Chiare, fresche, dure acque

Inchiesta sul mercato dell’oro blu

La sprecano, la pagano salata, ma di quella pubblica distribuita dall’Acquedotto pugliese, ne bevono poca, perché ne comprano molta. E’ il rapporto dei salentini con l’acqua potabile, che è sottocontrollo solo “fino al cancello” di casa. Così non sapremo mai quale acqua ci danno veramente da bere

di Cesare Mazzotta La classifica annuale sull’Ecosistema urbano di Legambiente, relativa al 2005, ha relegato il Salento al 90esimo posto, per l’eccessiva presenza di nitrati (NO3) nell’acqua potabile che sgorga dai nostri rubinetti; e al 94esimo posto per consumo medio pro capite di acqua per usi domestici, con 354 litri per abitante al giorno. E dire che adesso va un po’ meglio. Nel 2003 la stessa inchiesta di Legambiente aveva accertato un consumo medio di 416 litri e nel 2004 di 382 litri a testa. Uno spreco che per una famiglia media salentina, di tre persone, ammonta a oltre un metro cubo al giorno, più di mille litri; mentre ad Ascoli Piceno, Brindisi e Foggia, la stessa ipotetica famiglia consuma poco più di 300 litri al giorno. Qualcosa evidentemente non gira oppure una parte si perde per strada. L’ente che distribuisce nelle nostre case l’acqua da bere, per cucinare e per la cura e l’igiene della persona è l’Acquedotto Pugliese. L’Aqp, uno dei più importanti e antichi d’Europa, nato agli inizi del secolo scorso, che fa pagare l’acqua a noi pugliesi circa 300 euro l’anno, per una famiglia di tre persone. In assoluto la tariffa più alta in Italia, stando alle rilevazioni fatte nel 2006 da “Cittadinanza Attiva”, l’associazione dei consumatori che ha monitorato il Servizio idrico integrato in tutti i capoluoghi di provincia italiani. Per l’esattezza l’Aqp richiede mediamente alla famiglia-utente 299 euro l’anno; comprensivi di canone idrico, canone di depurazione e canone di fognatura. In alcune città della Lombardia, nel Molise e nella Valle d’Aosta lo stesso servizio costa circa la metà. Nelle regioni dove i gestori sono diversi, la beffa è ancora più bruciante e le differenze si fanno sentire; come in Toscana, dove fra Arezzo e Massa, intercorre una differenza di 256 euro l’anno; o in Piemonte, dove fra Asti e Cuneo, la differenza di tariffa è di 171 euro. A questo punto, giusto per confortarci, viene da chiedersi: ma almeno noi pugliesi beviamo un’acqua di ottima qualità? E qui cominciano i distinguo, visto che il gestore, l’Aqp, in base alle norme, deve garantire che al contatore o al punto di consegna, arrivi un’acqua definita “potabile”. E fin qui, in base alla normativa vigente, tutto è in regola. L’Aqp, in effetti, consegna alla porta o al cancello dell’utente un’acqua che viene controllata giornalmente da più soggetti (Asl, Arpa e lo stesso Aqp), che ne certificano la potabilità. Quanto poi alla gradevolezza, al gusto, alla durezza (presenza di calcio e magnesio) e ai trattamenti che l’acqua ha dovuto subire per correggere e riportare nella norma alcuni parametri considerati eccessivi, la risposta arriva dai dati sui consumi di acqua minerale delle nostre famiglie. Ogni anno in provincia di Lecce si consumano circa 150 milioni di litri di acqua minerale; più o meno 185 litri per ogni abitante. A fronte di una media nazionale di 179 litri, tra le più alte nel mondo e la più alta in Europa, dove mediamente si consumano 70 litri a testa, soprattutto negli alberghi e nei ristoranti. Tre i motivi fondamentali individuati da Mineracqua, l’associazione di categoria dei produttori e distributori dei 279 marchi sul mercato: la fidelizzazione del cliente, che percepisce l’imbottigliamento come sicurezza; l’igiene garantita e i possibili effetti salutari sull’organismo. (continua in edicola sul Tacco d’Italia n.37, giugno 2007)

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