“Estorsioni per le aste giudiziarie”: a Brindisi sequestro per due milioni di euro

DOSSIER/1 Quattordici appartamenti, tre dei quali a Lecce, più disponibilità finanziarie per 450mila euro riconducibili a Diego Fimmanò, 49 anni, arrestato dalla Squadra Mobile il 15 luglio 2019 nell’inchiesta “Incanto”: “Evidente sproporzione rispetto ai redditi”. Il decreto del Tribunale su richiesta del questore Ferdinando Rossi

 

Di Stefania De Cristofaro

 

BRINDISI – Redditi esigui legati a qualche giornata lavorativa per un massimo di duemila euro l’anno a fronte di un patrimonio del valore di due milioni di euro: sotto sequestro sono finiti 14 appartamenti, tra Brindisi e Lecce, più disponibilità finanziarie per 450mila euro, tutto riconducibile a Diego Fimmanò, 49 anni, nato e residente a Brindisi, arrestato nell’estate 2019 dalla Mobile nell’inchiesta sulle aste giudiziarie e, nel frattempo, rimesso in libertà per decorrenza dei termini massimi di custodia cautelare e finito sotto processo per turbativa d’asta ed estorsione (consumata e tentata).

IL DECRETO DI SEQUESTRO PREVENTIVO SU RICHIESTA DEL QUESTORE DI BRINDISI FERDINANDO ROSSI

Il decreto di sequestro preventivo dei beni mobili e immobili è stato eseguito oggi, 5 novembre 2020, dagli agenti della Divisione Polizia Anticrimine – Sezione Misure di Prevenzione Personali e Patrimoniali, coordinati dal primo dirigente Francesco Barnaba.

“Il provvedimento costituisce il momento esecutivo del sequestro disposto dal Tribunale di Lecce in accoglimento della proposta accusatoria formulata dal Questore di Brindisi, Ferdinando Rossi, a conclusione di una articolata attività investigativa curata dagli agenti della Divisione Polizia Anticrimine e avviata all’indomani dell’esecuzione degli arresti operati dalla Squadra Mobile brindisina il 15 luglio 2019 per estorsione aggravata e turbativa della libertà degli incanti”, si legge nella nota stampa della questura.

L’INCHIESTA DELLA SQUADRA MOBILE SULLE ASTE GIUDIARIE E GLI ARRESTI DEL 15 LUGLIO 2019

Dieci i destinatari di ordinanza di custodia cautelare, tra i quali Fimmanò, per il quale la permanenza in carcere durò qualche giorno: ottenne  i domiciliari per motivi di salute. “Questi, orbitante nella criminalità organizzata locale, e i suoi diretti congiunti sono risultati essere, dalle risultanze investigative, intestatari di ingenti disponibilità di beni di valore notevolmente sproporzionato rispetto ai loro redditi dichiarati ed attività economiche svolte”, spiegano gli investigatori. Stando a quanto contestato nella richiesta di sequestro avanzata dal questore e accolta dal Tribunale, “la disponibilità diretta o indiretta dei beni è risultata essere in capo a Fimmanò”.

LE ACCUSE: PATRIMONIO IMMOBILIARE FRUTTO DI REIVENSTIMENTO DI CAPITALE ILLECITO

Secondo l’accusa, “il patrimonio immobiliare” è “frutto di reinvestimento di capitali presumibilmente illecitamente percepiti”. Il censimento condotto dagli agenti della Divisione Anticrime ha portato a individuare

“11 immobili a Brindisi, e tre nella provincia di Lecce, nonché un patrimonio finanziario investito in fondi di oltre 450.000mila euro”.

“Il provvedimento è stato disposto dall’Autorità Giudiziaria che ha pienamente condiviso le risultanze investigative”, secondo cui Diego Fimmanò “aveva realizzato una struttura criminale, caratterizzata dal forte vincolo affettivo, familiare e parentale dei partecipanti che, come una vera monade era dedita all’inserimento, nel circuito dell’economia legale, di flussi economici illeciti generati sia con l’acquisizione di beni immobili, che con operazioni finanziarie fraudolenti conseguenti ad attività estorsiva e turbativa della libertà degli incanti”, spiegano ancora gli investigatori.

