Pocahontas è soltanto una favola. Ecco in un libro la vera storia del popolo dei nativi americani

di Thomas Pistoia

Quando il Sole alzò la testa tra le spalle della notte / c’erano solo cani e fumo e tende capovolte.”

E’ un verso della canzone “Fiume Sand Creek” di Fabrizio De André, uno dei pochi artisti che ha saputo e voluto scrivere del genocidio subito dai nativi americani cominciato all’inizio della colonizzazione del nuovo continente e in qualche modo ancora in corso anche ai giorni nostri.

Un genocidio che non è stato solo fisico, tramite guerre senza speranza di vittoria per gli indigeni, che nel giro di pochi decenni si sono visti confinati dall’uomo bianco dentro le cosiddette “riserve”, ma anche culturale. In un tempo relativamente breve è stato cancellato un patrimonio di tradizioni, linguistico e religioso, di inestimabile portata.

Basti pensare a come sono visti, ancora oggi, nell’immaginario collettivo, i nativi americani. Sono gli indiani cattivi di film e telefilm. Gli Apache, i Sioux, i Cheyenne, nomi di tribù che conosciamo grazie alla narrazione dell’epopea del Far West, avvenuta soprattutto tramite il cinema, che ha generato storie forse avventuriose e avvincenti, ma raramente ha rispettato la verità storica. Ha ignorato, ad esempio, centinaia di altre tribù rimaste ai più sconosciute. Sono ben cinquecentotrentacinque infatti, le comunità di nativi presenti su tutto il territorio americano.

Acquista dunque un’enorme importanza l’opera dell’artista della tribù Lakota Danielle SeeWalker e della fotografa Carlotta Cardana, che con il progetto “The Red Road Project”, si sono impegnate nella recupero della storia degli indigeni d’America. Il loro lavoro è raccolto ora in un libro intitolato “Siamo ancora qui. Il passato e il presente dei nativi americani”.

Il 16 dicembre, nell’ambito di “Archiviazioni”, la rassegna di incontri virtuali a cura dell’”Archivio di Genere” (Adg) si è svolto il seminario online che prende il titolo proprio da questo volume, edito da Dots Edizioni e già tradotto anche in lingua inglese.

L’incontro, a cura di Lorena Carbonara, ricercatrice dell’Università della Calabria e prefattrice dell’opera, ha avuto come ospiti le due autrici, con la moderazione di Paola Zaccaria e la traduzione di Laura Centonze.

Il progetto, hanno detto SeeWalker e Cardana, ha lo scopo di creare un ponte tra due mondi, utilizzando parole e immagini, cercando così di trovare un punto comune tra queste due forme d’espressione.

Quello che abbiamo cercato di fare” ha aggiunto l’artista di origine Lakota “è far conoscere le varie tribù dei nativi, offrendo al lettore una panoramica, evidenziando le enormi differenze tra le varie comunità”.

Una vera e propria sfida, ha sottolineato Carlotta Cadana, quella di entrare nella vita quotidiana di un popolo che oggi è martoriato dalla miseria, dalla tossicodipendenza, dalla violenza.

Danielle SeeWalker e Carlotta Cadana

Durante questo lavoro, grazie a Danielle, sono stata accolta nella comunità nativo americana come una di famiglia. Ma hanno avuto molta fiducia anche in lei, forse dipende dal fatto che in quanto donne ispiriamo una certa sicurezza. Non è facile entrare nella vita quotidiana di persone che nei decenni sono state sfruttate e maltrattate. Bisogna vincere la diffidenza e avvicinarsi in punta di piedi”.

E sulla donna, fulcro degli interessi dell’Adg, si è poi incentrata la discussione.

Le due autrici hanno evidenziato come le donne native americane fossero, prima della colonizzazione europea, il fulcro delle loro comunità.

Una società quasi matriarcale era quella su cui si fondavano le tribù, di cui le donne erano il cuore pulsante, rispettate e considerate portatrici di saggezza.

La colonizzazione ha infettato il loro mondo, trasmettendo il virus europeo della sottomissione femminile anche nei confronti dell’uomo bianco. Un virus che resiste ancora oggi e dà luogo a narrazioni romantiche ma del tutto prive di verità storica, come quella, ad esempio, di Pocahontas.

Lo stesso è accaduto nei confronti di coloro i quali non si identificavano con il genere maschio e femmina. Rispettati dalle tribù, sono divenuti, dopo la colonizzazione, i “diversi”, secondo una concezione discriminatoria tutta europea.

Nel libro la documentazione fotografica frutto del lavoro di Carlotta Cardana si è concretizza in un rapporto diretto con i soggetti fotografati. Tutti hanno avuto la possibilità di scegliere cosa indossare e il luogo nel quale essere ritratti. D’altronde il tipo di fotografia praticata dall’artista prevede l’uso di un apparecchio a pellicola d’altri tempi, abbastanza ingombrante, in cui l’operatore per guardare nel mirino deve chinare il capo verso il basso. E’ una fotografia non aggressiva, lenta, contemplativa, che dà tempo al fotografo e al soggetto di conoscersi e entrare in confidenza.

Danielle SeeWalker ha concluso l’incontro sottolineando anche la ferita profonda subita dalle tradizioni e dalla religione del suo popolo.

Un popolo dalla forte interiorità che vede fondamentale il rapporto con la madre terra che per questo è molto più sensibile ai temi dell’ecologia.

“Noi non viviamo sulla terra” ha detto “bensì siamo parte di essa”. Forte il richiamo anche ad eventi recenti, come la protesta contro la creazione dell’oleodotto di Standing Rock.

Il lavoro di Danielle SeeWalker e Carlotta Cardana comunque non termina con il libro. Il progetto prosegue e mira ad aggiungere alla documentaristica, una componente più attivista. Nell’attesa e nella speranza che il nuovo governo americano voglia coinvolgere nel cambiamento che ha promesso, anche i nativi.

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Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor. Ha collaborato con Astorina per alcune storie di Diabolik.

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