QUANDO LA RICCHEZZA NON FA LA FELICITA' …

Oltre il PIL alla ricerca del benessere perduto – Parte 2

“Non mi fido molto delle statistiche, perché un uomo con la testa nel forno acceso e i piedi nel congelatore statisticamente ha una temperatura media.” Charles Bukowski

Né il benessere né tantomeno la felicità possono essere misurati dal PIL. Se su questo dato c’è ormai una condivisione diffusa, non lo è altrettanto per il modello basato sulla crescita economica che rappresenta l’asse portante delle politiche di quasi tutti i governi. Eppure, in un contesto di risorse limitate, poter immaginare una crescita all’infinito sembra quanto meno ingenuo se non paradossale, tanto più che la crescita economica si accompagna di fatto ad esternalità negative che peggiorano la qualità della vita delle persone. Come riposizionarci pertanto su obiettivi fattibili che antepongano la qualità della vita alla crescita economica tout court? Se per i teorici della “decrescita felice” si tratta di rimodulare lo stile di vita verso modelli più austeri improntati alla sostenibilità, per i cosiddetti “economisti della felicità” la questione è individuare nuovi indicatori, alternativi alla ricchezza, in grado di incidere sul benessere: salute, integrazione sociale, qualità delle relazioni. E mentre le scuole di pensiero si moltiplicano e si confrontano su modelli, indicatori e scale di misura, la crisi economica fa vacillare sempre di più la stabilità politica di vecchie e nuove democrazie. La crisi degli ultimi anni ha ancor più accentuato le differenze, le contrapposizioni e i diversi ritmi di crescita non solo tra l'Occidente e le potenze Asiatiche ma anche con i Paesi emergenti. Ha inoltre portato instabilità ed esasperazione non solo nelle popolazioni dei Paesi colpiti dalla recessione, ma anche in molti Paesi in crescita. Dopo un decennio di crescita economica ad un tasso del 4-6% l'anno, i Paesi del Maghreb hanno subito il contraccolpo della recessione in Europa. Un fattore questo che ha determinato un brusco calo della domanda esterna e dei flussi finanziari internazionali. Le recenti rivolte in Algeria causate dall’enorme rialzo dei prezzi dei beni alimentari primari e la ben più drammatica vicenda Tunisina finita in un bagno di sangue e nella fuga del presidente Ben Ali, sono due facce di un’unica medaglia: la crisi di un modello di sviluppo in cui la crescita non solo non si è tradotta in benessere sociale ma si è accompagnata anche ad una progressiva perdita di pluralismo politico. Ma la rabbia e l’insoddisfazione tocca anche Paesi come la Corea del Sud, dove negli ultimi 30 anni, nonostante il Pil sia aumentato di sette volte in termini reali, è cresciuto il disagio sociale, il tasso di natalità è ai livelli più bassi del mondo e la percentuale di suicidi è una delle più elevate. Una performance economica e la media statistica che la sottende possono dunque trasformarsi in paradossi, se letti in maniera acritica. Come “il pollo” di Trilussa o “l’umano medio con una mammella e un testicolo” di Des McHale, il PIL rappresenta ormai una cartina al tornasole dell’incapacità di racchiudere la realtà in un dato. Alla politica servono dunque nuovi strumenti per sondare, al di là delle medie statistiche, cosa accade nella vita delle persone e qual'è la loro percezione del futuro. Fermarsi ai numeri, ignorando gli umori, i sentimenti diffusi e i segnali deboli che provengono dalla società civile rappresenta, specie in questi tempi di crescita rallentata, una miopia troppo rischiosa anche per la più salda delle Democrazie.

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