“Il mio ex non paga gli alimenti, fagli una caricata di botte”: lei, il cugino e l’amico arrestati per tentato omicidio

Accoltellamento a Mesagne, in provincia di Brindisi, il 20 febbraio: dopo le indagini della Mobile, l’ex moglie accusata di essere stata la mandante, finisce ai domiciliari, mentre per i due uomini esecutori materiali, disposto il carcere. Nessuna denuncia dall’uomo che riportò ferite gravissime, il quale venne anche cancellato dal gruppo Whatsapp dei colleghi di lavoro. Familiari in silenzio: incastrati dalle intercettazioni. Il gip: “Verità nota a tutti, ma nascosta per paura di ritorsioni. Indolente violenta degli indagati”

 

In questa notizia non troverete alcuni dettagli molto importanti che volutamente abbiamo omesso: qui la direttora vi spiega perché

 

Di Stefania De Cristofaro 

 

 

MESAGNE – “Una caricata di botte” all’ex marito come condanna fai da te perché “non versava gli alimenti per i figli minorenni”. Lei, l’ex moglie, mandante dell’aggressione. Il cugino di lei, esecutore della richiesta assieme a un amico. Tutti e tre sono stati arrestati nei giorni scorsi per aver aggredito e accoltellato un mesagnese il 20 febbraio 2020: sono accusati, in concorso, di tentato omicidio. Di quel fattaccio, tutti sapevano. Sapevano le famiglie, ma hanno taciuto davanti agli investigatori nel timore di essere esposti a ritorsioni, salvo poi svelare il movente parlando al telefono per sapere cosa avessero detto gli uni degli altri.

Sapevano anche i colleghi di lavoro che hanno persino cancellato l’uomo dal gruppo di Whatsapp. Tutti intercettati.

LE INDAGINI DELLA SQUADRA MOBILE DI BRINDISI E DEL COMMISSARIATO DI MESAGNE: I RUOLI CONTESTATI

Damiano Bello

In carcere sono finiti: Damiano Bello, 37 anni, di Mesagne, cugino della donna, e Antonio Depunzio, 38 anni, di Mesagne, mentre lei, 35 anni, ha ottenuto gli arresti domiciliari. Stando agli esiti delle indagini condotte in tandem dagli agenti della Squadra Mobile di Brindisi e del commissariato di Mesagne “hanno compiuto atti idonei, diretti in modo non equivoco a cagionare la morte di …(omettiamo il nome dell’uomo per non identificare i minorenni), senza realizzare il proprio intento per cause indipendenti dalla loro volontà”.

“Su specifica richiesta della cugina, che lamentava l’omesso versamento dei contributi per il mantenimento dei figli minori, Damiano Bello prima convocava telefonicamente” l’uomo “presso la sua abitazione, poi lo affrontava sferrandogli  diversi colpi al torace e all’addome con un coltello, mentre Depunzio, una volta arrivato” su convocazione di Bello, “lo colpiva con calci su tutto il corpo e al volto”.

L’uomo riportò “ferite multiple penetranti da punta in sede toracoaddominali, con abbondante versamento perigastrico periduodenale e periepatico, trauma cranico facciale, frattura pluriilineare delle ossa nasali”. Codice rosso, due interventi chirurgici urgenti. Quaranta giorni di prognosi, stando al referto medico allegato agli atti dell’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Pierpaolo Montinaro. Sia per il pm, che per la giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Brindisi, Stefania De Angelis, l’uomo in tal modo rischiò di morire “poiché la zona del corpo attinta è interessata da organi interni, punti vitali quali fegato, stomaco e milza”. L’azione venne interrotta solo per l’intervento di un amico dell’uomo, il quale “si intrometteva per impedire la prosecuzione dell’aggressione, dicendo:

“Basta così lo state ammazzando”.

“Se non ci fosse state questo intervento, l’uomo sarebbe morto”, si legge nel provvedimento di arresto. “L’esame della consulenza tecnica evidenzia questa circostanza, se non fosse stato tempestivamente condotto in ospedale e sottoposto a due interventi chirurgici”.

