Lo stregone e il caporale

di Thomas Pistoia

 

Tonioammerda sta correndo come non ha mai fatto in vita sua. Don Mimì lo cerca ed è pure piuttosto incazzato, così almeno gli ha riferito Giggino ‘A Puzzola, il braccio destro del boss, quando lo ha svegliato.

– Mena, fusci! Non l’ho mai visto così!

Tonioammerda si è vestito alla bell’e meglio, anzi, sta ultimando di vestirsi mentre guida, ed è partito a tutto gas nel livido nebbiore dell’alba, per raggiungere il capo mafia.

Tonioammerda ha guadagnato la sua ‘nciurita “ammerda”, grazie allo sfruttamento che opera nei confronti delle sue vittime. Sono loro ad avergli affibbiato l’attributo, anche se non glielo direbbero mai in faccia. Se vuoi lavorare, infatti, devi rispettare lui e le sue leggi, che sono poi le leggi di Don Mimì.

La proposta di lavoro (che è rigorosamente nero, non solo per il colore della pelle degli schiavi)  è mandata a memoria e lui la ripete a ogni nuovo arrivato.

Il turno comincia all’alba e finisce – boh – alle 20, forse alle 21, quando fa buio, insomma. La paga è di 3 Euro l’ora, da cui vengono detratti: il viaggio per raggiungere il campo (che ti porto io col mio furgone), il pranzo (pane raffermo e acqua di rubinetto), eventuali altre bottiglie d’acqua di cui tu dovessi avere bisogno, eventuali medicinali di cui tu dovessi avere bisogno, l’alloggio dentro il villaggio.

Il villaggio è una baraccopoli che Tonioammerda frequenta volentieri: dopo cena, si prende una donna delle loro, una a caso, purché bella, non importa se maritata, se la porta nella sua casupola e, che lei sia volente o nolente, “ne la mintu da tutte le parti”, come dice di solito, quando racconta le sue imprese erotiche ai colleghi. I colleghi appartengono – diciamo così – al suo stesso corpo “militare” e hanno pari grado.

Oh, poi c’è un’altra regola, la più importante, stavo per dimenticarla: se non lavori come dico io, ti riempio di bastonate.

Ed è proprio come una bastonata lo schiaffone che Tonioammerda riceve da Don Mimì, non appena varca la soglia della sua casa.

– Cugghiune! Che minchia hai combinato?

Ammerda si porta la mano alla faccia, si prostra, è quasi in ginocchio, ma non ha la minima idea di cosa sia successo, non sa cosa abbia fatto tanto incazzare il boss.

– D-Don Mimì, servo vostro, ma… ma io non… Non capisco in che modo io possa avervi mancato di rispetto… Io… Io vi chiedo comunque perdono, qualsiasi cosa sia…

Ceccazzu di caporale sei? Non sai neanche quello che accade nei campi di pomodori che ti affido!

Tonioammerda ora è quasi spalmato sul pavimento, piange remissivo.

– Don Mimì, ma… cosa…

– Stamattina mi ha telefonato l’amministratore delegato della Ciromuti e mi ha detto che la sua azienda non vuole più fare affari con noi. E sai perché? Guarda! – il mafioso afferra da dentro una una cassetta presa a caso tra quelle del magazzino alcuni pomodori e, con le mani, li spreme – Guarda, cugghiune! Come cazzo me lo spieghi questo?

Tonioammerda resta letteralmente a bocca spalancata.

Non… Non è possibile… Allora era tutto vero!

Mustafà! Maledetto figlio di una gran puttana!

Mustafà per tutti non era che un anziano dalla schiena curva e dagli occhi acquosi, che si reggeva a malapena in piedi e che si ammazzava, come gli altri schiavi, di lavoro e fatica. Per i bianchi, quindi, a maggior ragione per Tonioammerda, era soltanto un vecchio negro.

Era fuggito dalla guerra di chissà quale paese africano, non parlava quasi mai, ma tutti gli schiavi lo rispettavano.

