Ecolio2, rifiuti pericolosi senza autorizzazione: scatta il sequestro, 15 indagati

Senza autorizzazione la conversione dell’impianto di Spiggiano Canale per conseguire un ingiusto profitto: era nato per il trattamento di acque di vegetazione a smaltimento. Contestati carenze strutturali, emissione di odori acri e scarico nel suolo di inquinanti: riscontrata la presenza di mercurio. Il decreto del gip del Tribunale di Lecce eseguito dai militari della Forestale e dagli agenti della polizia provinciale

 

Di Stefania De Cristofaro

 

LECCE – Aria irrespirabile, odori nauseabondi. Puzza insopportabile, quella dell’impianto Ecolio 2, realizzato a Spiggiano Canale, Presicce, nel Sud del Salento. Quell’impianto, contestato più volte dai residenti di cinque comuni, è stato sequestrato in via preventiva con contestuale iscrizione sul registro degli indagati di 15 persone perché smaltiva rifiuti anche pericolosi, senza autorizzazione, con ingiusto profitto per le società coinvolte.

 IL DECRETO DI SEQUETRO PREVENTIVO DELLA GIP DEL TRIBUNALE ESEGUITO DA FORESTALI E POLIZIA PROVINCIALE

O meglio: l’autorizzazione c’era, ma era “macroscopicamente illegittima” visto che era stata rilasciata dalla Regione Puglia, sulla base di una falsa attestazione di condizioni e prescrizioni di legge, per effetto della quale l’impianto è entrato in esercizio, pur non essendoci mai stata l’approvazione del progetto di variante: da impianto di trattamento di acque di vegetazione a vero e proprio impianto di smaltimento di rifiuti.

Assurdo, ma vero. Tutto documentato dalle indagini condotte in tandem dai carabinieri forestali e dagli agenti della polizia provinciale di Lecce, sotto il coordinamento della Procura salentina: il decreto di sequestro è stato firmato dalla gip Simona Panzera, su richiesta dei procuratori aggiunti Elsa Valeria Mignone e Guglielmo Cataldi. Il provvedimento, di fatto, accoglie le richieste di stop che negli ultimi due anni erano arrivate dai cittadini residenti nei comuni di Presicce, Acquarica, Salve, Morciano, Patù, sotto forma di segnalazioni e persino di esposti. Due anni di battaglie per quella puzza, alla disperata ricerca della causa dell’aria irrespirabile. Tanto da costringere più di qualche famiglia della zona a chiudere le finestre della propria abitazione.

La spiegazione cercata a lungo è contenuta nel decreto di sequestro, nella parte in cui la gip ricostruisce la vera storia dell’impianto Ecolio 2 srl, arrivando a contestare l’assenza dell’autorizzazione per l’esercizio dell’impianto che, nella realtà, era diventato impianto per lo svolgimento delle attività di “recupero e smaltimento di rifiuti, pericolosi e non”, con una serie di conseguenze come l’emissione di odori acri e lo scarico nel suolo di inquinanti: è stata riscontrata anche la presenza di mercurio. Reati penalmente rilevanti per i quali sono ad oggi indagate 15 persone, in relazione agli incarichi svolti.

GLI INDAGATI PER RECUPERO E SMALTIMENTO DI RIFIUTI PERICOLOSI E NON

Sotto inchiesta sono finiti in primis il legale rappresentante della società Ecolio 2 e il responsabile tecnico dell’impianto Ecolio 2 srl. Indagati anche il Technical Service e Deputy – Vice President e Senior Vice President dello stabilimento ENI S.p.A” di Viggiano (Potenza); il direttore tecnico e responsabile dello stabilimento “Siderurgica Signorile srl” di Bari; l’amministratore unico dello stabilimento “ASECO S.p.a.” di Ginosa (Taranto); il legale rappresentante e direttore Tecnico dello stabilimento “I.C.O.P. S.p.a.di Basiliano; il  responsabile tecnico e legale rappresentante dello stabilimento “Progetto Ambiente Bacino Lecce Tredi Ugento.

