Scu, pizzo agli imprenditori agricoli: “Un euro ogni quintale di grano”

DOSSIER/6 La mafia rurale e la richiesta del cosiddetto “punto” ricostruite nell’inchiesta Old generation della Dda di Lecce sulla frangia mafiosa diretta da Francesco Campana e Giovanni Donatiello. Le  “Quando mi porti la biada per i cavalli”. Diatriba con l’altro gruppo: “Dovete smetterla di dare soldi ai mesagnesi, altrimenti cominciamo a mettere le bombe”

 

di Stefania De Cristofaro

 

BRINDISI – Estorsioni mafiose sotto forma di richiesta del cosiddetto “punto” agli imprenditori agricoli del Brindisino, “Un euro per ogni quintale di grano”. Pagamento necessario per avere l’assicurazione che non ci sarebbero stati imprevisti, come misteriosi furti di attrezzi e mezzi, e incendi. Una polizza imposta dagli uomini della Sacra corona unita, “avvalendosi della fora intimidatrice derivante dall’appartenenza al sodalizio” e alla frangia storica, con a capo Francesco Campana e Giovanni Donatiello. Polizza denunciata solo in via informale alla polizia, ma non confermata per paura di ritorsioni.

LE ESTORSIONI AI DANNI DEGLI IMPRENDITORI AGRICOLI DI BRINDISI E PROVINCIA

Figura di primo piano è, per l’accusa, quella di Angelo Pagliara, alias fuecu meu, finito in carcere, la scorsa settimana nell’inchiesta chiamata Old generation, sulla frangia storica della Sacra corona unita, ritornata a essere scalpitante dal 2015, stando a quanto evidenziato nell’ordinanza di custodia cautelare. Pagliara, 57 anni, nativo di Bari ma residente a Brindisi, è considerato “referente diretto di Giovanni Donatiello, alias Cinquelire, di Mesagne”, volto storico della Scu, tornato in libertà il 6 marzo 2018, dopo aver trascorso in carcere 30 anni di fila, in seguito alla condanna definitiva come mandante dell’omicidio di Antonio Antonica (inizialmente condannato all’ergastolo). Referente e quindi “legittimato dallo stesso Donatiello”, scrive il gip nell’ordinanza di custodia notificata dagli agenti della Mobile, diretti dalla vice questora aggiunta Rita Sverdigliozzi.

IL TENTATIVO DI DENUNCIA: LE TELEFONATE IN VIA CONFIDENZIALE ALLA POLIZIA

La ricostruzione dei fatti parte dalla telefonata ricevuta da un agente della questura di Brindisi la mattina del 13 marzo 2019: a chiamare è un uomo, imprenditore agricolo, il quale riferisce di “essere stato avvicinato” da una persona di sua conoscenza, tale Enrico Colucci”, 66 anni, anni, nato e residente a Brindisi.  Finito pure lui in carcere. E’ accusato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso.

“A seguito di questo contatto scaturiva un forte diverbio tra Colucci e Pagliara, quest’ultimo immediatamente giusto sul posto”. L’incontro avviene all’interno del capannone dell’impresa agricola che si trova sulla strada provinciale 379. Colucci, in quella occasione, si lamenta:

“Dovete smetterla di dare soldi ai mesagnesi, altrimenti cominciamo a mettere le bombe e dopo si vede da chi andare, e sto aspettando di sapere come andrà a finire quest’ anno per il grano”.

Pagliara “in modo frenetico, con un tono alto, si rivolgeva a Colucci dicendo che lui non doveva dare conto a nessuno su come si dovesse comportare in futuro e di non interessarsi di cose che non fossero di sua competenza”. Stando alla ricostruzione, “Pagliara a quel punto, sedati gli animi”, si avvicina all’imprenditore agricolo e a suo cugino, invitandoli quanto prima a portarsi presso la sua abitazione, in contrada Uggio, per discutere della vicenda”.

