Ucciso a 22 anni con un colpo di pistola alla testa: due condanne all’ergastolo per l’omicidio di Francesco Fasano

Colpevoli Daniele Manni, 41 anni, di Casarano, e Angelo Rizzo, 29, di Melissano: i giudici della Corte d’Assise di Lecce hanno accolto la richiesta delle pm sul fatto di sangue avvenuto il 25 luglio 2018. Movente: tensioni interne alla gestione della droga

LECCE – Con la sentenza della Corte d’Assise di Lecce arriva la prima verità processuale sull’omicidio di Francesco Fasano, ucciso a 22 anni da un colpo di pistola alla tempia, il 25 luglio 2018: i giudici hanno condannato all’ergastolo Daniele Manni, 41 anni di Casarano e Angelo Rizzo, 25, residente a Melissano, comune d’origine della vittima.

LA SENTENZA DELLA CORTE D’ASSISE DI LECCE: L’OMICIDIO E IL TRAFFICO DI DROGA

Per Manni e Rizzo, i giudici togati e popolari (Presidente Pietro Baffa, a latere Pietro Errede) hanno disposto l’isolamento diurno per 18 mesi, avendo riconosciuto due aggravanti all’accusa di omicidio volontario: premeditazione e motivi abietti e futili, da cercare e trovare nella gestione dello spaccio di sostanze stupefacenti. Manni è stato assolto dall’accusa di duplice tentato omicidio per non aver commesso il fatto: il capo di imputazione era relativo alle azioni di fuoco ai danni dello stesso Francesco Fasano e di Pietro Bevilacqua, i quali riuscirono a scampare alla morte tre giorni prima del 25 luglio 2018.

Il dibattimento dinanzi alla Corte d’Assise è arrivato al termine nel pomeriggio del 26 novembre 2020: i giudici sono arrivati alle stesse conclusioni a cui sono arrivare le pm Stefania Mininni e Maria Vallefuoco, partendo dai risultati delle indagini svolte dai carabinieri del Nucleo Investigativo.

La Corte, inoltre, ha condannato Daniele Manni e Angelo Rizzo,  per associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga. Stessa accusa è stata affermata per Luciano Manni, 67 anni, padre di Daniele Manni, alla pena di 24 anni di reclusione, a fronte della richiesta a 15 anni; e Antonio Librando, 54 anni, alla pena di 14 anni di reclusione, rispetto alla richiesta di 12 anni avanzata al termine della requisitoria.

Le motivazioni che hanno portato i giudici alla sentenza saranno depositate nel termine di 15 giorni: con il deposito sarà, quindi, possibile conoscere quali sono stati gli elementi in base ai quali è stato costruito il convincimento della Corte, in linea con l’impianto accusatorio. Nel dispositivo è stata riconosciuta una provvisionale di 50mila euro a testa per i familiari di Fasano, costituiti parte civile con gli avvocati penalisti Arcangelo Corvaglia e Luigi Corvaglia, ai fini del risarcimento del danno da parte di Manni e Rizzo. Gli imputati sono stati difesi dagli avvocati Stefano Pati, Mario Ciardo, Francesca Conte ed Ezio Garzia. Solo dopo la lettura delle motivazioni, valuteranno se ricorrere o meno in Appello.

IL TRAFFICO DI DROGA A MELISSANO, LA CREAZIONE DI DUE GRUPPI E L’ULTIMO BLITZ CON 23 ARRESTI

Sulla scia di sangue degli omicidi di Francesco Fasano e di Manuele Cesari, avvenuti nell’arco di quattro mesi a Melissano, si inserisce la recente inchiesta sul traffico di droga in quella zona, sfociata nel blitz del 21 ottobre 2020 con 23 arresti. La gestione delle sostanze stupefacenti è stata considerata dalle pm titolari del fascicolo sull’omicidio Fasano come movente.