Sono indagati, inoltre: il legale rappresentante  della società “Monteco s.r.l.” e il responsabile tecnico dell’Area 2 Discarica in fase post gestione di Ugento località “Burgesi”; il legale rappresentante e responsabile tecnico dello stabilimento Eden 94 s.r.l.” di Manduria; il presidente del consiglio d’amministrazione e rappresentante d’impresa; l’amministratore delegato e il rappresentante d’impresa; il direttore generale dello stabilimento “Manduriambiente Spa” di Manduria località “La Chianca”.

Fra i nomi degli indagati, spicca quello di Italo Forina, imprenditore al quale sono riconducibili altri due impianti: Ecolio srl di Melendugno e Solvic srl di Canosa. E’ sotto processo a conclusione dell’inchiesta nota come Peltrogate, nel quale sono coinvolti anche diversi funzionari degli impianti petroliferi della società Eni. Le udienze sono in corso dal 2016.

L’INGIUSTO PROFITTO CONSEGUENTE ALLO SMALTIMENTO ABUSIVO DI INGENTI QUANTITATIVI DI RIFIUTI

Tanto per i pm, che per la gip, sono tutti coinvolti nell’

allestimento di mezzi e attività continuative e organizzative” per la gestione e lo smaltimento abusivo di “ingenti quantitativi di rifiuti pericolosi e non, “al fine di procurarsi un ingiusto profitto”.

Tra i rifiuti smaltiti, nel decreto di sequestro, si fa espressamente riferimento ad “acque di strato associate agli idrocarburi liquidi separate dal greggio estratto dal sottosuolo, percolato di discarica, rifiuti liquidi acquosi provenienti da 58 stabilimenti”.

L’INIZIO DELLA STORIA DELL’IMPIANTO: IL PRIMO ATTO RISALE AL 2011

Com’è stato possibile arrivare a tanto? Il punto di partenza, stando alle indagini, è costituito da un atto della regione Puglia del 18 maggio 2011: nel fascicolo, infatti, c’è la determinazione regionale Aia con la quale “si autorizzavano lo stoccaggio e trattamento di rifiuti pericolosi e non pericolosi.”. L’impianto era stato originariamente concepito e progettato per depurare le acque di vegetazione dei frantoi. Tutta un’altra cosa. Poi c’è stata la conversione che per la gip è stata illegittima perché rilasciata dal Dirigente dell’Ufficio grandi inquinamenti e grandi impianti della Regione Puglia, sulla falsa prospettazione dell’esistenza di condizioni, prescrizioni e attuazione degli adempimenti previsti ai sensi del D.lgs n.59/2005, che costituiscono il presupposto per il rilascio dell’Autorizzazione Integrata Ambientale.

ASSENZA DELLA PREVENTIVA APPROVAZIONE DEL PROGETTO DI VARIANTE

In questo modo, quindi, è stato ottenuto il titolo autorizzativo all’esercizio di attività di trattamento di rifiuti pericolosi e non, in assenza della preventiva approvazione del progetto di variante da impianto di trattamento di acque di vegetazione a impianto di smaltimento di rifiuti speciali pericolosi e non. Più esattamente era stata rilasciata dalla Provincia di Lecce, la determina di autorizzazione provvisoria all’esercizio (n.2766/1999 del 28.7.1999) sulla base della variante al progetto originario “per la realizzazione di un sistema integrato per il trattamento di acque di  evaporato di acque di vegetazione e liquami provenienti da fosse settiche… sino al limite di 500 mc/g”. E’ stato accertato che quella variante non è “mai stata approvata”.

Negli anni è stato anche autorizzato (nel 2000 e nel 2001) il trattamento della sezione biologica per un quantitativo di rifiuti liquidi provenienti da fosse settiche per complessivi 720 mc/g (rispetto ai 500mc/g),  sulla base di un parere favorevole del Comitato operativo (n. 398/1996) e di una Delibera della giunta provinciale (n. 2561 del 1996) di approvazione del progetto di variante per l’installazione di un sistema integrato per il trattamento di evaporato di acque di vegetazione e liquami provenienti da fosse settiche.  Entrambi rilasciati per il progetto di variante dell’impianto Ecolio 1 con sede in Melendugno, affatto diverso di quello oggetto di autorizzazione.

