per anni.

I risultati epidemiologici mostrano alcune criticità nello stato di salute facilmente correlabili con l’inquinamento ambientale subìto nell’area di Manfredonia. Le implicazioni sono chiare: occorre una valutazione sulla permanenza degli inquinanti e un impegno attivo di monitoraggio e verifica delle opere di bonifica, non solo sugli operai ma su tutta la popolazione.

Fondamentale in questi casi risulta la coesione e la partecipazione dei cittadini. A Manfredonia, infatti, agli inizi, il ricatto occupazionale, la debolezza dei lavoratori e della popolazione non avevano portato a una maturazione di una conoscenza del problema dell’arsenico”.

Coesione, unità, compattezza, collaborazione. In qualunque modo la si chiami, questo è ciò che ancora, nonostante tutto, manca a Taranto.

3/CONTINUA

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