In quarantena col mostro

In quarantena col mostro. E’ l’allarme lanciato dalla rete dei centri antiviolenza Reama, con Fondazione Pangea. E’ dimezzato il numero delle chiamate al 1522, il numero verde per denunciare ogni tipo di violenza subita dalle donne, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. E’ già un indicatore importante di che cosa stia accadendo in questo momento, tra le mura domestiche. Le donne vittime di violenza e maltrattamenti, insieme ai loro figli, sono spesso impossibilitate a chiedere aiuto. La stessa tendenza è stata registrata dal Centro antiviolenza Renata Fonte di Lecce e dal Centro antiviolenza Giraffa di Bari. Il servizio è attivo: le volontarie dei centri antiviolenza rispondono alle chiamate. Non siete sole! Una chiamata può salvare la vostra vita e quella dei vostri figli. Trovate il modo di chiedere aiuto. NUMERO VERDE: 1522

di Thomas Pistoia

Meglio chiusi dentro con chi si ama.
Ma meglio anche chiusi dentro da soli, attaccati a un cellulare o a un computer, a parlarsi da lontano. Sì, è una sofferenza, ma l’amore vero non ha distanza e resiste.
Io invece sono chiusa dentro con lui. Io sono chiusa dentro e basta.
Fino a qualche settimana fa, ogni mattina c’era una tregua. Aspettavo che uscisse per andare al lavoro come un’assetata aspetta l’acqua. Quando sentivo chiudersi la porta, il mio animo si liberava dall’angoscia. Potevo finalmente piangere.

Le lacrime sono salate. Quando vengono fuori bruciano, negli occhi gonfi di botte, sul naso, lungo gli zigomi. Ma quel nuovo dolore era un momento mio, soltanto mio. Sì, potevo piangere, potevo sfogarmi. Oggi, con lui in casa, non posso fare neanche questo. Dice che gli do fastidio.

E prima, prima potevo uscire. Certo, uscivo di nascosto, soltanto per mezz’ora, ma almeno vedevo un po’ di gente, prendevo aria nuova.
Passeggiavo per il centro senza meta. Da Piazza Sant’Oronzo fino al duomo, poi svoltavo e raggiungevo Porta Napoli. E a ritroso. Senza guardare mai una vetrina, senza prendere un caffé. Camminavo e basta, in fretta, nonostante i miei dolori alle gambe e alle braccia, con le fitte alla schiena.
Avevo imparato a camuffarmi. Una felpa, un paio di jeans, gli occhiali da sole, in modo da non essere riconosciuta, in modo che nessuno potesse dirgli “ho visto lei, da sola in centro”.

Da sola. No, per la strada non sono mai da sola, io cammino da anni con accanto la paura, che mi tiene per mano, oppure sottobraccio. Perché potrei incontrarlo. Potrebbe tornare a casa e non trovarmi.

Casa. Stare a casa, senza uscire, io lo so com’è, lo so da sempre.
E adesso il maledetto virus ha chiuso dentro tutti, anche lui.

SONO CHIUSA DENTRO CON LUI

Prima tornava a casa e sfogava su di me i problemi che lo avevano assillato durante la giornata. Perché in fondo è un uomo piccolo, insulso. Sul lavoro lo coglionano tutti, lo so. Con il suo capo e i suoi colleghi è un cane bastonato, non sa farsi valere. Sono anni che lavora a ferragosto e a natale, perché gli fregano le ferie. Con i forti non ci sa fare. Allora se la prende con me, che anni fa sono stata così stupida da non capire chi avevo di fronte.
La prima volta che mi ha picchiato… Mi tirò un ceffone così forte da stordirmi, perché secondo lui avevo guardato un tizio. Io non avevo idea di cosa stesse parlando, non avevo guardato nessuno. Nel ronzio di quel colpo in faccia riuscivo soltanto a udire la sua voce che mi urlava “sei una troia”.
Quel giorno, avrei dovuto scappare quel giorno. Ma lui chiese scusa, disse che mi amava e che era stato solo un momento di nervoso, che con la gelosia mi dava prova del suo amore. E io gli credetti. Perché io sì, io lo amavo per davvero. Ora non più. Quel sentimento, negli anni, me lo ha tirato via dalle carni a forza di botte. E me l’ha ucciso a poco a poco, ogni volta che dopo ha chiesto scusa, ogni volta che mi ha giurato che sarebbe cambiato.

Ora… Da qualche tempo non ha più la pressione del lavoro, perché è a casa. Ma non è cambiato nulla. Urla che si è rotto il cazzo di stare rinchiuso. Urla contro ciò che dice il televisore. Urla di fargli un caffé. Urla perché è finita la birra. Urla.
Gli basta una scusa, anzi, ormai non si cura neanche più di procurarsela, si alza dalla poltrona e comincia a picchiare. Non beve abbastanza da ubriacarsi, quando mi aggredisce è lucido. Mi colpisce perché pensa di poterlo fare, pensa che sia un suo diritto. E io non posso scappare. Di così tanto mondo non esiste un posto in cui io possa sfuggirgli. L’ultima volta mi ha preso per i capelli e mi ha sbattuto la testa contro al muro. Sono come una bestia in trappola, lui è sempre qui, in ogni stanza, in ogni angolo, dentro al letto, dentro al bagno, seduto a tavola. E’ sempre qui.

Maledetto virus.
Ho bisogno di aiuto, ma mi ha tolto il telefono. E comunque ho paura, paura sempre. Potrebbe uccidermi. Anzi, prima o poi, lo so, lo farà.
Maledetto virus.
No, non dico il corona. Dico la violenza.
Vorrei aprire una finestra e gridare, ma fuori, nelle strade deserte, si muovono soltanto gli ultimi freddi conati di questo inverno morente.
Allora chiusa dentro aspetto qui.

che forse verrà
prima o poi, finalmente
primavera

 

 

“L’invisibilità non è un superpotere”: in mostra 10 fotografie e 10 radiografie che raccontano il mondo di dolore e silenzio in cui vivono le donne vittime di violenza. La mostra è a cura di Fondazione Pangea e Reama

Sostieni il Tacco d’Italia!

Abbiamo bisogno dei nostri lettori per continuare a pubblicare le inchieste.

Le inchieste giornalistiche costano.
Occorre molto tempo per indagare, per crearsi una rete di fonti autorevoli, per verificare documenti e testimonianze, per scrivere e riscrivere gli articoli.
E quando si pubblica, si perdono inserzionisti invece che acquistarne e, troppo spesso, ci si deve difendere da querele temerarie e intimidazioni di ogni genere.
Per questo, cara lettrice, caro lettore, mi rivolgo a te e ti chiedo di sostenere il Tacco d’Italia!
Vogliamo continuare a offrire un’informazione indipendente che, ora più che mai, è necessaria come l’ossigeno.In questo periodo di crisi globale abbiamo infatti deciso di non retrocedere e di non sospendere la nostra attività di indagine, continuando a svolgere un servizio pubblico sicuramente scomodo ma necessario per il bene comune.

Grazie
Marilù Mastrogiovanni

SOSTIENICI ADESSO CON PAYPAL

Oppure aderisci al nostro crowdfunding

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor. Ha collaborato con Astorina per alcune storie di Diabolik.

Articoli correlati

NON seguire questo link o sarai bannato dal sito!