Ogni colpo di tosse un allarme: l’angoscia dei tarantini

/ DOSSIER: Morire di lavoro a Taranto / Voci dal convegno “Salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e vita”, 2^ parte. I racconti di chi le conseguenze dell’ex Ilva le paga tutti i giorni e si batte anche per “chi finge di non sapere”

Di Rosaria Scialpi

Cosimo Semeraro, presidente del Comitato 12 giugno, morti sul lavoro, è un ex operaio Ilva, ammalatosi a causa dell’amianto presente nella struttura. I baffi bianchi e un aspetto rasserenante, nonostante i suoi occhi tristi, Semeraro è l’emblema dei tanti operai sospesi tra lavoro e salute. Anche lui vuole portare una testimonianza importante all’interno del convegno nazionale “Salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e vita”, promosso da Medicina Democratica.

Entrato in fabbrica come categoria protetta, a causa di un soffio al cuore, l’uomo ha trovato in quel luogo il suo inferno e non il paradiso come invece sperava. Parla lentamente ed esprime tutta la sua rabbia per non aver trovato appoggio dai cittadini, dalla fabbrica ma soprattutto dai sindacati.

Ha condotto una causa contro lo stabilimento in cui si è ammalato, ha vinto anche in Cassazione, ma, dopo aver fatto ricorso per ricevere un risarcimento maggiore che gli consentisse di curarsi al meglio, è stato condannato a versare lui 18mila euro. Una somma altissima e di cui un comune pensionato, per di più malato, non dispone. La paura di quest’uomo è tangibile, teme di perdere la sua abitazione, comprata con i sacrifici suoi e della sua defunta moglie. Gli diventano rossi gli occhi al solo pensiero che ciò accada e gli trema la voce quando parla dell’abbandono da parte di chi di dovere.

Una lunga serie di cause ha fatto sì che gli venisse pignorata la pensione, ma orgoglioso come ogni uomo di un tempo, non intende chiedere aiuto.

“Non voglio essere un peso per nessuno, io – dice –; sto a casa mia e combatto per me, i miei figli, i miei nipoti e i nipoti di chi finge di non sapere

Un uomo combattivo, Cosimo Semeraro, che non rinuncia alla lotta e cerca di commemorare tutti gli operai morti nel loro luogo di lavoro. “Io non ne capisco molto di ‘sti telefonini e forse per questo non riesco a far partecipare la gente agli eventi del Comitato, o forse ai tarantini non importa. Tempo fa eravamo in tre: io, il vescovo e don Ciotti, che avevo pregato il vescovo di far venire. Siamo andati in processione mano nella mano, noi soli”.

Gli occhi rossi e la voce calante, dice: “Io ci provo e non mi arrendo, ma servono soluzioni”.

Mario Murgia, rappresentante Associazione Italiana Esposti Amianto (AIEA) Valbasento, racconta la sua esperienza nella lotta all’amianto correlato alle attività Enichem di Pisticci (MT).

Uomo distinto, Murgia, di costituzione esile e dal temperamento pacato. Un temperamento che però viene meno quando richiama alla mente il lungo percorso seguito per giungere all’attuale situazione: “La prevenzione salva la vita umana e i suoi costi sono di gran lunga inferiori alla sorveglianza sanitaria. Ma quando la prevenzione viene meno, la sorveglianza sanitaria è l’unica risposta per preservare vite umane, così come abbiamo fatto noi in Basilicata”.

L’uomo sposta poi l’attenzione verso le famiglie, vittime al pari dei singoli operai: “Abbiamo stilato un elenco di lavoratori affetti da carcinoma polmonare, ma occorre ricordare che anche chi è intorno al lavoratore si ammala. Le mogli, spesso deputate al lavaggio degli indumenti da lavoro dei mariti, inalano sostanze dannose per il loro organismo, ad esempio.

La nostra banca dati segnala 550 persone malate e ben 270 che non hanno raggiunto i 70 anni d’età. Senza il nostro impegno, le patologie legate all’amianto non sarebbero state riconosciute amministrativamente. In vent’anni di sorveglianza sanitaria abbiamo ottenuto ottimi risultati e speriamo che Taranto possa ottenere lo stesso, se lo merita”.

