Sgm Lecce, Tar conferma interdittiva antimafia: “Concreto pericolo di contaminazione”

I giudici della sezione di Lecce: “Igeco presenza ingombrante permeabile a infiltrazioni mafiose nella gestione di un servizio pubblico”

 

LECCE – “Gli elementi rivelatori del pericolo di infiltrazione mafiosa risultano sufficienti a ritenere non irragionevole la sussistenza del pericolo che l’attività della società Sgm di Lecce possa essere contaminata dal socio operativo Igeco e dai suoi concreti gestori”. Per il Tar di Lecce, l’interdittiva antimafia per la Sgm, la società che gestisce il trasporto pubblico a Lecce, è legittima e per questo il provvedimento della prefetta del capoluogo salentino è stato confermato.

La sentenza del Tar

Le motivazioni alla base della sentenza dei giudici della Prima sezione del Tribunale amministrativo di Lecce sono state depositate nella mattinata di oggi, 26 marzo. Il collegio, (presidente Antonio Pasca, estensore Ettore Manca) ha respinto il ricorso depositato e discusso lo scorso 12 febbraio dall’avvocato Pietro Quinto per conto della Sgm, la partecipata al 51 per cento del Comune di Lecce, costretta a fare i conti con il provvedimento di interdittiva in chiave antimafia firmato da Maria Teresa Cucinotta il 7 maggio 2019. Il decreto della prefetta, come si ricorderà, era arrivato a “cascata”, dopo l’interdittiva antimafia della Prefettura di Roma a carico della società Igeco spa che nella capitale ha la sua sede legale, ma ha interessi, cantieri e attività in diverse regioni d’Italia, dalla Puglia alla Sardegna, dai porticcioli turistici alla gestione dei rifiuti, alla mobilità come nel caso di Lecce.

L’assetto societario della Sgm

Igeco è socio di minoranza della Sgm, essendo titolare del 40 per cento del pacchetto azionario. Il 9 per cento della Sgm, costituita nel 2000, è della società Fratelli Bertani Spa. Il 51 per cento è di proprietà del Comune di Lecce.

L’assetto societario è riportato sul sito internet della Sgm, assieme all’indicazione dei componenti del consiglio di amministrazione, oltre che ai settori di attività (trasporto pubblico urbano, sosta tariffata, rimozione, manutenzione segnaletica stradale orizzontale e verticale e manutenzione semaforica).

Per il Tar, dall’esame della documentazione depositata dalle parti, è “impossibile escludere, secondo un criterio di prevenzione e di anticipazione della soglia di punibilità, un possibile contagio nei confronti della società a partecipazione pubblica”. Sia pure – hanno precisato i giudici – “in termini futuristici e di normale profilassi”.

Il caso Igeco e la diversa conclusione per Bocca di Puglia

Si tratta, quindi, di una conclusione di segno opposto rispetto a quella a cui sempre il Tar di Lecce, stessa sezione (la Prima, con presidente Antonio Pasca, ma con estensore diverso, essendoci Francesca Ferrazzoli) è arrivata affrontando il nodo Igeco con riferimento al caso del Marina di Brindisi, il porticciolo turistico gestito dalla società Bocca di Puglia, una spa di cui la stessa Igeco è socia di maggioranza con il 55,27 per cento.

Tra l’altro, i due contenziosi – Sgm e Bocca di Puglia – sono stati esaminati lo stesso giorno, il 12 febbraio scorso.

Proprio ieri sono state depositate le motivazioni della sentenza relativa al Marina di Brindisi: in questo caso, il Tar ha accolto il ricorso della Bocca di Puglia, partecipata dal Comune di Brindisi, dopo la revoca della concessione demaniale disposta con decreto dal presidente dell’Autorità di sistema portuale del mare Adriatico meridionale, Ugo Patroni Griffi. Anche in questo caso, tutto era partito dall’interdittiva antimafia per Igeco. I giudici però hanno ritenuto che non sussiste la proprietà transitiva, per effetto della quale il pericolo di infiltrazione mafiosa o di condizionamento, sempre di stampo mafioso, rivelato dalla prefettura di Roma per Igeco, si possa estendere sino a contaminare la struttura societaria della Bocca di Puglia e, per questo, hanno annullato il decreto del presidente dell’Authority. Bocca di Puglia, quindi, resta nella titolarità della concessione demaniale. L’autorità portuale, con l’avvocatura dello Stato, dovrà decidere se presentare o meno ricorso al Consiglio di Stato.

