Angelica e Morte

Angelica Pirtoli fu uccisa con sua madre Paola Rizzello il 20 marzo 1991 nelle campagne di Parabita, su ordine di Anna De Matteis detta “Morte”, moglie del boss della sacra corona unica Luigi Giannelli. Per molti anni i poveri resti di Paola e della sua bimba, vittime innocenti di mafia, non furono trovati. Il 18 giugno scorso  la Cassazione ha confermato la condanna all’ergastolo per Biagio Toma, esecutore materiale del duplice omicidio; il 15 maggio 2017 era stato invece condannato a 16 anni e 8 mesi di carcere Luigi De Matteis, fratello di Anna Morte e complice di Toma nell’esecuzione.

Biagio Toma uccise Angelica, già ferita ad un piedino e lasciata tutta la notte sul cadavere di sua madre, sollevandola per un piede e sfracellandola su un muretto a secco. Marco, Il figlio di Anna Morte e del boss Luigi, che secondo gli inquirenti ha ereditato la staffetta del comando del clan dal padre, è colui il quale ha trovato “lavoro” per molti anni presso Igeco, la ditta che gestisce la raccolta rifiuti a Parabita e in molti Comuni del Salento. Anche per il perdurare nel tempo di questi rapporti di “lavoro” il Comune di Parabita è stato sciolto per mafia. La giunta di Parabita (tranne un’assessora) ha fatto appello al Tar e il procedimento, dopo aver avuto la sospensiva, è in corso. MLM

di Thomas Pistoia

E’ una bella ragazza.
Somiglia molto a sua madre, ma è più florida, più in salute di quanto fosse lei. Si sa che la Paola aveva quel problema… e si faceva di quelle porcherie. Per questo era smagrita, aveva gli occhi un po’ scavati, le mani ingioiellate eppure tremanti e vuote.

Lei no. Lei è bella e basta. Dovrebbe avere una cicatrice sul piede e invece è scomparsa anche quella.

E’ perfetta. Pare un’attrice.

Quando cammina per la strada, i passeri cantano per lei, i rami degli alberi si fanno piegare in un inchino dal vento e i fiori profumano tutto.
I cani. I cani possono vederla. E i gatti.
Quando la vedono, i cani si fermano, si siedono e la guardano, supplicando, con il muso in su, una sua carezza. Lo stesso fanno i gatti, che si avvolgono attorno alle sue gambe, anche loro in attesa. Si dice, infatti, che le carezze di questa ragazza bellissima abbiano qualcosa di magico, che provochino un piacere al cuore tanto forte, da essere simile a quello finale, quello che si prova quando si arriva al ponte dell’arcobaleno.
Ma sono cose da animali, difficili da spiegare.

Comunque lei si chiama Angelica e non ha perso neanche un giorno. No, no, lei c’è sempre stata. E’ andata all’asilo, alle elementari, alle medie, ha giocato per la strada tra le sue coetanee con la palla e con la corda; ha frequentato le superiori e l’università; ha guardato la tv e fatto scorrere le dita sul display di un cellulare. A scuola, si sedeva nel banco vuoto di un compagno assente, oppure su un davanzale, a volte restava anche in piedi. E se la prof faceva una domanda, lei sapeva sempre la risposta, allora la suggeriva in un soffio, ora a questo, ora a quello, che se la sentivano arrivare in testa come un’idea meravigliosa, un’illuminazione. E alzavano la mano e rispondevano, facendo bella figura.

Angelica, da adulta, ha scelto di lavorare nelle carceri. Il suo compito è quello di portare la sua bellezza, il suo sorriso, la gioia soffusa che emana per natura la sua presenza, nelle celle, anzi, in una cella in particolare.

C’è una donna, qui, il cui nome, da tempo, nessuno ricorda più. Tutti la chiamano Morte.
Morte è spietata, di quella spietatezza enorme e stupida, tipica dei mafiosi. Sì, lei è mafiosa, ma non è una mafiosa qualunque. Lei è la first lady, la moglie del boss.
Angelica le sta sempre vicino. Entra nella cella in silenzio e le regala un sorriso, anche se l’altra non può vederlo. Poi si siede accanto a lei e la guarda. Morte non sa che quell’infinitesimo benessere che sente in fondo alla gola, nasce da quel poco di gioia che Angelica le dona ogni giorno, a sua insaputa, anche se non lo merita. E se ne sta lì, costei, a fare la moglie del boss, riverita dalle altre detenute, mentre manifesta l’idiota arroganza della mafiosità. Tutte la rispettano solo perché hanno paura. E per lei questo è giusto, altro non desidererebbe, se non fosse all’ergastolo.

Morte è quella che, tanti anni fa, ordinò che la madre di Angelica venisse uccisa. Paola era stata col suo uomo e questo l’aveva fatta impazzire di gelosia. Poi, forse, aveva anche preso per sè della droga. Chissà.
In ogni caso, Morte aveva ottenuto, dal boss stesso, la sua testa. Due dei suoi sgherri portarono con l’inganno la donna in un casolare in campagna, nei pressi di Parabita. La vittima cadde nella trappola, ma fece qualcosa di imprevisto: portò con sé la figlia, Angelica, che all’epoca aveva due anni.
I due sicari le spararono. La colpirono all’addome. I proiettili ferirono di striscio anche la bimba, al piede.
Gli assassini lasciarono la figlia accanto alla madre, lì, in campagna, nel buio, e andarono via. Angelica piangeva disperata accanto al cadavere.

La mafia ha le sue gerarchie. Morte aveva designato un mediatore, un tirapiedi il cui compito sarebbe stato quello di gestire l’omicidio di Paola. Quando i due sicari si presentarono da lui, dicendogli che la bambina, non prevista, era rimasta accanto alla mamma, il cane abbaiò per l’interesse della padrona. La presenza della bambina, per giunta ferita, avrebbe dato la certezza agli inquirenti che alla madre era successo qualcosa di brutto. Quindi doveva sparire anche lei, questo era il volere di Morte. Così i due assassini tornarono in campagna.
La notte si fece più scura, quasi volesse nascondersi e fuggire, almeno lei, da quello schifo così atroce. Sì… Si vestì di buio come ci si veste a lutto.

Soltanto uno dei due ebbe il coraggio di scendere dall’auto. Angelica era ancora lì che piangeva, proprio come piangono i cuccioli, quando il cacciatore uccide la loro mamma. Ma come si fa a uccidere un cucciolo?
Chissà cosa aveva dentro, in quel momento, colui che la prese per un piede e la scaraventò più volte contro il muro. Per lei non ebbe neanche la pietà di un proiettile.

Si dice che, da allora, in quel punto preciso della campagna salentina, le tenebre rifuggano qualsiasi parvenza di luce e che il pezzo di cielo che le sovrasta non abbia mai più dato asilo nemmeno alle stelle.

Ma Morte non lo sa. Non lo sa nessuno dei coinvolti in questo orrore.

Il corpicino della bimba fu ritrovato anni dopo, sottoterra, quando un pentito si decise a parlare.

Eppure, se fossimo cani, o gatti, o passeri, o piante, o fiori, noi oggi potremmo vederla, Angelica, la piccola anima accudita e cresciuta dal popolo della notte e delle fate. Potremmo vederla mentre, adulta e così bella, fa visita a Anna, a Morte, la sua carnefice.
Le sta vicino. Le sorride e le dona ogni giorno un poco di gioia pulita, anche se lei non la merita.
A volte, poi, quando Morte dorme e fa sogni terribili che scorda al mattino, la veglia.
E le tiene forte la mano.

Perché, a volte, la più atroce punizione è proprio il perdono.

 

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Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor

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