“In Puglia, invece – afferma ancora Murgia –, non c’è sorveglianza sanitaria, né attiva né passiva e nemmeno sensibilizzazione della medicina alla malattia professionale, è assurdo avere un registro tumori e non intervenire. Se l’Ilva è un punto strategico per lo Stato, perché non stipula un fondo specifico, visto il rapporto di causalità?”

Due mamme dei “Tamburi Combattenti”, Loredana e Vanessa, fanno eco alle parole di Murgia: “Ogni volta che i nostri figli tossiscono, hanno la febbre o un abbassamento di voce – affermano le mamme dei Tamburi –, temiamo il peggio. Viviamo in uno stato delirante. Dobbiamo anche inventare favolette, perché sono troppo piccoli per entrare in contatto con questa grande e triste realtà”.

“Mio figlio – dice Vanessa –, mi ha chiesto cosa fosse quel mostro che ormai si vede da ogni punto di Taranto e provincia, e che dovrebbe fungere da copertura. Sapete cosa gli ho detto, dato che ora lo stanno ricoprendo di bianco? Che è una pista da sci. Gli ho indorato la pillola”.

 Stefano Sibilla, operaio ex Ilva e segretario provinciale Flm-Cub Taranto, ricorda invece un collega morto: “Il penultimo che si è ammalato aveva 37 anni. Solo 37 anni. Mentre era sottoposto a chemioterapia ci ha detto: «Adesso capisco davvero voi che lottate». Forse è vero che verso la morte si capisce il valore della vita, ma come fai a salutare un uomo in quelle condizioni, sapendo che forse non lo rivedrai? Gli accordi sindacali sono stati solo peggiorativi per gli operai”, sostiene.

 “Un inferno dantesco in Terra”: così, senza mezzi termini, Maurizio Puma (Lavoratori per la sicurezza) definisce il siderurgico tarantino. “Lì c’è piombo 210 radioattivo. Si sviluppano casi di dermatite da cromo esavalente, che peraltro entra nelle falde acquifere. C’è la silice libera cristallina, che è cancerogena e porta alla silicosi. L’articolo 81 dice che i lavoratori non devono compiere azioni dannose per sé e per gli altri: ma voi credete che quei poveri operai lo sappiano? No, non lo sanno perché non c’è un’efficace formazione lavorativa, prevista per legge. La formazione genera sicurezza, su questo si deve investire.

Maurizio Puma

In Austria, 35 anni fa, si stava come a Taranto, ma hanno investito delle risorse e oggi è in corso un processo di depolverizzazione. Perché a Taranto no?”

Eppure, esiste un Piano Taranto, come espone Massimo Ruggieri (Giustizia per Taranto).

Un piano in divenire e aperto, pronto ad accogliere nuove proposte e a contemplare l’utilizzo di mezzi innovativi: “I limiti emissivi sono stati alzati per città con 150mila abitanti; Taranto però ne ha 200mila. Si continuano a dare alla fabbrica deroghe e proroghe, eppure, da diversi studi, è emerso che la sola presenza della fabbrica mortifica l’intrapresa. Contrariamente a quanto ci è stato detto, Taranto senza Ilva risorgerebbe.

Una prova? Ci dicono che Taranto senza Ilva muore, che non ha sbocchi, ma con l’Ilva siamo l’ultima provincia della regione a entrare nei bandi pubblici.

Per il risanamento della sola Taranto occorrerebbero 3 miliardi, dei 9 pensati per tutta la nazione: rendiamoci conto di quanto grosso è il danno prodotto a spese della nostra città. Abbandoniamo i fossili. Riappropriamoci delle nostre potenzialità, lo Stato ha protetto l’Ilva perché le banche vi hanno investito, non perché generi ancora guadagni, anzi! Diamo vita, a Taranto, a campagne di prevenzione, screening, e vigiliamo sulla salute e sulla tutela del cittadino”.

I pochi tarantini presenti sembrano attoniti quando si parla di screening, quasi come se in questa città non fossero attuabili. Purtroppo, è l’esperienza che parla per loro: le lunghe liste d’attesa, le richieste al Comune per ricevere un monitoraggio costante e sicuro e mai accolte di certo non rendono i cittadini speranzosi.

