Ex Ilva, Eurispes: “Chiudere”, ministro Giorgetti: “Rilanciamo”

Mentre il Rapporto Eurispes 2021 propone di liberare Taranto dall’industria pesante attraverso la chiusura dell’acciaieria, il ministro allo sviluppo economico Giancarlo Giorgetti rilancia a Bruxelles la produzione d’acciaio. Ma assicura: in modo ‘ecologico e ambientalmente compatibile’.

Di Daniela Spera

Per quanto riguarda Ilva, siamo in attesa della sentenza (del Consiglio di Stato ndr), ma l’obiettivo del Governo, coerentemente con quanto scritto nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, è esattamente di produrre acciaio a Taranto in modo ecologico e ambientalmente compatibile, utilizzando l’idrogeno’, ma solo quando, ‘sarà una tecnologia funzionale alla produzione’. Queste le parole del ministro allo Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, – fa sapere Agi – dopo l’incontro a Bruxelles con il commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni. La vertenza Taranto è stata trattata nel primo incontro della giornata con il vice presidente della Commissione europea, Frans Timmermans, con il quale, il ministro, ha parlato della riconversione industriale sostenuta dal Fondo europeo per la transizione equa (Just Transition Fund).

Eppure, il recente Rapporto Eurispes, presentato a Roma il 13 maggio scorso, propone ben altre soluzioni. C’è una sezione dedicata a Taranto, nelle considerazioni generali (‘Per una nuova Ri-costruzione’) scritte da Gian Maria Fara, presidente dell’istituto di ricerca, che, non a caso, è intitolata ‘Liberiamo Taranto’.

Si parte da una premessa di carattere generale per arrivare a parlare, nello specifico, di Taranto: ‘Nel corso degli anni, a più riprese, abbiamo segnalato l’idea di “smontare” tutti gli insediamenti industriali ormai obsoleti e quelli nei quali è cessata la produzione. Il nostro territorio è popolato da un numero incredibile di “ecomostri” abbandonati a se stessi e di altri ancora in funzione che, con il pretesto di dover salvaguardare produzione e occupazione, drenano enormi risorse pubbliche attraverso continue sovvenzioni o attraverso il finanziamento della cassa integrazione’.

Fara definisce ‘emblematico e sofferto’ il caso Taranto. Riferendosi all’Ilva sottolinea che sebbene ‘salutato all’inizio come panacea dei problemi occupazionali e, nello stesso tempo, come avanguardia del nuovo sviluppo industriale del Meridione, si è rivelato nel tempo un pozzo senza fondo che ha ingoiato un numero imprecisato di miliardi di euro’ –diventando nello stesso tempo – ‘una vera e propria centrale di produzione delle patologie più diverse’.

Fornisce anche dati, già noti, ricordando che l’acciaieria occupa 8.200 operai. L’indotto interessa circa 3mila dipendenti mentre sono circa 5mila i cassaintegrati. ‘Insomma’ aggiunge ‘siamo di fronte a quello che non si può certo definire un esempio di successo’.

Secondo il presidente di Eurispes, se si considera che oggi l’acciaio può essere acquistato a livello internazionale a prezzi molto inferiori di quelli necessari per la sua produzione a Taranto, e che in una economia ormai globalizzata ‘ciascun territorio dovrebbe cercare di valorizzare al meglio i propri asset e le proprie risorse, non resta che una soluzione:chiudere le acciaierie’.

È a questo punto che Fara, rivolgendosi a chi prevede catastrofi socio-economiche, segnala soluzioni alternative da realizzare proprio anche con i finanziamenti dell’Unione europea. Gli stessi che, al contrario, Giorgetti vuole utilizzare per tenere aperta l’Ilva:

coerentemente con le strategie a lungo termine dell’Unione europea, con i Piani nazionali per l’energia e il clima e con i Piani per la transizione energetica, le stesse risorse, finanziarie e umane, impegnate per mantenere in vita lo stabilimento, possono essere utilizzate per smantellare gli impianti, bonificare il territorio e restituirlo alle sue naturali vocazioni’.

L’Istituto ha, inoltre, previsto di verificare attraverso un’approfondita analisi i costi e i benefici di una possibile riconversione, senz’altro diversa da quella proposta da Giorgetti. Secondo primi calcoli approssimativi occorrerebbero dieci anni circa per smontare gli impianti, altri dieci anni per bonificare il territorio e altri dieci per avviare una serie di attività alternative legate al turismo, al settore dei servizi, dell’ambiente, dell’agricoltura, mantenendo gli stessi livelli occupazionali. E, anzi, incrementandoli.

Gian Maria Fara, infine, conclude sostenendo che dobbiamo abituarci a immaginare il futuro con nuove lenti, con una nuova cultura del lavoro e del territorio per non rimanere appesi ad un passato di politica industriale che non ha più senso né prospettive’.

Più chiaro di così…

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