 INTERCETTAZIONI E GPS DALLA SCATOLA NERA DELL’AUTO: “PER POCO NON LO UCCIDE, COME FAI A PERDONARLA?”

Gravi indizi di colpevolezza a carico dei tre, arrestati il 21 luglio scorso e ad oggi ancora in custodia cautelare, sono costituiti da una serie di intercettazioni telefoniche e ambientale, dal tracciato del Gps estrapolato dalla scatola nera installata sull’auto in uso all’uomo che ha prestato soccorso e dal verbale di interrogatorio dell’uomo ferito, il quale non ha mai fatto il nome della sua ex convivente. Nell’immediatezza dei fatti, fornì “indicazioni vaghe, addebitando quanto avvenuto a un extracomunitario non meglio indicato e a lui sconosciuto che lo aveva aggredito nella sua abitazione”. Ma nel suo appartamento i poliziotti della scientifica non trovaronono alcuna macchia di sangue, né segni riconducibili a una colluttazione. Per superare la reticenza come ostacolo alle indagini, furono autorizzate le intercettazioni sulle utenze in uso alla vittima e ai suoi genitori e l’ascolto di quelle conversazioni ha permesso subito di delineare il contesto: “E’ lei che li ha mandati”. Lei, l’ex moglie che, stando a quanto si legge nell’ordinanza di custodia cautelare “si era confidata con un parente e gli aveva detto che l’ex compagno aveva offeso la loro famiglia dicendo che fossero degli zingari”.

La “donna voleva che l’ex venisse picchiato, preso a botte. Ma c’è stato dell’altro. “Quello ha esagerato”, dissero al telefono. “Lei lo ha fatto proprio con cattiveria, per fargli del male e come fai a perdonarla?”.

IL MOVENTE DELL’AGGRESSIONE: IL MANCATO VERSAMENTO DEGLI ASSEGNI DI MANTENIMENTO. “QUELLA E’ UNA CANCRA”

Dalle prime telefonate, il motivo alla base della volontà punitiva: la donna “era arrabbiata perché l’ex non versava il denaro necessario al mantenimento dei figli e aveva presentato una denuncia nei suoi confronti”. “Gli aveva fatto la denuncia per i soldi, era andata già dall’avvocato, ora si deve guardare allo specchio”, commentano i parenti dell’ex compagno. E ancora: “Per poco non lo uccide, stai scherzando? E non sappiamo come andrà a finire”. Poi: “Quella è una cancra, vedi dove è arrivata, quella vuole proprio sparata da parte mia. Ma nella vita la perdonerò. Gli ha rovinato la vita, il lavoro e tutto il resto, sta sfregiato, porta una cicatrice sul petto”.

Reticente anche chi ha bloccò i due aggressori, il cui nome è emerso dalle intercettazioni. Per questo motivo, gli inquirenti decisero di acquisire il tracciato Gps estrapolato dalla scatola nera sulla sua auto, “al fine di accertare il tragitto percorso dal veicolo il giorno dell’accoltellamento”. E’ emerso che le “coordinate del punto di arrivo di quel giorno, corrispondono all’abitazione in cui vive Damiano Bello con alcuni parenti”. Il veicolo restò fermo per circa 17 minuti, il tempo dell’aggressione. Ripartì in direzione dell’ospedale di Mesagne.

Scrive la gip: “Che la verità fosse nota a tutti, ma tenuta nascosta emerge anche dalla intercettazione del giorno 12 marzo 2020, nella saletta della questura, in occasione dell’escussione di alcuni parenti” dell’uomo accoltellato. Tre donne della cerchia affettiva, convocate per essere interrogate su delega del magistrato.

“Appariva evidente che le tre conoscessero bene le dinamiche e le persone coinvolte nella vicenda ma per proteggerlo da eventuali ritorsioni, evitassero di dirlo”, ha scritto la giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Brindisi.

“Gli hai detto niente che è stato Damiano Bello?”

Chiede una all’altra.

