Le metamorfosi continue sono la forza delle nuove mafie

Di Lucia De Sanctis

Vincenzo Musacchio, giurista, professore di diritto penale. Associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark (USA). Ricercatore dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute di Londra. Discepolo di Giuliano Vassalli e allievo ed amico di Antonino Caponnetto.

Vincenzo Musacchio è uno dei principali testimoni della lotta alla criminalità organizzata (allievo e amico di Antonino Caponnetto, presidente della Scuola di Legalità in memoria di don Peppe Diana, docente universitario), in lui si uniscono i ricordi delle persone cui dobbiamo la nostra più concreta idea di legalità e di senso dello Stato: Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Antonino Caponnetto e tantissimi altri eroi.

La prima domanda che ci viene in mente è la seguente: è vero che le mafie cambiano continuamente pelle, si adattano a nuove situazioni ma non tradiscono mai la loro natura?

Le metamorfosi continue sono la vera forza delle nuove mafie. Si adattano e si mimetizzano in qualsiasi ambiente come i camaleonti. Oggi le troviamo ovunque, nell’imprenditoria, nella politica, nella Chiesa, nelle istituzioni pubbliche. Non ci sono più coppola e lupara ma denaro e corruzione. La loro natura criminale tuttavia non viene meno, ma si modifica e si adatta alle circostanze. A tal proposito mi viene in mente una fiaba di Esopo del VI° secolo a.C. Uno scorpione doveva attraversare un fiume, ma non sapendo nuotare, chiese aiuto a una rana che si trovava lì accanto. La rana gli rispose ovviamente di no. Lo scorpione le fece notare che se l’avesse punta sarebbero morti entrambi. La rana stette un attimo a pensare, e convintasi della sensatezza dell’obiezione dello scorpione, lo caricò sul dorso e insieme entrarono in acqua. A metà tragitto la rana sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stata punta dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire, la rana chiese all’insano ospite il perché del folle gesto. Lo scorpione rispose: “È la mia natura!” Ecco la mafia è assimilabile a questa storiella ma con una differenza sostanziale: le nuove mafie hanno mutato la loro natura e oggi proprio a seguito delle loro continue metamorfosi, a differenza dello scorpione, non pungerebbero la rana ma si servirebbero della stessa per superare l’ostacolo e diventare sempre più forti.

Può darci un ricordo di Rocco Chinnici e del suo ruolo nella lotta alla mafia?

Premetto che non ho conosciuto il dottor Chinnici personalmente. Me ne ha parlato più volte Antonino Caponnetto e poi ho letto suoi numerosi scritti e interventi di altissimo spessore. Sarà certamente ricordato come il fondatore del pool antimafia, che ha segnato storicamente e giudiziariamente una strategia perfetta di contrasto alla criminalità organizzata e che poi, col passare del tempo, e grazie a Giovanni Falcone, è diventato quello che oggi è la Direzione Nazionale Antimafia. Ebbe una grande intuizione. Aveva visto giusto all’epoca mettendo insieme Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che si dimostrarono i più seri e acerrimi nemici della mafia.

Anche lei ebbe delle incomprensioni con il giudice Falcone. Ci riferiamo al periodo in cui Falcone lasciò Palermo per il suo nuovo incarico al Ministero di Grazia e Giustizia, ci racconta?

Ero convinto che per Falcone fosse necessario restare e combattere a Palermo e glielo scrissi, ovviamente, senza speranza di risposta. Fui smentito. Mi rispose così:

“Anch’io come lei sono convinto che il mio posto sia a Palermo, ma ci sono momenti in cui occorre fare delle scelte e impiegare tutte le energie possibili per la lotta alla mafia. Mi creda il mio non è un abbandono. Continui a credere nella giustizia, c’è tanto bisogno di giovani con nobili ideali”.

Furono queste le parole di Giovanni Falcone che per me significarono forte impegno nella lotta contro le mafie.

Alcuni sostengono che dopo il 1992 con la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino la lotta alle mafie sia terminata, anche lei la pensa così?

