Caffè connection

Dentro al “labirinto” della sacra corona unita si respira profumo di caffè. Il caffè Politi la fa da padrone ancora oggi nel Salento. Ancora oggi, che il suo fondatore, Saulle Politi, boss dell’omonimo clan, è in carcere. Ancora oggi quel marchio, che campeggia sulle insegne fuori dai bar e sulle macchinette per la somministrazione automatica di bevande, è utilizzato per presidiare il territorio. Saulle Politi, boss dell’omonimo clan affiliato allo storico clan Tornese di Monteroni, fa affari anche con la ‘ndrangheta, grazie alla collaborazione del clan Mammoliti, che ha “benedetto” con la sua presenza il matrimonio di Politi. La droga, eroina e cocaina, transita dall’Albania ed è spacciata sui lidi gallipolini con la protezione del clan Mammoliti. I proventi sono ripuliti in attività commerciali: paninoteche, pescherie, commercializzazione di caffè, e bar, appunto. Un “Labirinto”, è questo il nome dell’operazione dei Ros che un anno fa ha portato all’arresto di 33 persone.
Eppure il caffè Politi continua a spandere il suo venefico profumo per tutto il Salento.
M.L.M.

di Thomas Pistoia

Cinque del mattino, suona la sveglia.

Tetta emette un verso che è una via di mezzo tra un mugugno e un lamento, poi allunga una mano e fa cessare l’orribile “tut-tut” che la sta assordando. Un tempo le sveglie facevano “driiiin” e già così erano antipatiche, l’avvento della digitalizzazione le ha rese definitivamente insopportabili. Con lo stesso braccio che ha allungato per schiacciare il pulsante stop, la donna raggiunge, sul lato opposto, la spalla del marito.

-Ronzi’! E’ ora!


L’uomo vorrebbe dire qualcosa di affermativo, ma riesce soltanto a tirare su col naso una scatarrata di quelle che riportano su il muco che impregna le narici durante la notte. Tetta sa che quel rumore prelude al lento risveglio del consorte, per cui scende dal letto e si dirige in cucina. Le donne quando si svegliano, si svegliano. Dieci minuti e sul tavolo ci sono già il caffè, le fette biscottate e la marmellata. Venticinque e arriva Ronzino. Vestito e sbarbato, si siede a tavola. Mentre mangia riceve dalla moglie le informazioni di servizio della giornata:

-la figlia maggiore uscirà da scuola alle 13,30. Nessun problema, torna a casa da sola. Però, dato che lui smonterà alle 14, dovrà accompagnarla a danza alle 16.

-C’è da pagare la bolletta della luce, quindi occorre che, sempre lui, faccia un salto dal tabaccaio, prima di rientrare dal lavoro.

-Pasqualino e Paoletto, i due figli minori, domenica vogliono andare a vedere il Lecce allo stadio. Sostengono che il loro profitto scolastico delle ultime due settimane è stato meritevole di questo premio. Ronzino obietta che hanno portato a casa due 6-, poi abbozza.

Ma sì! Per fortuna, da qualche tempo, in casa i soldi girano.
Fino a meno di due anni fa la situazione era ben diversa. Ronzino e Tetta “faticavane a sciurnata“, andavano a raccogliere le olive. Lui qualche volta veniva chiamato pure da Mesciu Pippi, il muratore. Ma gli ulivi si erano ammalati e lu mesciu non chiamava più tanto spesso. Non c’era lavoro.

Così la famiglia aveva conosciuto la miseria. Pochi soldi, qualche aiuto da parte delle famiglie d’origine, ma il denaro regalato dai genitori pensionati non bastava a coprire anche le spese extra, quelle che non sono indispensabili, ma servono ugualmente, per dare a un uomo il senso di dignità, se non di orgoglio, di riuscire a fare più del necessario per sé e per i propri figli.

Soltanto chi ha provato la vergogna di un portafogli vuoto avrebbe potuto comprendere, ad esempio, la pugnalata che Ronzino aveva sentito in petto la prima volta che sua figlia aveva espresso il desiderio di frequentare una scuola di danza; e che incubo diventava ogni occasione in cui sarebbe stato normale fare dei regali. Natali e compleanni si trasformavano in giorni grigi e pesanti. Lente e interminabili agonie.

Ma meno male che la madonna – cui Tetta rivolge preghiere non solo ogni sera prima di addormentarsi, ma anche durante la giornata, con la stessa frequenza che il marito adopera nel castimare – ci aveva pensato lei. Una sera era venuto a casa lu Zìntoniu e aveva detto a Ronzino che l’amico di un fratello dell’amico del cugino della mamma dellu Vitu stava cercando un barista. Sì, per quel nuovo barche avevano aperto alla piazza.

-Vai. Di’ che ti mando io – aveva detto lo zio.