LA CANCELLAZIONE DAL GRUPPO DI WHATSAPP DEI COLLEGHI DI LAVORO

In questura furono riconvocati sia l’uomo aggredito che chi  impedì che l’aggressione continuasse: i due sono colleghi di lavoro e  i rapporti si incrinarono, al punto che “il primo (l’aggredito, ndr) venne cancellato dal gruppo di Whatsapp di cui faceva parte”. Per quale motivo? “Tutti quelli che orbitavano in quella cerchia di amicizia, si aspettavano che dicesse tutta la verità in occasione delle sommarie informazioni rese alla polizia, così come lui stesso aveva fatto intendere”.

“E’ oculato ipotizzare che il graduale isolamento posto in essere dai colleghi e dagli amici nei confronti dell’aggredito, abbia contribuito a far nascere in quest’ultimo la convinzione di confessare finalmente agli inquirenti tutto ciò che non aveva detto”, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare. Il racconto viene messo a verbale negli uffici del commissariato di Mesagne il 13 marzo 2020. L’aggredito quel giorno spiegò di aver omesso molti particolari per “timore di eventuali ritorsioni verso i figli o comunque verso la sua famiglia, da parte degli autori”, delle stesse persone che lo hanno picchiato e accoltellato.

“Aggiungo che anche il mio stato di salute ha influito sulle mie scelte, in quanto non mi permettevano di essere psico-fisicamente sereno”, si legge nel verbale.

IL RACCONTO DELL’UOMO ACCOLTELLATO: “MI DISSE SOLO CON LE DONNE SAI FARE L’UOMO”

Questo è il racconto: “Il pomeriggio del 20 febbraio, avevo un incontro con un mio amico e collega in un bar a Mesagne per fargli compagnia per una commissione che lui doveva fare a Ceglie Messapica (sempre in provincia di Brindisi, ndr). Verso le 17,25 ricevevo una telefonata da un numero sconosciuto in quanto non memorizzato sul telefonino, era un uomo e mi diceva in dialetto mesagnese una serie di brutte parole. Mentre il tizio mi offendeva, gli chiedevo ripetutamente chi fosse e lui mi chiedeva: ‘ancora non hai capito chi sono?’. A quel punto riconoscevo la voce del cugino della mia ex moglie e lui:’allora mi hai capito chi sono e solo con le donne sai fare il maschio’. Capisco che la chiamata di Damiamo Bello e la sua aggressione verbale erano riconducibili alle divergenze che avevo con la mia ex. Mi chiedeva dove fossi perché voleva incontrarmi personalmente. Dopo circa sei-sette minuti, vi era un altro contatto telefonico tra e me e Damiano Bello e lui mi diceva che sarebbero passati alcuni amici a prelevarmi. A quel punto, gli dicevo che preferivo andare io da lui”.

Il racconto prosegue:

“Terminata la telefonata e prima di chiedere al mio amico di accompagnarsi a casa di Damiano, telefonavo alla mia ex moglie per chiederle cosa volesse suo cugino da me, avendo già intuito che la ragione per cui mi cercava era sicuramente per lei. Lei mi diceva: ‘e che ne sono, è da giorni che ti cerca’. Quindi salivo in auto con il mio amico e con lui andavo a casa di Damiano Bello, giunti sul posto io scendevo”.

L’AGGRESSIONE E L’ACCOLTELLAMENTO: ALMENO QUATTRO FENDENTI

Antonio Depunzio

“Damiano, appena giunto al mio cospetto, senza parlare, mi colpiva con uno schiaffo al volto per cui io reagivo tentando di colpirlo. Percepivo un dolore al braccio accorgendomi che sanguinavo. Solo a quel punto, notavo che Damiano impugnava un coltello con la mano destra”. Nel verbale viene descritto come uno di quelli da cucina. “Gridavo ha un coltello, ha un coltello e mentre lo faceva, Damiamo riusciva ad assestarmi almeno quattro coltellate. Il mio amico scendeva immediatamente e resosi conto di ciò che stava accadendo si interponeva fra me e Damiano, allontanandolo. Io mi accasciavo a terra perché iniziavano a venire meno le forze e ricorso che riuscivo a sedermi vicino a un muretto di cinta mentre Damiamo continuava a offendermi: ‘a me questa cosa non me la dovevi fare’. Io rispondevo: ‘io a te non ho mancato di rispetto’.

