Spagna, buco nero della cocaina

//SPECIALE SPAGNA 1// Da dove arriva la cocaina spacciata e consumata nelle nostre città o sulle spiagge caraibiche del Salento? Continua l’indagine del Tacco d’Italia, condotta attraverso i servizi giornalistici dei giornali stranieri

Fonte: https://elpais.com/elpais/2018/07/02/inenglish/1530521093_187450.html 

Versione italiana a cura della Redazione del Tacco d’Italia

La penisola iberica – attraverso i suoi porti e i suoi aeroporti – è uno dei principali canali europei di ingresso della cocaina proveniente dal Sud America e dell’hashish di produzione marocchina. Spiega l’ultima relazione della Dcsa (Direzione centrale per i servizi antidroga) che la cocaina giunge in prevalenza dalla Colombia attraverso navi portacontainer. Negli ultimi anni le organizzazioni criminali hanno modificato le metodologie di traffico in modo da limitare i rischi connessi all’attività interdittiva: viene quindi privilegiato il frazionamento delle partite di droga inviate con un maggior numero di carichi. E’ stato altresì evidenziato di recente come le Isole Canarie siano diventate area di transito della cocaina diretta verso altri mercati di consumo. L’hashish diffuso nel mercato locale proviene, invece, dal Marocco ed è introdotto prevalentemente attraverso varie tipologie di natanti, ma anche con piccoli aerei da turismo. Parte dei carichi è successivamente destinata ad altri Paesi europei. Tra questi, l’Italia. Alcune operazioni di polizia hanno documentato come le organizzazioni criminali facciano poi giungere lo stupefacente nella nostra penisola.

 Quantità record di droga arrivano in città portuali come Algeciras e Valencia. Migliaia di chili di cocaina, per lo più provenienti dalla Colombia, sono nascosti tra banane, polli congelati o semplicemente infilati in zaini imbottiti. Ecco il sistema raccontato attraverso le testimonianze di due voci opposte: da un lato un narcotrafficante e dall’altro Ignacio de Lucas, procuratore antidroga presso l’Alta Corte di Spagna. De Lucas afferma: “I grandi porti – si tratti di Valencia, Anversa o Rotterdam – sono autentici buchi neri“.

 

I conflitti tra le bande che spacciano hashish nel sud della Spagna (presso Línea de la Concepción) hanno dominato i titoli dei giornali e l’agenda politica dopo un’ondata di violenza legata al traffico di droga che ha coinvolto Gibilterra. Ma a soli 20 chilometri da lì, nella città portuale di Algeciras, enormi quantità di cocaina entrano, con discrezione, in Spagna. Con l’attenzione dei media concentrata su Gibilterra, la città di Algeciras è diventata uno dei principali punti di ingresso per gli stupefacenti in Europa. Tra i quattro milioni di container che arrivano ogni anno nel porto, migliaia di chili di cocaina, per lo più provenienti dalla Colombia, sono camuffati tra banane, polli congelati o semplicemente stipati in zaini imbottiti.

 

Secondo il rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc), la circolazione della cocaina è più estesa che mai. La quantità sequestrata nel 2017 (l’ultimo anno con dati disponibili) è stata di oltre 1.000 tonnellate: una cifra senza precedenti. E il numero di ettari usati per coltivare la coca ha infranto tutti i record. Il traffico di cocaina, avverte l’Onu, ha raggiunto proporzioni epidemiche. “È una valanga, stanno arrivando enormi quantità”, dice un ufficiale della squadra speciale contro il crimine organizzato (GRECO) della polizia nazionale spagnola. “Non abbiamo mai visto nulla di simile”. Un veterano trafficante di droga della regione nord-occidentale della Galizia concorda sul fatto che il problema – dal suo punto di vista – abbia raggiunto una nuova dimensione. “Ce n’è troppa. C’è più cocaina del necessario. Ci sono magazzini in questo momento a Madrid e Siviglia dove si accumula”, dice, sorseggiando un caffè in un bar a Vigo.

Il narcotrafficante si lamenta del fatto che l’offerta alle stelle stia danneggiando i costi: “I prezzi hanno toccato il fondo. Un chilogrammo è sempre stato tra € 32.000 a € 35.000, ma ora viene venduto per € 27.000 e € 28.000”

 

Così come Algeciras, altri porti spagnoli lungo il Mar Mediterraneo (in particolare Valencia e Barcellona) e lungo la costa della Galizia – una tradizionale roccaforte della cocaina – sono diventati una porta di accesso agli stupefacenti. La maggior parte proviene dalla Colombia, dove si trova il 68% delle coltivazioni di coca del mondo. Esiste una sovrapproduzione dovuta in parte all’accordo di pace tra il governo colombiano e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc). Mentre i membri delle Farc hanno smobilitato, nuove bande di narcotrafficanti si sono affrettate a riempire il vuoto e ora controllano migliaia di ettari di terra. A differenza dei precedenti gruppi narco colombiani, queste bande hanno deciso di evitare i riflettori e concentrarsi sulla produzione. Se c’erano due o tre raccolti all’anno, ora ce ne sono fino a sei. E il crollo del confine colombiano col Venezuela a causa della crisi politica ha permesso alla droga di uscire dal paese senza problemi.

