Adesso tocca a te

di Thomas Pistoia

Mi chiedi perché tengo quella foto appesa al muro. Non siamo mica in una caserma o in un tribunale. Già, questo è soltanto il mio studio, un’accozzaglia di pochi mobili, libri, fumetti, computer.
Perché, dunque, da anni, quella foto sta lì? Senza neanche una cornice, attaccata con pezzettini di scotch arrotolati, posti tra il suo dorso e l’intonaco, e come faccia a non staccarsi, ancora, chi lo sa. Mi piace pensare che non possa cadere, che sia in grado di resistere proprio in virtù di ciò che rappresenta. Comunque, dovesse cadere, la raccoglierei, proprio come hanno fatto quei due nella foto con questo paese.
Per te sono soltanto dei nomi, tu non c’eri.
Quel giorno lo rivivo come se fosse oggi. Come oggi era domenica. Avevo la tua età, non ero ancora patentato, al mare ci andavo con l’autostop. Mi mettevo sempre allo stesso posto, dopo la rotonda di Lido Marini, vicino Martinucci. Si fermò un tizio, chiese “addù vai?”. Da quel punto lì puoi arrivare solo a Presicce, se vieni da più lontano hai sbagliato mare. Ma la domanda, per quanto retorica, andava fatta. Mi fece salire e ripartì. Dopo le domande di rito “Sì de Presicce? De cissì figghiu?” (Sei di Presicce? Di chi sei figlio?), smettemmo di parlare. Nel cruscotto c’era uno stereo un po’ scalcinato, era sintonizzato su una radio locale che stava trasmettendo musica italiana evergreen, del tipo mi ricordo montagne verdi e fari spenti nella notte per vedere se è così facile morire. A un tratto interruppero le trasmissioni. Edizione straordinaria. A poche settimane da Capaci. Io e lo sconosciuto, in auto, restammo in silenzio, per qualche minuto. Poi lui mormorò soltanto “di nuovo”, ma a quel punto eravamo arrivati.

Perché tengo quella foto appesa al muro… Non è facile spiegarti quello che hanno fatto quei due. No, non hanno vinto e non hanno guarito questa terra, questa gente, noi. Neanche loro, con la forza delle loro idee, con il loro sacrificio, avrebbero potuto riuscirci. Non si può vincere combattendo due contro tutti. Ma si può perdere, si può morire lasciando nell’anima e nell’immaginario delle persone una ferita tanto profonda da non potersi mai più rimarginare, un varco aperto nella carne dell’illegalità, attraverso il quale possano passare, all’improvviso, gli anticorpi della giustizia.
Sono riusciti a dimostrare l’esistenza della mafia, di Cosa Nostra, in un’epoca in cui si diceva “la mafia è un’invenzione, la mafia non esiste”. L’hanno demolita, l’hanno processata e messa in galera. Hanno isolato i boss con una legge meravigliosa chiamata 41bis. Soprattutto hanno capito che la battaglia non era solo militare. Era, ed è tuttora, anche profondamente culturale.

Mi chiedi perché tengo quella foto appesa al muro.
Lui, quello a sinistra, ha avuto l’idea. L’altro, quello di destra, lo ha seguito. Ma tra i due c’è una differenza. Per il primo si sospettava, si temeva, si presagiva un attentato. Prima o poi ci avrebbero provato a farlo fuori. Per il secondo, invece, vi era la certezza. Lui stesso, Paolo Borsellino, sapeva senza alcun dubbio che lo avrebbero ucciso. Ma il dramma del padre, del marito, del giudice e uomo delle istituzioni, non sarebbe stato tanto il perdere la vita. Piuttosto l’avere la prova inconfutabile che a voler uccidere il suo amico, a voler uccidere lui, con i mafiosi, utilizzando i mafiosi, era lo stato.

Lo Stato… Lo Stato, pronunciato così, con la esse maiuscola e la stessa rabbiosa rassegnazione usata dalla vedova Schifani ai funerali del marito… Lo Stato…

Quello stato invece minuscolo, che stava venendo a patti, trattando con la montagna di merda, diventando esso stesso montagna di merda, cedendo al ricatto.

Perché tengo quella foto appesa al muro, perché uomini come loro non ce li meritiamo, non ce li siamo mai meritati, li abbiamo lasciati morire. Siamo stati noi. E lo facciamo ancora, ogni giorno, ogni volta che cediamo a un compromesso, ogni volta che non ci indigniamo quando sentiamo parlare di abolizione dell’ergastolo, di abolizione del 41bis. Dovresti leggere i punti del “papello”, sai? Le richieste che Totò Riina fece allo stato. Comprenderesti molto della politica contemporanea.
Però, ecco, se quei due hanno avuto una vittoria, è questa: grazie a loro siamo coscienti dell’esistenza della mafia, nessuno dice più che non esiste. Nessuno ha più dubbi che la sua strategia consista nel travestirsi da stato, nell’infiltrarsi all’interno delle istituzioni. E tu e i tuoi coetanei, oggi, grazie a quei due, se lo volete, se davvero lo desiderate, benché lo stato faccia poco per aiutarvi a sapere, potete riconoscere la disonestà e combatterla.
Non voglio illuderti. Difficilmente vincerete. Ma la nobiltà, qui, sta nella battaglia, non nella vittoria.

Mi chiedi perché tengo quella foto appesa al muro. Perché voglio seguire testardamente l’utopia di una terra, di uno stato (lo stato…) senza mafia. Perché per ogni persona onesta che cade, sogno che ne sorgano altre cento, magari giovani come te. Perché la merda non deve vincere e deve avere paura della gente perbene.

E’ stato oggi, in Via D’Amelio, verso le cinque del pomeriggio. Pensaci, se puoi. Chiediti anche se si può definirlo morire.

Se, nel momento in cui il tritolo è esploso, quelle persone abbiano sentito un unico, magari brevissimo, immenso dolore, o se invece non si siano nemmeno accorti di non esserci più, mentre i loro corpi andavano in briciole. Chiediti a che cosa è servito, che cosa puoi fare tu, adesso, che ancora non sai cosa ti aspetta e hai tutta la vita davanti.
Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra, Scu, tanti nomi per un unico mostro. Devi imparare a conoscerlo, questo mostro, che ora sta approfittando del virus per andare a prendere consensi tra più deboli. Lo fa da sempre, è la sua attività più pericolosa. Offre loro aiuto per ottenere in cambio riconoscenza e fedeltà.
La mafia. La mafia che offre aiuto. Ti rendi conto che popolo siamo? Che stato piccolo abbiamo? E abbiamo comuni che vengono sciolti per infiltrazioni della criminalità organizzata. Sciolti, capisci? Come merda. “Sciolti” è proprio il termine giusto.

Perché tengo quella foto appesa al muro? Perché voglio che tu la guardi ogni giorno, perché posso proteggerti soltanto così, con gli esempi migliori, dandoti la conoscenza, l’unico strumento con il quale potrai difenderti. Perché devi imparare a tirarti su le maniche e agire con coscienza e buona volontà. Questo ti aiuterà a rifiutare quello che Paolo Borsellino chiamava “il puzzo del compromesso” e a cercare “il fresco profumo della libertà”.

Mi chiedi perché tengo quella foto appesa al muro.
Perché sì.
Perché adesso tocca a te.

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Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor. Ha collaborato con Astorina per alcune storie di Diabolik.

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