“Particolare rilevanza ha assunto il fatto che la condotta criminale fosse consumata proprio all’interno delle aule di giustizia del Tribunale Civile – Sezione Fallimentare, di Brindisi”.

IL MECCANISMO DELLE VENDITE GIUDIZIARIE: TURBATIVA D’ASTA ED ESTORSIONE

Il meccanismo delle vendite giudiziarie, come evidenziato dal giudice nell’ordinanza di custodia cautelare eseguita a luglio 2019, “ha consentito agli indagati di entrare nel mondo degli incanti e delle aste giudiziarie non soltanto con intenti per così dire legittimamente speculativi (partecipazione all’asta e successiva rivendita dell’immobile acquisito) ma soprattutto con scopi illeciti, e cioè ponendo in essere condotte di turbativa d’asta e di estorsione, approfittando del fatto che quasi sempre il debitore esecutato, secondo una prassi ai limiti della legalità, indirettamente, attraverso prestanomi, cerca di rientrare in possesso del bene messo all’asta e, dunque, è in posizione di particolare “vulnerabilità”e “avvicinabilità”, perché è particolarmente sensibile rispetto ad accordi turbativi o vere e proprie richieste estorsive pur di raggiungere il suo scopo che è quello di rientrare di fatto in possesso del bene staggito”.

Palazzo di Giustizia Brindisi

Sempre il gip nel provvedimento di arresto:

“Tale ingresso nel mondo delle vendite giudiziarie apriva una duplice via di guadagno illecito per il sodalizio criminale”.

Da un lato quella “legittimamente speculativa, consistente nell’acquisto, dopo avere estromesso dalla gara con pressioni e minacce gli altri partecipanti, e nella successiva rivendita a prezzo maggiorato dell’immobile e per altro verso quella che consentiva agli esecutati di rientrare in possesso del bene dietro la dazione di rilevanti somme di denaro necessarie, per come asserito dagli estorsori, a dissuadere dal partecipare alla vendita altri soggetti che, a volte artatamente, presentavano offerte”.

Gli acquisti  – stando all’impostazione accusatoria veniva effettuati – “minacciando i legittimi partecipanti” i quali “si vedevano, così, costretti a rinunciare”. L’acquisto “veniva aggiudicato ai sodali a prezzi inferiori a quelli che si sarebbero raggiunti qualora non fosse intervenuta la turbativa”.

“Per quanto riguarda la seconda fonte di illecito lucro va segnalato che al fine di simulare l’interesse verso il bene posto all’incanto di numerosi partecipanti alla gara verso i quali i sodali indirizzavano l’impegno a farli desistere sovente erano gli stessi estorsori a far partecipare alla vendita loro parenti o amici i quali presentavano delle offerte ritirate immediatamente dopo l’aggiudicazione”, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare.

PROCESSO IMMEDIATO E INTERCETTAZIONI: PARLAVANO DI FORCHETTE PER RIFERIRSI ALLE ASTE

Le “prove evidenti” per il pubblico ministero hanno portato a chiedere il processo immediato per Fimmanò e gli altri coinvolti nell’inchiesta. Tra le prove, le conversazioni intercettate in fase di indagine: per riferirsi alla spartizione delle aste, parlavano di di “forchette”. Questa è una delle intercettazioni riportate nell’ordinanza: “Sentimi un attimo, a parte le chiacchiere, io mi devo muovere per quel fatto là. Basta che facciamo un discorso a testa, che se stanno due forchette, facciamo una forchetta a testa, è peccato no? Una ciascuna esce”. La telefonata risale al 15 aprile 2018, attorno alle 13,45.

A distanza di due anni da quella telefonata e di poco più di uno dagli arresti, è arrivato il sequestro di un patrimonio dal formato maxi. La difesa ha già anticipato che presenterà opposizione.

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Info sull'autore

Stefania De Cristofaro

Giornalista per passione e professione. Nata a Napoli, brindisina d'adozione, laurea in Scienze politiche e relazione internazionali all'Università del Salento

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