Si la penso così. Non ideologicamente ma basandomi sull’analisi dei fatti e della storia degli ultimi trent’anni. Per rendere l’idea, potrei attualizzare il pensiero di Paolo Borsellino quando affermava che politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo. I mafiosi veri vogliono evitare che di mafia e di possibili infiltrazioni si parli costantemente. Le mafie non sparano più e non fanno stragi, perché sanno che il loro enorme potere economico e finanziario può mettere in crisi lo Stato inquinando il tessuto economico e sociale. I mafiosi ormai sono tra gli imprenditori, i politici e gli esponenti delle pubbliche istituzioni e vivono in una simbiosi indispensabile al benessere reciproco. Questa è la vera metamorfosi della mafia, e la ragione per cui ancora sopravvive e sopravvivrà a lungo.

Falcone e Borsellino in vita continuamente screditati e boicottati, e dopo la loro uccisione santificati e presi a modello. Come se lo spiega?

Falcone e Borsellino diventarono eroi nazionali soltanto dopo la loro morte. Prima – mi raccontò Caponnetto – sono stati continuo oggetto di veleni, sospetti, maldicenze che, tutto insieme, rafforzarono l’intreccio che portò alla loro fine. Mi confermò che furono spesso accusati di protagonismo, vanità, scarso senso dello Stato. Quando, il 21 giugno del 1989 (attentato dell’Addaura) la polizia ritrovò l’esplosivo in un borsone lasciato nella spiaggia antistante alla villa che Falcone aveva preso in affitto, ci fu chi disse che l’attentato, il magistrato se lo era organizzato da solo per farsi pubblicità. Tutto il pool antimafia non riusciva a comprendere come fosse possibile sbagliarsi tanto su Falcone e Borsellino mentre erano vivi! Su Paolo Borsellino mi raccontò che sapeva di essere nella lista della mafia e che il tritolo per lui fosse già arrivato a Palermo. Mi raccontò che Borsellino aveva chiesto già un mese prima della strage alla Questura palermitana di voler disporre la rimozione degli autoveicoli dalla zona antistante all’abitazione della madre. Era affranto e incredulo su questo fatto e sull’inerzia della Questura. Personalmente credo che siano stati uccisi perché abbandonati dallo Stato e poi riesumati e utilizzati da tanti per scopi non di certo moralmente corretti.

Secondo lei la famosa inchiesta denominata “Mafia Capitale” è riconducibile alle metamorfosi mafiose di cui lei spesso parla?

Assolutamente sì! La mafia contemporanea è silente e mercatistica e non più violenta come le mafie tradizionali del passato. Il punto ruota tutto intorno all’applicabilità o meno del delitto di cui all’art. 416 bis c.p. alle nuove organizzazioni criminali, che si distinguono nettamente dalle mafie violente e intimidatrici di trent’anni fa ormai quasi scomparse. Oggi la mafia a livello normativo dovrebbe essere anche quella silente e mercatistica che si fa forte del potere economico corruttivo stabilmente infiltrato, senza intimidazione e violenza. Crimine organizzato e corruzione costituiscono ormai un unicum indifferenziato. La criminalità organizzata moderna utilizza la corruzione come strumento privilegiato di operatività. Essa s’infiltra nell’amministrazione pubblica e nell’economia attraverso metodi non violenti. È perciò improrogabile la necessità di una chiara analisi di politica criminale che porti a una modifica normativa in considerazione proprio di queste metamorfosi mafiose. Per questo oggi sono convinto più che mai che sia arrivato il momento di adattare e migliorare gli strumenti per contrastare le nuove forme e le sfide della criminalità mafiosa. Tra questi c’è anche la riscrittura del delitto di associazione per delinquere di stampo mafioso.

Cosa ne pensa invece del cd. “Sistema Montante” emerso in Sicilia?

Siamo di fronte a quella che io chiamo “mafia parallela” pericolosissima perché supporta in tutto e per tutto la “mafia principale”.  Siamo di fronte ad un meccanismo perverso di conquista e gestione occulta del potere che, sotto le insegne di un’antimafia d’immagine, ha sostanzialmente occupato, mediante la corruzione sistematica e le raffinate operazioni di dossieraggio, molte istituzioni regionali e nazionali. 

Un’ultima domanda: Cosa ne pensa del caso Palamara?

Ha, di fatto, determinato una perdita di fiducia dell’opinione pubblica nei confronti della magistratura, alimentando una serie di attacchi da parte di chi dalla magistratura ha subito una serie di sanzioni legittime. Parlo in primis dei mafiosi ma non solo di quelli. Occorre stare molto attenti a consentire che questo scandalo si sviluppi in modo diffuso, perché la magistratura è stata e resta un baluardo per la legalità e particolarmente per l’azione di contrasto alla criminalità organizzata. 

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