Decreto anti scarcerazioni e Covid, la Corte Costituzionale: “Censure infondate”

“Disciplina non in contrasto con il diritto di difesa del condannato, né con l’esigenza di tutela della sua salute né, infine, con il principio di separazione tra potere giudiziario e potere legislativo”

 

Di Stefania De Cristofaro

 

ROMA – “Censure infondate”: nel decreto anti scarcerazioni, non c’è alcuna violazione della Costituzione, nessuna lesione del diritto di difesa, né di quello della salute e neppure del principio di separazione tra i poteri legislativo e giudiziario. La Consulta si è pronunciata sul provvedimento varato dal Governo lo scorso mese di maggio, all’indomani del ritorno in libertà e del riconoscimento dei domiciliari, durante il periodo del lockdown per l’emergenza Covid 19, di detenuti indagati o già condannati per reati gravi, mafiosi in primis.

 

LE SCARCERAZIONI DURANTE I MESI DEL LOCKDOWN: 376 MAFIOSI

In quel periodo, uno dopo l’altro, erano stati scarcerati 376 detenuti, la maggior parte dei quali ristretti in regime di carcere duro, il cosiddetto 41 bis: camorristi e casalesi hanno respirato il profumo della libertà per l’effetto combinato di patologie tali da compromettere ancor di più lo stato di salute all’interno del carcere, tenuto conto del rischio di contagio da Covid 19.

Dopo il decreto legge proposto dal ministero della Giustizia, Alfonso Bonafede, tutti (o quasi) sono ritornati in cella. Il decreto è stato impugnato dinanzi alla Corte Costituzionale dai magistrati del Tribunale di sorveglianza di Sassari, Spoleto e Avellino.

Ieri la questione è stata affrontata in camera di Consiglio e, in attesa del deposito delle motivazioni della sentenza, l’ufficio stampa della Consulta ha reso noto che

“le questioni sono state ritenute infondate e il decreto non é in contrasto con il diritto di difesa del condannato né con l’esigenza di tutela della sua salute né, infine, con il principio di separazione tra potere giudiziario e potere legislativo”.

 

QUESTIONI DI LEGITTIMITA’ COSTITUZIONALE SOLLEVATE DAI MAGISTRATI DI SORVEGLIANZA

Erano state sollevate “questioni di legittimità costituzionale” con riferimento all’articolo 2 del decreto legge del 10 maggio 2020 n. 29 contenente

“Misure urgenti in materia di detenzione domiciliare o di differimento della pena per motivi connessi all’emergenza sanitaria da COVID-19, nella parte in cui si prevedeva che proceda a rivalutazione del provvedimento di ammissione alla detenzione domiciliare o di differimento della pena per motivi connessi all’emergenza sanitaria da COVID-19 il magistrato di sorveglianza che lo ha emesso, per violazione degli artt. 3, 24 comma 2 e 111 comma 2 Costituzione”.

La questione di legittimità costituzionale era stata sollevata per la prima volta già  nel mese di maggio, ma la Corte Costituzionale, con una prima decisione, aveva deciso di restituire gli atti al Magistrato di sorveglianza di Spoleto per verificare se, alla luce delle modifiche introdotte con la successiva legge n. 70 del 2020, le questioni fossero ancora non manifestamente infondate.

A seguito della restituzione degli atti, il Magistrato di sorveglianza di Spoleto aveva nuovamente sollevato questione di legittimità costituzionale con ordinanza del 18 agosto 2020.

Secondo quanto si apprende dal sito della Corte Costituzionale, la Consulta ha ritenuto le questioni non fondate.

