Dalla quarantena l’anno 0

Note a margine di un film di quarantena

di Chiara Idrusa Scrimieri

È un giorno di vento forte. Arrivano le campane di Gallipoli e s’impigliano fra i rami del bosco. Siamo in quarantena e ogni suono portato da lontano è un richiamo struggente e familiare. Manca poco a Pasqua, non lo hanno ancora detto ufficialmente ma non ci saranno rituali collettivi né pubbliche celebrazioni. Stento a credere che non ci potrà essere quel sussurro di fedeli per le strade, tonache scalze, profumo di fresie e grano germogliato ai piedi degli altari e quell’odore di futuro che porta la sera dei sepolcri, poco prima delle rondini e delle zagare. Non mi capacito, da laica, di non poter stare nel fruscìo di quelle sacrestie, ripetendo quella che è ormai la mia personale liturgia, ché se anche non avessi alcun film da fare sui riti della Settimana Santa ci andrei lo stesso, perché accucciata in quel sentimento mi sento a casa. A uno schiocco di campane in linea d’aria mi chiedo come se la cava in questi giorni, come si sveglia l’isola? Come vivrà il grande vuoto della ritualità collettiva quest’anno?

È così che nasce l’idea di Quarantena Anno 0. Dal vuoto, il sentimento: della città, del momento, degli altri, dell’altro. Nella necessità di sentirlo, però, il vuoto, guardandosi bene dal riempirlo secondo abitudine, sfinendo invece la necessità di allacciarsi nella mancanza. Cosa fanno, cosa e come sentono i gallipolini, mentre chiusi in casa si impongono le alternative di un sentimento di fede che va da sempre sulle stagioni? Proviamo a fare una cosa insieme? Ecco l’invito a dare ognuno un contributo di cronaca del proprio vuoto e delle proprie percezioni, prodotte con profondità e attenzione nel giro di due settimane. Ne è nato un incontro aereo, passandosi parola dai tetti, i balconi, le persiane, i cortili, attivando il gioco di inviare spezzoni video filmati col cellulare, ognuno secondo possibilità sui criteri richiesti.

Così va bene? E poi ho pensato a quest’altro. E adesso chiamo i cugini che hanno la terrazza più grande. Appena esce il sole chiedo a nonna, zia e amici di affacciarsi alla finestra. Però con la pioggia ha una sua poesia… E aspetta che vediamo anche che fanno i bambini. Io ascolto la radio di quello di fronte e non solo la televisione, magari anche i gabbiani e le campane e i rumori dalla cucina, qualche videochiamata col parente lontano.

Sopra a tutto il recupero di un filo mai perduto, il ritrovarsi dopo tempo fra noi tutti come se niente fosse cambiato.

Quale che sia il tempo trascorso, tutti ci affacciamo e ritroviamo nella linea cobalto del mare: ogni giorno, mentre la casella di posta pulsava in questo gioco di regalarci gli sguardi, lettere, cartoline e visioni di mare, abbiamo scambiato ricette di torte e biscotti, disegni di bambini, riflessioni sul passato e slanci azzardati, desideri e fragilità. Tutti i giorni ci siamo chiesti: come stai, come va?

È dove siamo abituati al pieno, che il vuoto fa più rumore. Chi non si è mai svegliato nella città vecchia non sa le campane dell’Immacolata che si rincorrono dal cortile alla corte, le radio locali solo musica italiana, pulizie e fritture in cantiere alle prime luci del mattino, gli ambulanti con l’ape per frutta verdura e altri alimentari, gli uomini a mare e le donne cantando. Lo raccontavo nel film documentario “Tutte le barche a terra”, girato con i colleghi della scuola di cinema Ipotesicinema, in un’avventura unica nel tempo, prodotta e sostenuta con aspettativa, amore e lungimiranza dalla stessa scuola, diretta da Ermanno Olmi e dalla Cineteca del Comune di Bologna. Nel mio film del 2009 Gallipoli era già in vendita, eppure resistente nella sua fedele e amorevole promessa di relazioni. Dopo l’uscita del film scrissi su “Puglia e Mare”, grazie all’invito di Giuseppe Albahari: in una dimensione di vita in cui porte e finestre sono soglie da varcare per entrare in contatto con qualcuno e la strada non è il luogo del passare ma dello stare, i gallipolini vivono, si chiamano, cucinano, vanno dal barbiere, stendono i panni, mettono una sedia fuori dalla porta di casa, aspettano. Ascoltarli ti dà una sensazione rassicurante ed elettiva, perché pensi che questo luogo vivrà di vita propria finché avrà porte e finestre aperte e sarà anche un po’ il tuo quartiere.

Il vuoto di oggi chiama il pieno di ieri, per immaginare se e come si incontreranno nelle forme del domani. Dunque, è il momento che “Tutte le barche a terra” sia messo online, a disposizione dei gallipolini, della nostra consapevolezza e della memoria comuni. Il film entra nell’undicesimo anno di vita in piena pandemia. Cosa c’è ancora di quel mondo, a distanza di dieci anni? Gli interrogativi serpeggiano ferocemente tra le strade della città ferma di oggi, rimbalzando da un’età ancora d’oro, di vita autentica e originale, quella di una comunità marinara non ancora del tutto depredata e stravolta dalle aride leggi della stagione e dall’economia dell’occasione e dell’episodio.

Dopo la Quarantena gli interrogativi si moltiplicano, alcuni sono del tutto nuovi. È diversa l’arte. È cambiata l’esigenza del racconto.

Sarà nuova la riflessione sul sé e sulle collettività. Siamo probabilmente nella grande occasione di azzerare tutto e ripartire dentro di noi, dalle esigenze dell’arte a quelle del più piccolo sentimento di vita quotidiana. Dove volevamo andare nel 2009? E ora?

Entrambi i film sono visibili su www.idrusa.net.

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Info sull'autore

Marilù Mastrogiovanni

Faccio la giornalista d'inchiesta investigativa e spero di non smettere mai. O di smettere in tempo http://www.marilumastrogiovanni.it/chi-sono-2/

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