Tonioammerda aveva sentito dire che veniva considerato una specie di santone, o addirittura un mago. Pare che, di notte, nella baraccopoli, facesse strane cerimonie, mescolasse degli intrugli, parlasse addirittura con le macare, le streghe, allo scopo di proteggere i suoi fratelli neri.

Il caporale, di queste chiacchiere, se n’era strafottuto, non gli interessava niente di quello che gli schiavi facevano di notte! L’importante era il loro rendimento di giorno: in base alla grandezza della zona da coprire e alla quantità di pomodori da raccogliere, la mattina entrava nella baraccopoli e formava la squadra di schiavi che avrebbe dovuto portare a termine il lavoro. Mustafà, lo sceglieva spesso: perché non parlava e perché provava un piacere immenso a bastonarlo. Ogni scusa era buona. Bastava dicesse che secondo lui non stava raccogliendo abbastanza velocemente e giù una gragnuola di colpi.

Sei mesi fa era accaduto però che, un giorno d’estate che faceva caldo, ma proprio caldo, che c’era un’afa che non si respirava, all’ennesimo colpo di bastone, Mustafà era crollato al suolo, stremato. Tonioammerda aveva allora pensato di prenderlo a calci, ma soltanto dopo avergli sferrato una decina di pedate, gli era venuto il dubbio che, stavolta, qualcosa non stesse andando come al solito.

Il vecchio aveva sollevato un braccio, puntando, con le ultime forze, il dito verso di lui. Poi aveva cominciato a biascicare una strana litania dalle parole incomprensibili. Tonioammerda aveva provato a ordinare ad altri schiavi di aiutarlo a sollevarsi, ma quelli si erano allontanati di corsa, terrorizzati.

Allora il caporale, furioso, si era chinato sul negro e gli aveva detto, viso contro viso che, se non si fosse alzato, gli avrebbe tolto la pelle di dosso.

Mustafà stava morendo. Aveva avuto la forza però, di lanciargli, con un filo di voce, il suo anatema:

– Io maledico te e il tuo padrone… Maledico questa terra e i suoi frutti, che pure non hanno colpa… Invoco le vostre macare e i nostri jinn, servi dello stesso inferno, affinché il mio sangue e il sangue di tutti coloro che sono morti, vi perseguiti per sempre…

Poi era spirato.

Tonioammerda era rimasto per un attimo in silenzio. Tutti lo guardavano, era costretto a simulare forza e disprezzo, in realtà il malaugurio di quel dannato vecchiaccio lo aveva inquietato. Aveva ordinato che si riprendesse subito il lavoro, altrimenti il suo bastone avrebbe fatto danni su qualcun altro.

La notte stessa, il cadavere era stato calato nella calce viva. Così si usa fare per far sparire gli schiavi morti. Il caporale e i suoi tirapiedi avevano guardato per qualche minuto il corpo scuro che bolliva e svaniva nel biancore, un fenomeno che trovavano sempre affascinante, poi si erano voltati per andare via, ma… Tonioammerda aveva urlato… Gli era sembrato… Gli era sembrato di vedere… Delle… Delle vecchie…

Laggiù, là in fondo! Voi… Voi non le avete viste?

No. Non le avevano viste.

Le macare. Ma le macare non esistono… Non…

– Allora, cugghiune? Come cazzo me lo spieghi questo? Tutto, tutto il carico è così!

Don Mimì, mentre Tonioammerda sta rammentando questo fatto, continua a urlare senza sosta.

– Come? Come cazzo me lo spieghi?

Il boss stringe i pugni e spreme tra le dita i pomodori.

Rivoli di sangue si raccolgono nel suo palmo, straripano a grosse gocce e grondano sul pavimento.

Nella pozza che si forma ai suoi piedi, come riflesso, compare il volto di Mustafà.

Là fuori, lontano, c’è qualcuno che ride.

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Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor

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