Il nostro tempo è adesso

La gerontocrazia imperante ha fatto sì che ci si dimenticasse completamente di una parte del Paese. La disoccupazione giovanile è ormai al 30%

di Andrea Gabellone Ancora una volta, dopo le numerose manifestazioni studentesche di fine 2010, i giovani sono scesi oggi nelle piazze di moltissime città italiane. A Torino, a Roma, a Lecce lo slogan è stato lo stesso: “Il nostro tempo è adesso, la vita non aspetta”. “Urlare che il nostro tempo è adesso significa rivendicare il diritto di ogni generazione di esprimere i propri bisogni nel tempo che vive, avendo la possibilità che a questi siano date risposte nel momento stesso in cui emergono” – spiega Luca Toma, responsabile della Cgil e tra gli organizzatori della manifestazione salentina. Parlando del nostro territorio, dice che “in Provincia di Lecce, dove il tasso di disoccupazione giovanile e l'alta incidenza del lavoro sommerso spingono molti di noi verso l'emigrazione, oltre la metà dei giovani laureati ha un lavoro per svolgere il quale è richiesto un titolo di studio inferiore rispetto a quello posseduto, in cui è affanno quotidiano dover scegliere tra diritti e lavoro”. La stessa generazione che in altri Paesi della nostra Europa costituisce, in buona parte, la classe dirigente, spinta dalla qualità della preparazione, delle competenze, e con in mano le responsabilità di un’intera nazione, qui da noi chiede, implorando, di essere parte finalmente attiva della società. Qui non si pretende di emergere, di eccellere, di “vincere”; si avanza, molto più umilmente, la richiesta di partecipare. E spesso anche sommessamente, quasi con timore. La gerontocrazia imperante ha fatto sì che ci si dimenticasse completamente di una parte del Paese e che alcuni diritti, come quello al lavoro, venissero miseramente calpestati; la crisi ha poi inflitto il colpo di grazia. In questo panorama, già poco edificante, c’era tanta gente oggi che, manifestando, ricordava come il precariato sia per molti un obiettivo da raggiungere: la disoccupazione giovanile è al 30%. La trasversalità dei dimostranti offriva, invece, uno spaccato chiaro e reale della situazione lavoro in Italia: dalla ricerca allo spettacolo passando per l’istruzione, tira ovunque la stessa, brutta aria. A dare man forte, c’erano anche i precari più anziani; quelli che hanno già vissuto da equilibristi per un’ intera esistenza. “Certo, loro ce l’hanno fatta” viene istintivo pensare. Tuttavia, seppur incoraggiando, erano tutti lì per testimoniare che, nonostante abbiano aspettato una vita – avvalorando involontariamente lo slogan – la vita non li ha ricambiati con la stessa cortesia.

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