Quali sono stati, allora, gli elementi che hanno portato il collegio del Tar ad arrivare a una sentenza di segno opposto esaminando il ricorso della Sgm di Lecce?

Le differenze

Per Bocca di Puglia, nelle motivazioni, i giudici hanno fatto espresso riferimento a misure di “self cleaning” vale a dire di auto pulizia, grazie alle quali è stato possibile sterilizzare e quindi rende neutro o, se si preferisce, non permeabile il tessuto societario essendo stati sostituiti per tempo tre componenti del consiglio di amministrazione, diretta espressione di Igeco. Si trattava di Ilaria Ricchiuto, figlia di Tommaso Ricchiuto, Ada Quartulli e Simona Cafiero. E hanno anche preso atto della circostanza che Igeco ha avviato la vendita di tutte le partecipazioni detenute in altre società.

La società Igeco ingombrante

Nessuna delle due circostanze, invece, è stata riscontrata guardando alla Sgm. Per la società che gestisce il trasporto pubblico locale, il convincimento del Tar è stato altro: “La ritenuta caratteristica della Igeco come ingombrante non risulta affatto smentita dalla ricorrente Sgm in concreto, limitandosi la stessa a rilevare l’assenza di tale ingombro per la presenza di altro operatore con un capitale del 9 per cento, per delega conferita al socio di maggioranza per la partecipazione all’assemblea dei soci che procederà alla nomina delle cariche sociali e alla determinazione dei compensi”.

“Piuttosto – sostengono i giudici nelle motivazioni – non risulta affatto smentita la circostanza che Igeco rimanga il socio operativo il quale, se pur non partecipante all’attività assembleare di fatto esercita il servizio con propri mezzi e personale”.

“Da tanto discende che il socio operativo della Sgm, con esclusione dei servizi affidati ad altra società, è proprio Igeco, il quale, come riconosciuto dalla stessa ricorrente, è il partner che mette a disposizione il suo know-how fatto di esperienza e di capacità lavorativa, sua pure nella sfera dell’attività applicativa e gestionale”. Da qui il rischio di un possibile “contagio” per Sgm, da parte della Igeco.

Il Tar, inoltre, ha spiegato che gli elementi posti a corredo dell’interdittiva per Igeco non possono essere considerati “atomisticamente, bensì complessivamente e, nella specie, gli elementi rilevatori del pericolo di infiltrazione mafiosa come stigmatizzati nel provvedimento impugnato, risultano sufficienti a ritenere non irragionevole la sussistenza del pericolo” di contaminazione. Data la natura “meramente cautelare e preventiva della misura contestata, la stessa viene adottata proprio allo scopo di evitare che il socio pubblico – la cui affidabilità non è in discussione e viene anzi proprio tutelata dalla stessa – possa subire (secondo un giudizio prognostico effettuato ex ante– secondo il criterio del più probabile che non ) il rischio di condizionamenti di sorta”.

La tesi della Sgm

Sempre secondo i giudici, la tesi della Sgm tendente a “sminuire la capacità determinante della Igeco nella gestione della società Sgm, per la sua partecipazione minoritaria e la presenza di altro operatore economico, non appare convincente, sia avuto riguardo alla natura e alla ratio della misura, sia avuto riguardo alle circostanze di fatto emergenti dagli atti del giudizio”.

“La disamina del provvedimento impugnato ha evidenziato come lo stesso risulti fondato su diverse ragioni giustificatrici, tra loro autonome, logicamente indipendenti e non contraddittorie, sicché può applicarsi quel principio giurisprudenziale consolidato”, a mente del quale “il giudice ove ritenga infondate le censure indirizzate nei confronti di uno dei motivi assunti a base dell’atto controverso, idoneo di per sé a sostenerne e a comprovarne la legittimità , ha potestà di respingere il ricorso sulla sola scorta di tale rilievo , con assorbimento delle censure dedotte nei confronti degli altri capi del provvedimento, indipendentemente dall’ordine con cui i motivi sono stati articolati, in quanto la conservazione dell’atto implica la perdita di interesse del ricorrente all’esame delle altre doglianze”.

L’amministratore delegato e il dominus di fatto

Risulta invero smentito, dallo stesso tenore del provvedimento, che lo stesso sia stato adottato esclusivamente sulla circostanza che il punto di contatto tra Sgm e Igeco sia stato individuato nella dottoressa Ilaria Ricchiuto in quanto amministratore delegato”.