“Nel frattempo – si legge sempre nel verbale –  arrivava un’auto con due persone a bordo, io ne conoscevo solo una che so che si chiama Antonio e nonostante fossi ferito e perdessi sangue, mi colpiva con un pugno al volto provocandomi ulteriore sanguinamento al naso e alla bocca e poi un calcio alla gamba. Mentre ero a terra, dopo che Antonio mi aveva colpito, sentivo Damiano che mi diceva sempre in dialetto mesagnese:

“Mi speriamo che hai capito che la vagnona (la ragazza, ndr) la levi lasciare in pace”.

LA DENUNCIA PER STALKING E MALTRETTAMENTI FAMILIARI PRESENTATA DALL’EX MOGLIE

Per quale motivo Bello ero così arrabbiato e aggressivo, tanto da arrivare a usare il coltello? L’aggressore ha spiegato così il movente: “L’idea che mi sono fatto di tutta la vicenda, è quella che lui abbia preso le parti della cugina, mia ex moglie raccogliendone le lamentele in ordine alla gestione del menage familiare. Voglio aggiungere che solo qualche giorno fa, sono venuto a conoscenza di essere stato denunciato dalla mia ex moglie per maltrattamenti familiari, stalking e omesso versamento dell’assegno di mantenimento per i figli”.

La versione dell’aggredito è identica a quella fornita dall’amico che lo ha portato in ospedale.

LA PERSONALITA’ DEGLI INDAGATI DESCRITTA DAL GIP E IL PERICOLO DI REITERAZIONE DEL REATO

La condotta posta in essere da “Damiano Bello e Antonio Depunzio integra gli estremi del delitto di tentato omicidio, come contestato dal pm”, ha concluso la gip nell’ordinanza di custodia cautelare. “Il fatto che per Bello e Depunzio la punizione potesse comportare addirittura la morte, emerge con certezza dalla condotta tenuta da entrambi. Bello, infatti, non si limitava a picchiare, ma sferrava numerose coltellate in organi vitali. Il coltello veniva estratto immediatamente e ciò significa che l’indagato avesse stabilito, sin dall’inizio, di usarlo”. Quanto a Depunzio, “giunto sul posto quando l’aggressione era già iniziata, forniva un ulteriore contributo che procurava alla persone offesa la rottura del setto nasale”. Uno degli indagati aveva una pistola, “circostanza che non fa che confermare la gravità del fatto e ritenere che l’uomo sarebbe morto se non ci fosse stato l’intervento dell’amico”.

Alla donna è stato contestato “il concorso anomalo, atteso che poteva certamente prevedere che le sue confidenze e le richieste a Damiano Bello avrebbero potuto avere conseguenze letali per l’ex compagno”. Secondo la gip, “sapeva che ci sarebbe stata un’aggressione e che avrebbero partecipato più persone. Per tale ragione, dopo aver addirittura finto con l’ex marito di non sapere perché suo cugino volesse vederlo, si allontanava dal posto prima che la punizione avesse luogo”. La donna “avrebbe potuto logicamente prevedere, facendo uso della dovuta diligenza, che sarebbe stato perpetrato un delitto diverso e più grave rispetto a quello originariamente stabilito.

Per tutti e tre gli indagati, la gip ha ravvisato il “pericolo concreto e attuale di reiterazione delle stesse condotte desumibile dalla gravità dei fatti, dall’entità delle ferite procurate alla persona offesa e dalla pervicacia dimostrata”. E ha messo in evidenza la “particolare caratura criminale, l’indole violenta e la pericolosità sociale”.

 

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Info sull'autore

Stefania De Cristofaro

Giornalista per passione e professione. Nata a Napoli, brindisina d'adozione, laurea in Scienze politiche e relazione internazionali all'Università del Salento

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