Eppure, a testimoniare che con la forza di volontà e la coordinazione si possono attuare campagne di screening c’è l’esperienza di Maurizio Portaluri (Associazione Salute Pubblica, Brindisi): “Mi occupo dello screening per il tumore al polmone negli ex lavoratori esposti all’amianto e nei grandi fumatori. Questa campagna ha portato a ottimi risultati, riuscendo a salvare una buona percentuale dei pazienti esaminati e migliorando la loro qualità di vita. […] Purtroppo, è avvilente e disumano un lavoro che ti conduce alla malattia, ma queste campagne possono fare molto in termini di vite umane”.

Un primo monitoraggio della ASL sulla salute della popolazione tarantina, illustra Lucia Bisceglia (Agenzia regionale Strategica per la Salute e il Sociale – AReS Puglia), è stato condotto già nel 1998.

“Dal 1998 al 2013 sono stati evidenziati casi di malattia nelle zone di Statte, Tamburi e Massafra. In tali zone si sono manifestati tumori maligni, malattie cardiovascolari e renali. Un tumore molto presente è quello alla mammella.

Facendo un rapporto fra variazioni atmosferiche e variazioni di mortalità ai Tamburi e nel Borgo è emerso che all’aumentare del particolato, aumentava il tasso di mortalità: questo ci permette di evidenziare una relazione causale fra contaminazione ambientale e morte.

Quando l’inquinamento ha subito un decremento, si sono ridotti anche i casi di malattie al quartiere Tamburi, pur rimanendo comunque in un numero molto alto, più di quanto ci si aspetterebbe. Un altro dato importante è che l’insorgenza di malattie è più diffusa nella fascia più fragile economicamente, solitamente collocabile proprio nelle zone esaminate precedentemente”.

Dati allarmanti quelli esposti da Bisceglia, come quelli di Maria Filomena Valentino, pediatra, vicepresidente Associazione Italiana Medici Per l’Ambiente – ISDE Taranto.

“Noi medici siamo un anello di congiunzione fra gli assistiti e la scienza, siamo i rappresentanti dello Stato che deve rendere le persone consapevoli dei rischi per la propria salute – afferma Valentino –. D’altronde, l’articolo 25 della deontologia medica parla proprio del nostro obbligo ad assolvere a politiche educative e divulgative nei confronti dei pazienti. Ci parlano di soglie e di limiti. Ci dicono che possiamo stare tranquilli, ma soglie e limiti sono convenzioni e i dati sono le persone. Taranto è un laboratorio umano, il più grande d’Italia. Sperimentazioni, limiti e analisi.

Come si può pensare che le soglie di PM10, che ogni giorno sforano i limiti, siano uguali per un adulto di 80 kg e un neonato di 3 kg?

Ogni abitante di Taranto avrebbe diritto a 100 m di fabbrica, 10 cm2 di alberi e 40 giorni di wind days, fantastico, vero? – la dottoressa fa sarcasmo, ma la nota nera è evidente – Già nel 1972, parlando di Taranto e Ilva, i giornali dicevano “Sull’altare dell’economia viene sacrificata la salute”.

Nel 1992 si cominciò a evidenziare un picco di mortalità polmonare e nel 1998 si parlò di risanamento ambientale, mai visto. Di quali dati si ha ancora bisogno?

Il 24% dei ricoveri infantili sono di bambini del quartiere Tamburi e il 26% del quartiere Paolo VI.

C’è un incremento del 42% di nuovi casi polmonari.

E vi dirò di più: c’è una correlazione fra aborti e inquinamento, vi sembra giusto che una donna debba vivere questo dramma a causa di un’industria?

È in corso una pandemia che sta danneggiando il quoziente intellettivo dei bambini, più ci si avvicina alla fabbrica e più salgono i casi di malattie neurologiche, deficit di attenzione e apprendimento, un forte tasso di ritardo mentale e iperattività nei bambini dei quartieri Tamburi e Paolo VI”.

Valentini fa poi notare come anche la percezione del rischio ai Tamburi sia mutata: “Si ha come una sensazione di onnipotenza, se fino ad ora sono riuscito a non ammalarmi, allora non riguarda me, noi. In tutto questo, c’è un vuoto istituzionale fra popolazione e amministrazione che noi medici cerchiamo di colmare”.

2/CONTINUA

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