Il bar portava il nome di una famiglia famosa. Una famiglia ricca e potente. Ne stavano aprendo tanti di locali, in tutta la provincia. A dir la verità Ronzino, da ragazzo, il mestiere un po’ l’aveva praticato. Per tirar su qualche soldo aveva fatto il garzone durante le vacanze estive. Ma, quando si era presentato al responsabile del nuovo bar, non era stato necessario presentargli alcun curriculum. Il fatto che suo zio fosse amico dellu Vitu, il proprietario, era stato più che sufficiente. Lo avevano assunto.

Ecco, meno male che ci avevano pensato la madonna e lo zio. Così tutto è cambiato. Ronzino, ogni mattina, sale sulla vespa e va a lavorare. Lo stipendio che prende non è stratosferico, ma è sufficiente ed è sicuro. Ogni mese qualche soldino da parte riesce a metterlo. Insomma, quel “più del necessario”, lui e la sua famiglia, ce l’hanno assicurato.

Ma… Che è successo?

Stamani davanti al bar ci sono diverse volanti della polizia e della guardia di finanza. Oddio, è morto qualcuno?
Ronzino parcheggia la vespa e fa per avvicinarsi. Lo ferma un finanziere.

-Alt! Di qua non si passa!

-Io lavoro qui… E’ successo qualcosa? – prova a chiedere l’uomo.

-Ah, lavora qui? Favorisca i documenti.

Ronzino non capisce che se ne faccia costui dei suoi documenti, ma non vuole fare discussioni. Gli dà la patente.

-Attenda qui – dice quello, e si dirige verso un altro tizio in divisa che dev’essere un suo superiore. Dopo aver scambiato qualche parola con lui, il finanziere si infila in una volante e parla con qualcuno alla radio, continuando a tenere il documento del barista in mano.
Passa una buona mezz’ora.
Al ritorno, il militare riconsegna a Ronzino la patente.

-Può andare.

-Ma… Mi scusi, io, come dicevo, lavoro qui.

-Lei lavorava qui. Questo locale e altre decine di attività sparse per la provincia di Lecce sono state sequestrate.

-Cosa??? M-ma… Ma perché?

-Non sono tenuto a risponderle – dice il finanziere e tace per un attimo. Poi, come se ci avesse improvvisamente ripensato, aggiunge – Comunque, se sa chi è il suo datore di lavoro, non dovrebbe avere difficoltà a immaginare il motivo per il quale avviene questo sequestro.


Sì, Ronzino sa chi è proprietario, un sant’uomo, amico peraltro di suo zio. Lo conoscono tutti e tutti sanno che è un pezzo grosso dell’organizzazione. Tutti sanno che possiede diversi bar e locali, alcune sale giochi, un’azienda ittica, una società operante nella distribuzione di carne, una fabbrica di caffè e chissà cos’altro. E tutti sanno che ha, naturalmente, tanti soldi, depositati sui conti correnti di varie banche e auto di grossa cilindrata, appartamenti e ville. Un impero.
Come abbia fatto a diventare così ricco, non è certo un mistero.

-I giudici gli hanno sequestrato tutto – dice il finanziere, prima di allontanarsi definitivamente.

Ronzino non risponde, resta lì, a testa bassa, con il mondo che gli sta crollando addosso.
E dove lo trova un altro lavoro adesso?
Come darà da mangiare ai suoi figli?
Come farà a dar loro anche solo un poco di superfluo?
Come… Come dirà a sua figlia che non potrà più andare alla scuola di danza?

Maledetti giudici, maledetti figli di puttana! Ogni volta che qualcuno riesce a fare del bene, arrivano loro e rovinano tutto! Bastardi! Bastardi!

Ronzino stringe i pugni e sente le lacrime scendergli lungo la faccia, poi urla. Ma nessuno lo sente, perché è un urlo muto, bianco, un lamento di disperazione che contiene in sé tutta l’assenza dello Stato.

L’organizzazione, l’organizzazione è quella che salva tutti, che risolve i problemi e crea posti di lavoro e porta il benessere alla povera gente. L’organizzazione rende tutto più facile.

Lo stato, invece, se nde futte.
Lo Stato se ne fotte.
L’organizzazione è un’azienda florida, non va mai in passivo e genera un indotto.
Lo Stato, invece, è sempre in crisi.

Ronzino è l’indotto che odia i giudici e diventa grato, se non addirittura fedele, alla sacra corona. Sì, così chiamano l’organizzazione, quiddhri ca sapune, quelli che sanno: perché unisce tutti, tutti “li vagnoni”, li tiene insieme come i grani della corona del rosario.

Meno male che ci pensano l’organizzazione e la madonna.

I poliziotti hanno serrato tutto e attaccato un foglio sulla porta d’ingresso del locale. Poi sono andati via. La giornata, lentamente, ha ripreso la sua corsa verso il domani.

Ronzino ora vaga per le strade, senza meta, col cellulare all’orecchio.
Ma suo zio non risponde al telefono.
Non è al momento raggiungibile.

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Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor

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