LA CONNOTAZIONE ESTORSIONE DELL’INCONTRO: LA MAFIA RURALE

Francesco Campana

La lettura data dal pm della Direzione distrettuale antimafia di Lecce è stata condivisa dal gip del Tribunale salentino: “Lo spessore delinquenziale dei soggetti coinvolti, i toni usati e argomento del contrasto, fanno propendere per una connotazione estorsiva della vicenda, inquadrando il fenomeno in quella mafia rurale, caratteristica delle origini della Scu”. Mafia rurale attuale. Le indagini condotte negli ultimi anni hanno dimostrato come “diversi imprenditori agricoli siano stati taglieggiati e sono stati costretti a sottostare alle imposizioni per evitare di trovarsi esclusi da un mercato fortemente caratterizzato da cartelli di natura assolutamente illecita che si inseriscono nella filiera produttiva e procedono all’acquisto delle sementi per gli impianti delle coltivazioni, sino a giungere alla collocazione sul mercato del prodotto”. Mercato caratterizzato da aspetti che, “per effetto delle intromissioni dei clan, diventano quasi monopolistici”, scrive sempre il gip.

Cosa è successo nel Brindisino? “Negli ultimi periodi, gli equilibri dei clan insistenti sul territorio della provincia di Brindisi, hanno subito dei repentini spostamenti in ragione delle scarcerazioni e delle decisioni di alcuni soggetti di intraprendere percorsi di collaborazione con la giustizia, fattori che hanno dato origine a discussioni causate da tentativi di nuovi inserimenti e assestamenti criminali”.

Venendo ai fatti più recenti, “il 18 marzo 2019, gli agenti della Mobile di Brindisi incontrano, in contrada Masseriola, due imprenditori agricoli del posto”. I due confermano la “costante presenza nel magazzino di stoccaggio di prodotti agricoli di Angelo Pagliara, il quale continuamente chiedeva loro favori”. Proprio quel giorno, Pagliara entra: riconosce uno dei poliziotti e spiega di essere lì “prendere due carciofi”. E aggiunge: “Ispetto’, io non vengo per chiedere soldi, sono amico loro, me ne sto andando”.

 Gli imprenditori, in quel momento, hanno il coraggio di riferire che c’era stata una “richiesta estorsiva da parte di Enrico Colucci, storico pregiudicato del posto, già tratto in arresto per associazione di stampo mafioso, legato alla frangia brindisina dei fratelli Brandi”. Colucci “avrebbe chiesto la corresponsione della somma di denaro pari a tremila euro, indispensabili per pagare le spese legali di un processo penale pendente in Cassazione”.

LE RICHIESTE DI DENARO: “QUELLI DEVONO FARE LA SPESA PER PASQUA”

Un mese dopo, l’11 aprile 2019, uno dei due imprenditori agricoli contatta via WhatsApp – tramite messaggio vocale –  un ispettore della Mobile, raccontando che c’era stata un’altra visita di Angelo Pagliara: “Mi ha rinfrescato la mente, ha detto che se ne andava caso mai veniva quelli scemi, mi raccomando che prima di Pasqua devono fare la spesa”. A seguire altre visite con identica richiesta:

“Due casse di carciofi e mi ha ricordato il pensiero della spesa, che lunedì devono andare a colloquio”.

Per l’accusa “è del tutto evidente come Angelo Pagliara, sfruttando il potere intimidatorio, imponga alle vittime il pensiero necessario per i detenuti affiliati all’organizzazione mafiosa della quale è certamente organico”.

Nelle settimane successive, nuovi contatti tra l’imprenditore e l’agente della polizia con la denuncia dell’esistenza di un “patto” secondo il quale bisognava pagare “un euro su tutto il grano caricato a Brindisi”. Pagliara avanza la richiesta del cosiddetto “pizzo o punto a un grossista di grano”, del quale fa nome e cognome, “ma alludendo verosimilmente alla ditta… di Altamura”, in provincia di Bari, intestata al padre dell’imprenditore e “gli impone il pagamento di un euro per ogni quintale di grano acquistato dai produttori locali, forzando anche la vendita dell’intera produzione del grano da parte dei produttori brindisini, facendola confluire sul quello barese”. Gli introiti hanno permesso di ottenere “consistenti somme di denaro per sé e per gli altri affiliati dell’associazione mafiosa”.

 

L’IMPOSIZIONE DEL PAGAMENTO DI UN EURO PER OGNI QUINTALE DI GRANO

 

Il gip scrive ancora: “La modalità estorsiva risulta articolata nel senso che, oltre a essere indirizzata all’imprenditore del Barese, a cui viene chiesto un euro per ogni quintale di grano acquistato, è esercitata nei confronti di diversi coltivatori ai quali viene imposta la vendita del prodotto dello stesso imprenditore barese, impedendo di fatto qualsiasi potere di contrattazione e libera scelta commerciale”.