CARENZE STRUTTURALI, ODORI ACRI E SCARICO DI SOSTANZE INQUINANTI

Per quanto riguarda le sezioni termica e biologica, esistenti presso la discarica, sono state contestate  gravi carenze strutturali, emissione di odori acri e maleodoranti e  lo scarico nel suolo di sostanze inquinanti, attuando con modalità di trattamento e smaltimento di rifiuti pericolosi e non pericolosi, in violazione delle condizioni e prescrizioni cui erano subordinati il rilascio e l’efficacia dell’Autorizzazione Integrata Ambientale del 2011 rilasciata dalla Regione Puglia, confermata nel 2017 dalla Provincia di Lecce.

Per quanto riguarda, in particolare, il generatore di calore (la cosiddetta caldaia) del camino E1, è stato accertato il mal funzionamento a causa di continui spegnimenti. Funzionando a singhiozzo, non ha garantito la stabilità del processo di combustione, e le ordinarie attività ispettive di campionamento. Questi aspetti sono stati evidenziati a conclusione dell’attività di ispezione straordinaria condotta dall’Arpa (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente) il 19 febbraio 2019. Gli ispettori dell’Arpa hanno anche accertato che l’area di accesso alla piattaforma e l’area alla base del camino E1 erano sporche in maniera significativa da prodotto, verosimilmente uscito dal camino, non assicurando le condizioni minime di sicurezza e salubrità.

IL SUPERAMENTO DEI LIMITI MASSIMI CONSETITI DALLA LEGGE: SOSTANZE TOSSICHE E NOCIVE PER LA SALUTE

Sempre l’Arpa ha riscontrato il superamento del limite di emissione del parametro indicato con la sigla COT, che indica la sommatoria delle concentrazioni delle sostanze organiche volatili comprese quelle tossiche e nocive per la salute umana: era  superiore a quello di legge, ovvero con valori medi di 600 mg/Nm³.

C’è stato il superamento del limite di emissione del parametro “Azoto Totale” dei reflui industriali in uscita dal trattamento biologico nello scarico idrico S1 (sul suolo in trincea drenante), superiore al limite di legge, ovvero pari a 18,9 mg/l  ± 2,4; a fronte  di un limite massimo di 15 mg/.

E’ stata anche accertata la presenza di “Mercurio” nei reflui industriali in uscita dal trattamento biologico nello scarico idrico S1 (sul suolo in trincea drenante), in violazione di legge.

INDICAZIONI DEI CODICI CER NON PERTINENTI: ATTRIBUZIONE IN MANIERA ARBITRARIA

Tutto questo, stando ai risultati dell’inchiesta, è stato possibile perché i rifiuti, pericolosi e non, sono stati conferiti dagli impianti di produzione e ricevuti dall’impianto “Ecolio 2” con indicazioni di codice CER (catalogo europeo dei rifiuti) non pertinenti. Dagli atti dell’inchiesta, si apprende che sono stati attribuiti in maniera arbitraria, poiché non attestavano l’effettiva provenienza del rifiuto. Il motivo: non rendere riconoscibile la reale origine del rifiuto gestito e le sostanze pericolose in esso presenti, con elusione del limite imposto nell’Autorizzazione per la ricezione dei rifiuti pericolosi.

In molti casi, è stato assegnato il codice CER 16 00 00 previsto come residuale dalle disposizioni di legge, da indicare solo nelle situazioni in cui nessun codice del catalogo è correlabile con l’attività da cui si origina il rifiuto, ovvero non è identificabile l’origine del rifiuto. Questo codice, invece, era usato per rifiuti dei quali era ben identificabile l’origine, per classificare gli stessi come non pericolosi, in assenza di adeguate analisi di caratterizzazione del rifiuto. Analisi doverose in caso di utilizzo di codice speculare non pericoloso.

