Montedoro confessa: a Casarano mi hanno chiesto i voti

Operazione “Diarchia”, nel lungo esame dinanzi al pm Guglielmo Cataldi, il boss ha parlato dei suoi rapporti con la politica locale: “Non ho ricevuto favori”

 

di Marilù Mastrogiovanni

 

Tommaso Montedoro oggi ha parlato per sei ore in collegamento dal carcere di Rebibbia, dove è detenuto.

Ma i colpi di scena non sono arrivati sull’assassinio del boss Augustino Potenza, quanto su alcuni dettagli relativi ai rapporti tra il clan e la politica locale.

Sull’assassinio di Augustino Potenza, boss insieme a Montedoro della “diarchia” che ha gettato “morte e terrore” sul basso Salento, Montedoro s’è smarcato: ha indicato invece Ivan Caraccio e Andrea Toma; entrambi secondo Montedoro sarebbero stati mossi da sete di vendetta. Il primo, Caraccio, per essere stato schiaffeggiato in pubblico da Potenza a causa di un debito di diecimila euro che gli doveva, in cambio della possibilità di gestire la piazza di spaccio di cocaina; il secondo, Toma, per vendicare l’assassinio di Barbara Toma, per cui Potenza dopo una condanna all’ergastolo in secondo grado, seguita da alterne vicende giudiziarie, fu poi assolto.

Ha anche indicato come esecutori del tentato omicidio di Luigi Spennato, uomo di fiducia di Potenza, Giuseppe Moscara, Andrea Del Genio e lvan Caraccio, con la collaborazione di Luca Del Genio.

Dinanzi al pm della Direzione distrettuale antimafia Guglielmo Cataldi ha risposto anche alle domande sui suoi rapporti con la politica, indicando “la destra” come suo interlocutore.

Ha ammesso di aver avuto rapporti con “la politica” nel 2012-2013 e di aver sostenuto alcuni candidati alle elezioni amministrative di Casarano nel 2012.

Questo sostegno, ha spiegato Montedoro, è consistito nel fatto che è stato avvicinato per “i voti” e lui ha messo a disposizione i suoi amici e le persone a lui vicine per garantirli. Ma ha precisato di non aver avuto favori in cambio del sostegno elettorale accordato. Non ha precisato subito quale parte politica fosse suo interlocutore, ma nella seconda parte dell’esame indica il consigliere Gigi Loris Stefàno come “amico nostro”, rendendo in questo modo palese il fatto che la richiesta di voti sia arrivata dalla destra e che sulla destra siano stati convogliati i suoi voti.

 

Ha fatto il nome del consigliere comunale Gigi Loris Stefàno, definito “amico nostro”, ha parlato dei rapporti tra lui e Potenza e dei rapporti tra questi e Gianluigi Rosafio nell’affare dell’impianto di compostaggio.

Rosafio, genero del boss della sacra corona unita Pippi Calamita, secondo Montedoro ha offerto dai 200mila ai 500mila euro a qualche esponente dell’amministrazione Stefàno perché venissero agevolati i suoi affari.

Potenza e lui stesso erano contrari all’impianto di Rosafio, e hanno spinto gli amministratori di Casarano a bloccarlo.

Quanto raccontato da Montedoro è agli atti: la registrazione sarà trascritta e resa pubblica alle parti.

Quanto ha raccontato sarà al vaglio degli inquirenti che potrebbero aprire un nuovo fascicolo d’indagine per verificare l’attendibilità del racconto.

La versione di Montedoro si inserisce nel contesto di intrecci tra mafia, politica e imprenditoria raccontati nell’inchiesta “I tentacoli del clan Potenza su Casarano e sul basso Salento”, dove abbiamo pubblicato proprio le conversazioni tra Gigi Loris Stefàno, Augustino Potenza e un dirigente della Igeco spa, holding che fino a poco tempo fa gestiva il servizio di raccolta rifiuti in molti Comuni del Salento, ora raggiunta da interdittiva antimafia.

Montedoro, che ha manifestato la sua volontà di collaborare, non è ancora tecnicamente un “collaboratore di giustizia”.

La legge infatti dà tempo 180 giorni perché il pentito fornisca ai giudici tutte le deposizioni necessarie per dimostrare di volere davvero cambiare pagina, fornendo elementi utili a scardinare gli ingranaggi mafiosi.

 

 

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Marilù Mastrogiovanni

Faccio la giornalista d'inchiesta investigativa e spero di non smettere mai. O di smettere in tempo http://www.marilumastrogiovanni.it/chi-sono-2/

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