Pagliara, in questa ricostruzione, “avvalendosi del potere di intimidazione derivante dall’essere esponente di spicco della frangia della Scu, esercita nei confronti di alcuni dei più grossi imprenditori agricoli dell’agro di Brindisi, una costante pressione, finalizzata a creare uno stato di sottomissione e paura, per procurare a sé e agli altri affiliati, nonché alle famiglie dei detenuti, indebite somme di denaro necessarie per il loro sostentamento”.

I FILE AUDIO MANDATI SU WHATSAPP E LE CONVERSAZIONI INTERCETTATE: “QUANDO MI PORTI LA BIADA?”

Dal contenuto dei file audio inviati alla Squadra Mobile da parte di uno degli imprenditori, “traspare chiaramente come Angelo Pagliara, attraverso la propria organizzazione aveva garantito l’acquisto di tutta la produzione di grano dell’entroterra brindisino, dietro un tornaconto per il sodalizio, quantificato in un euro per ogni quintale di prodotto commercializzato, facendo forza sul suo intervento impositorio, quale evidente dimostrazione e attestazione del controllo del territorio da parte del proprio gruppo mafioso”.

Giovanni Donatiello

“A dimostrazione del fatto che l’imprenditore fosse nelle mani di Pagliara e di conseguenza dell’organizzazione mafiosa, vi sono una serie di conversazioni intercettate sulla sua utenza telefonica, nel corso delle quali Focu meu invita in maniera perentoria l’imprenditore a versagli il pensiero”. “Mi hai proprio abbandonato, mi stai trascurando”. Dall’altra parte: “No, vedi che ieri è venuto mio figlio che ti portava un pensiero per te, ha detto che non c’eri. E’ venuto due volte ieri mattina. Vengo io dopo Natale e ti vengo a dare gli auguri”. Pagliara: “E la biada quando me la porti?” Risposta: “Dopo Natale mi faccio vedere io”. E ancora: “Ho capito, ma io adesso ho finito la biada dei cavalli”. L’imprenditore: “E te la porto, però cerca di avere pazienza, perché non è che posso venire con la macchina, adesso te li ho presi una decina di quintali, ce li ho in magazzino”.

LO STATO DI ASSOGGETAMENTO DEGLI IMPRENDITORI AGRICOLI: “PARZIALI AMMISSIONI PER PAURA DI RITORSIONI”

Gli imprenditori agricoli di Brindisi sono stati sentiti a sommarie informazioni e hanno “confermato in parte, per un evidente stato di assoggettamento nei confronti del gruppo malavitoso, dotato di fama criminale tale da incutere timore di ritorsioni nei loro confronti”.

Uno ha ammesso che “in occasione delle festività pasquali” ha “provveduto a consegnargli una cassa di pesce”, acquistata nel rione Sant’Elia di Brindisi, “senza ulteriori pensieri in denaro”. L’altro imprenditore brindisino ha riferito che tra “marzo e aprile”, “Pagliara mi ha chiesto di assumere” un suo familiare. “Gli ho risposto che non potevo in quanto in quel momento non avevo bisogno di operai. La vicenda si concluse in quel modo, senza ulteriori pressioni dello stesso”.

Per il gip, le intercettazioni hanno dimostrato altro: in primis che i due imprenditori di Brindisi erano “impauriti dal ruolo che Pagliara e Colucci avevano” e per questo “asserivano di non aver consegnato loro alcuna somma di denaro, affermazione di fatto smentite dalle conversazioni ascoltate, attraverso le quali si è potuto constatare la metodica dazione di denaro in favore di Pagliara e della sua consorteria criminale”. Quelle dichiarazioni “attestano il timore di ritorsioni che il sodalizio malavitoso incute nei confronti dell’imprenditoria locale, evidentemente consapevole della sua forza di intimidazione, solitamente attuata mediante la realizzazione di reati, sia semplicemente sulla base della fama criminale dei suoi componenti”.

“Peraltro – scrive il gip – il gruppo può contare sul consenso sociale che si è guadagnato facendosi a volte carico dei problemi della gente comune, presentandosi come punto di riferimento affidabile e concreto. In questo senso, appare evidente l’intercessione di Pagliara per fermare la richiesta di denaro di Colucci”. L’uno e l’altro sono ristretti in carcere.

 

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Info sull'autore

Stefania De Cristofaro

Giornalista per passione e professione. Nata a Napoli, brindisina d'adozione, laurea in Scienze politiche e relazione internazionali all'Università del Salento

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