Nel decreto di sequestro, la gip ha elencato quantità e tipologia dei rifiuti, per spiegare le ragioni alla base della necessaria apposizione dei sigilli. Nell’elenco ci sono: 12.550,37 tonnellate di rifiuti provenienti dall’impianto di estrazione e trattamento idrocarburi Eni s.p.a. di Vigiano, illecitamente smaltiti come rifiuti non pericolosi e con codice non appropriato (acque di strato associate agli idrocarburi liquidi separate dal greggio estratto dal sottosuolo); 1.170,85 tonnellate di rifiuti provenienti dall’impianto Aseco S.p.A. di Ginosa, in assenza di analisi di caratterizzazione; 2.278,35 tonnellate di rifiuti provenienti dall’impianto I.CO.P. S.p.A. di Basiliano, illecitamente smaltiti come rifiuti non pericolosi come le acque provenienti da attività di costruzione e perforazione per la realizzazione della TAP. Tap, Trans Adriatic Pipeline,  trasporta in Europa il gas naturale del giacimento di Shah Deniz II in Azerbaijan. Collegandosi con il Trans Anatolian Pipeline (TANAP) alla frontiera greco-turca, TAP attraversa il Nord della Grecia, l’Albania e il Mare Adriatico per di approdare nel Sud Italia, in Puglia, nel Salento, dove si connette alla rete di distribuzione italiana del gas a San Foca, località del Comune di Melendugno.

Nell’elenco riportato nel decreto di sequestro ci sono anche: 1.409,48 tonnellate di rifiuti provenienti dall’impianto Manduriambiente S.p.A. di Manduria, illecitamente smaltiti come rifiuti non pericolosi; 1.017,45 tonnellate di rifiuti provenienti dall’impianto Progetto Ambiente Bacino Lecce Tre s.r.l. di Ugento;

1.085,20 tonnellate di rifiuti classificati come non pericolosi provenienti dall’impianto Monteco s.r.l. illecitamente ricevuti dalla “Ecolio2”; 2.741,49 tonnellate di rifiuti classificati come non pericolosi provenienti dall’impianto Progetto Ambiente Bacino Lecce Tre s.r.l. illecitamente ricevuti dalla “Ecolio2”.

Gli accertamenti hanno scoperto che sono stati ricevuti dall’impianto “Siderurgica Signorile snc” rifiuti classificati con Codice CER 16 03 03*, rifiuti inorganici contenenti sostanze pericolose, benché gli stessi provenissero da impianto di gestione di rifiuti e competesse loro un codice della sezione 19 00 00, rifiuti prodotti da impianti di trattamento di rifiuti, e dall’impianto Eden 44 s.r.l. classificati con Codice CER 19 07 03, percolato di discarica diverso da quello di cui alla voce 19 07 02, nonostante l’impianto svolgesse attività di produzione di compost.

LE INCHIESTE GIORNALISTICHE DEL TACCO D’ITALIA SULL’IMPIANTO ECOLIO2

La testata giornalista Il Tacco d’Italia si è occupata diverse volte dell’impianto Ecolio2: la prima quando l’edizione era cartacea, nel 2005, sino ad arrivare all’ultimo articolo firmato da Ada Martella con la quale la giornalista ha conquistato la menzione speciale al premio Giustolisi, verità e giustizia.

Il premio è dedicato al giornalista de l’Espresso, Franco Giustolisi, il quale disvelò e denunciò l’esistenza de “l’armadio della vergogna”, pubblicando il libro omonimo, in cui raccontava l’esistenza degli archivi con i nomi delle vittime del regime fasciste in Italia. Archivi che lui stesso aveva scoperto.

Il funzionamento dell’impianto Ecolio è stato fermato. Bloccato, almeno per il momento.

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Stefania De Cristofaro

Giornalista per passione e professione. Nata a Napoli, brindisina d'adozione, laurea in Scienze politiche e relazione internazionali all'Università del Salento

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