 

“C’è stato anche un cambiamento nelle strutture criminali”, aggiunge Ignacio de Lucas, procuratore antidroga presso l’Alta Corte di Spagna, l’Audiencia Nacional. “Non hanno gerarchie così rigide come prima. Non sono mafie, ma più una specie di franchigia con strutture più flessibili e dinamiche, con persone che vanno e vengono, e questo ha reso impervia la possibilità di accusarli come una organizzazione criminale composita”.

Per anni l’Europa è stata la destinazione preferita. Il Regno Unito è il terzo maggior consumatore di cocaina al mondo (il 2,3% della popolazione consuma la droga) seguito dalla Spagna (il 2%). La Spagna, tuttavia, è diventata una delle principali porte della cocaina in Europa, paragonabile solo ai Paesi Bassi, con la droga in genere trasferita attraverso le città portuali. Secondo Javier Cortés, capo del Servizio di vigilanza doganale di Valencia (Sva), il porto di Valencia “riceve più di cinque milioni di container all’anno. È utopico pensare che potremmo controllarli tutti. Ma ci proviamo“. Il procuratore De Lucas si spinge oltre: “I grandi porti – che si tratti di Valencia, Anversa o Rotterdam – sono buchi neri”.

 

Cortés spiega che i container per le navi trasportano borse sportive contenenti cocaina, che vengono prelevate nei porti spagnoli da bande note come “soccorritori”. Questi soccorritori aprono i container, scambiano le borse e portano via gli stupefacenti. Fanno pagare € 1.000 per ogni chilo che viene salvato e normalmente raccolgono tra i 100 e i 300 chili. “Dobbiamo prestare maggiore attenzione alle imprese – quasi sempre dell’America Latina – create appositamente per importare cocaina”, afferma l’ufficiale della Sva, riferendosi alle aziende di frutta e pesce che utilizzano canali commerciali legali per importare droga. Le Farc, ad esempio, hanno creato dozzine di queste attività legali, alcune delle quali hanno avuto un grande successo commerciale in Europa. Puntare sui canali commerciali è difficile, anche perché, a prima vista, sono imprese legali.

 

Per smascherare questi “buchi neri”, De Lucas e altri magistrati spagnoli si sono uniti nella rete iberico-americana dei pubblici ministeri contro il traffico di droga (Iberian – American Network of Prosecutors Against Drug Trafficking). “Sappiamo tutti che non riusciremo mai a vincere la lotta contro il traffico di droga”, ammette De Lucas. “Quindi dobbiamo dare la priorità. O seguiamo il piccolo spacciatore di droga all’angolo o andiamo a cercare le grandi organizzazioni. Né la Spagna né nessun altro Paese ha le risorse per fare tutto”.

 

Alla domanda su quali siano le principali difficoltà per le indagini sul traffico di droga, De Lucas insiste sulla mancanza di risorse. “Le organizzazioni criminali hanno risorse finanziarie e umane illimitate, noi no. Non hanno barriere quando si tratta di globalizzazione e transnazionalità; noi invece dobbiamo soddisfare una serie di requisiti, seguire quei parametri legali che contrassegnano le nostre azioni in modo che le prove siano ammissibili in tribunale”. Inoltre, il traffico di droga non può essere combattuto solo a livello nazionale, perché coinvolge i Paesi di produzione, di transito e destinazione finale. Se le azioni non vengono intraprese contemporaneamente nelle tre aree, si ottiene solo l’arresto di qualcuno in un luogo specifico e quel qualcuno già domani sarà sostituito da altri. E intanto i fornitori rimarranno liberi di inviare carichi nei vari Paesi. Quindi, la cooperazione. “A livello di Unione Europea, abbiamo un quadro giuridico comune e in molti casi anche un reciproco riconoscimento diretto delle decisioni giudiziarie. Vi è quindi un contatto diretto tra giudici e pubblici ministeri e condividiamo un livello di garanzie. Se parliamo dell’America Latina, la situazione è molto più dispersiva. Non esiste un tale grado di fiducia reciproca, le istituzioni non hanno sempre la stessa forza, quindi il lavoro è più complesso. Dobbiamo cercare di stabilire piattaforme, meccanismi che permettano quella fiducia e che la comunicazione sia diretta tra pubblici ministeri”.

 

1/CONTINUA

 

Leggi la 2^ parte:

Galizia, i corsari della coca

 

Leggi anche:

Dalla Spagna al Salento, sulle rotte del narcotraffico

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