 

IL TESTO DEL COMUNICATO IN ATTESA DELLE MOTIVAZIONI DELLA CORTE COSTITUZIONALE

Questo è il testo integrale del comunicato stampa: “La Corte costituzionale, riunita oggi in camera di consiglio, ha esaminato le questioni sollevate dal Tribunale di sorveglianza di Sassari e dai Magistrati di sorveglianza di Spoleto e di Avellino sul decreto legge n. 29 del 2020 e sulla legge n.70 del 2020 relativi alle scarcerazioni, connesse all’emergenza COVID, di detenuti condannati per reati di particolare gravità.In attesa del deposito della sentenza, l’Ufficio stampa della Corte fa sapere che le questioni sono state ritenute infondate.
La disciplina censurata impone ai giudici di sorveglianza di verificare periodicamente la perdurante sussistenza delle ragioni che giustificano la detenzione domiciliare per motivi di salute. A tal fine, i giudici sono tenuti ad acquisire una serie di documenti e di pareri, in particolare da parte dell’Amministrazione penitenziaria, della Procura nazionale antimafia e della Procura distrettuale antimafia.
La Corte ha ritenuto che questa disciplina non sia in contrasto con il diritto di difesa del condannato né con l’esigenza di tutela della sua salute né, infine, con il principio di separazione tra potere giudiziario e potere legislativo.
La motivazione della sentenza sarà depositata nelle prossime settimane”.

 

I BOSS PUGLIESI ACCUSATI DI ESSERE MAFIOSI: NESSUNA SCARCERAZIONE DURANTE IL LOCKDOWN

Pino Rogoli

Quanto ai pugliesi accusati di essere mafiosi o già riconosciuti come tali dallo Stato, sono rimasti tutti in cella durante il periodo del lockdown: per i boss della Sacra Corona, da Pino Rogoli a Salvatore Buccarella non sono state presentate istanze finalizzate all’ottenimento del differimento della pena legate al Covid 19.

Pino Rogoli, 74 anni, ex piastrellista di Mesagne, è stato riconosciuto come il “fondatore della Scu” ed è ad oggi detenuto nel carcere di massima sicurezza di Viterbo, dove sta scontando il “fine pena mai”. La condanna all’ergastolo è diventata definitiva a conclusione dei processi nei quali era imputato in qualità di mandante di omicidi maturati in seno all’associazione di stampo mafioso, in primis quello di Antonica, avvenuto in ospedale, a Mesagne, a febbraio del 1989. Rogoli è in cella ininterrottamente dal 1981.

Salvatore Buccarella, 60 anni, è stato condannato come capo della frangia di Rogoli, peraltro ritenuta ancora attiva sul territorio, stando alle ultime inchieste coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Lecce. E’ il cosiddetto gruppo storico, indicato anche come gruppo “tuturanese” della Sacra corona unita.

Nessuna istanza neppure per i leccesi Roberto Persano, 53 anni, e per Mario Tornese, 58 anni, entrambi condannati al carcere a vita e ristretti in regime di 41 bis.

LE EVASIONI DAL CARCERE DI FOGGIA DEVASTATO DURANTE L’EMERGENZA SANITARIA DA COVID 19

Ivan Caldarola

Durante la prima ondata dell’emergenza sanitaria da Covid 19, si inserisce la fuga dal carcere di Foggia, avvenuta la mattina del 9 marzo, quando diversi detenuti riuscirono a scappare. Quindici sono stati arrestati il 30 giugno scorso in esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare ottenuta dai pm della Procura di Foggia: gli indagati sono stati accusati anche di rapina, in relazione alla sottrazione di auto  – da concessionarie e officine nella zona industriale della città – usate per la fuga. Tra i fuggitivi, poi identificati e riportati in cella, anche Ivan Caldarola, 21 anni, di Bari, ritenuto uno delle nuove leve del clan di stampo mafioso Strisciuglio del capoluogo regionale. Caldarola è imputato per lo stupro di una bambina di 12 anni.

Tra gli evasi, poi tornati in carcere, Cristoforo Aghilar, 36 anni, di Orta Nova, in provincia di Foggia: è accusato di aver ucciso Filomena Bruno, 53 anni, madre della sua ex fidanzata, la sera del 28 ottobre 2019. Ha confessato il femminicidio, all’indomani del fermo. E’ stato trovato e arrestato a fine luglio: si nascondeva in un casolare di campagna, alla periferia di Minervino Murge.

 

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Info sull'autore

Stefania De Cristofaro

Giornalista per passione e professione. Nata a Napoli, brindisina d'adozione, laurea in Scienze politiche e relazione internazionali all'Università del Salento

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