Le indagini hanno evidenziato una frattura nel clan capeggiato dai gemelli Antonio e Ferdinando Librando per il controllo degli stupefacenti e la creazione di due gruppi contrapposti, quello dei Barbetta e quello di Pietro Bevilacqua e Biagio Manni.

Cesari viene gambizzato il 21 marzo, muore in ospedale dopo sei giorni, a causa delle gravissime ferite riportate. Chiaro, sin da subito, lo scenario nel quale inquadrare gli omicidi: “Episodi segnati in maniera risolutiva dalla frattura interna al clan capeggiato dai gemelli Antonio e Ferdinando Librando, maturata nell’ambito della spartizione per il controllo del traffico illecito degli stupefacenti sul territorio di riferimento”, spiegano gli investigatori. La droga era il core business del sodalizio.

“Le risultanze investigative hanno evidenziato la scissione della compagine melissanese, fino ad allora ancorata a Manuele Cesari che, in seguito alla sua morte, con il tempo ed i contrasti tra i sodali, ha portato alla creazione di due fazioni: da un lato, il gruppo “Barbetta”, costituito da Luciano Manni e dai figli Daniele e Maicol Andrea, dall’altro quello di Pietro Bevilacqua e Biagio Manni”, spiegano i militari. In entrambi i casi, le consorterie sono rimaste legate alla famiglia Librando che, nei fatti, è riuscita a mantenere una posizione di egemonia.

Si è venuta, quindi, a creare una fase delicata nel corso della quale c’è stata una riorganizzazione: “Durante il riassetto, il giovanissimo Francesco Fasano è rimasto legato alla famiglia Bevilacqua, in virtù di una storica amicizia con quest’ultimo sin dai tempi dell’infanzia”, sottolineano gli investigatori. L’indagine attraverso una serie di intercettazioni, sia telefoniche che ambientali, ha consentito di documentare “l’attualità e l’estrema operatività del clan, al cui vertice si pone Antonio Librando, già condannato per associazione per delinquere di tipo mafioso, promotore di un sodalizio criminale operante su Melissano”. Secondo l’impostazione accusatoria, Librando si è “avvalso di Luciano Manni, già condannato per associazione per delinquere di tipo mafioso, Manni Daniele, Manni Maicol Andrea, Rizzo Angelo, Vantaggiato Gianni, quest’ultimo condannato per associazione per delinquere di tipo mafioso e omicidio, nonché di Luca Piscopiello, Luca Rimo. Questo gruppo era “contrapposto alla scissa consorteria criminale, in via di formazione, promossa da Biagio Manni, condannato per omicidio, con Pietro Bevilacqua e Francesco Luigi Fasano” poi ucciso.

CLIMA DI TENSIONE: ENTRAMBE LE FAZIONI DISPOSTE A UCCIDERE

Gli accertamenti posti in essere dai carabinieri hanno evidenziato l’inasprimento dei rapporti tra i due gruppi dell’associazione, sino ad arrivare a un clima di estrema tensione. Una “guerra in cui le vittime designate erano, in maniera indistinta, gli appartenenti all’una o all’altra fazione”, finalizzata alla “conquista di posizioni gerarchiche da rivestire all’interno dell’associazione per il controllo dell’attività di approvvigionamento e distribuzione dello stupefacente e per la spartizione dei relativi compensi”.

Queste contese hanno determinato l’ira tra i gruppi di Luciano Manni “barbetta” e Pietro Bevilacqua/Biagio Manni: erano “entrambi disposti a uccidere, tanto che per raggiungere questo scopo hanno posto in essere un sistema di controllo basato sul pedinamento dell’appartenente al gruppo rivale con veri e propri servizi di osservazione anche notturna e dove, alla prima favorevole occasione, si sarebbe proceduto alla soppressione dell’avversario, se ce ne fosse stata l’occasione”.

Per l’omicidio di Francesco Fasano c’è una sentenza di primo grado che, al netto dei possibili ricorsi in Appello, ha valore di verità.

 

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