Il punto di rilievo per il Tar è altro e rimanda al “dominus di fatto”, Tommaso Ricchiuto il quale ha “una rete di società satelliti collegate alla Igeco” e “riconducibili, di fatto, alla sua figura e alla sua famiglia”. Dominus di fatto per il quale, come si legge nel decreto della prefetta di Lecce “ci sono state sentenze di condanna e sono pendenti procedimenti penali per reati che si che si “caratterizzano per la loro particolare rilevanza ai fini della valutazione sulla sussistenza del condizionamento mafioso, quali varie ipotesi di corruzione, truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche, reati finanziari, finanziamento ai partiti politici, reati in materia edilizia”. Tutto poi confermato dalla sentenza del Tar del Lazio pronunciata di recente. Tommaso Ricchiuto è stato condannato dal Tribunale di Brindisi, con l’accusa di corruzione alla pena di quattro anni e sei mesi di reclusione, al termine del processo scaturito dall’inchiesta chiamata Do ut des che decapitò il Comune di Cellino San Marco (in provincia di Brindisi). Le tangenti sono state contestate in qualità di presidente del consiglio di amministrazione della Igeco, con riferimento alla raccolta dei rifiuti.

Nello stesso decreto prefettizio a carico della Sgm, del resto, era stato sottolineato che proprio la presenza di Igeco poteva “determinare un vulnus per il sereno e legittimo svolgimento del servizio pubblico”, qual è il trasporto nella città di Lecce.

Scrivono i giudici: “La presenza di un amministratore (rectius: dominus) di fatto (circostanza peraltro confermata dalla sentenza del Tar del Lazio) diverso dall’amministratore delegato posta a base dell’interdittiva, oltre alle ulteriori considerazioni espresse in merito alla presenza ingombrante della società in un settore che ha “lo scopo di gestire rilevanti servizi pubblici presso il capoluogo salentino e segnatamente il trasporto locale e la disciplina e gestione della sosta” a giudizio del Collegio, risulta sufficiente a reggere la legittimità del provvedimento sotto il profilo motivazionale e istruttorio”.

Nelle sentenza viene ricordato che “l’amministratore o “dominus” di fatto, figura introdotta dalla giurisprudenza in ragione della necessità di individuare le responsabilità sostanziali di un soggetto indipendentemente dalle qualifiche formali da questi rivestite in ambito societario, è il soggetto che svolga in concreto attività di gestione della società, con carattere di sistematicità e non occasionalità con l’irrilevanza della assenza di un’investitura formale o della presenza di altri soggetti investiti formalmente”.

In tale ottica, quindi, a giudizio del collegio della Prima sezione, “del tutto irrilevante appare l’esautoramento dei poteri dell’amministratore delegato, oltre alla delega irrevocabile conferita in data 29 aprile 2019 al socio di maggioranza alla partecipazione alla Assemblea e all’esercizio dei relativi diritti sociali, atteso che ciò non comporta l’esautoramento di tutti i poteri gestionali e operativi della società, i quali secondo la ricostruzione prefettizia avrebbero potuto in qualche modo condizionare le vicende gestionali, stante il non esautoramento dei poteri del gestore di fatto”. Su tale aspetto aveva puntato l’avvocato della Sgm.

La prevenzione antimafia

A sostegno della conclusione, il Tar ha ricordato una pronuncia recente del Consiglio di Stato in materia di prevenzione antimafia, secondo cui “l’ordinamento appresta la misura interdittiva al fine di evitare l’ingresso nel circuito economico-pubblicistico di soggetti (anche solo) esposti al rischio di condizionamento criminale. La suddetta finalità anticipatoria sarebbe invece frustrata qualora l’eventus damni, che l’ordinamento si prefigge appunto di prevenire, si fosse già consumato, come si verificherebbe se, ai fini dell’adozione della misura interdittiva, occorresse “attendere” che l’impresa permeabile dall’influsso criminale si sia già resa oggetto e destinataria del condizionamento mafioso, manifestando concreti segni di soggezione agli indirizzi della criminalità organizzata”.

In ogni caso, “quanto alla impossibilità del socio operativo di determinare gli indirizzi e le scelte della società, l’assunto oltre che indimostrato, è contrario alle regole che dominano il funzionamento societario, ove se l’assemblea è certamente l’organo di maggior rilievo in materia di organizzazione e di funzionamento della società (quanto alle modificazioni dello statuto, alla nomina e revoca delle cariche sociali, all’approvazione del bilancio), purtuttavia la gestione ordinaria di una società è rimessa ai poteri organizzativi e gestionali dell’organo amministrativo e dei singoli preposti (e quindi anche amministratori di fatto) ai quali spetta la gestione dell’impresa e l’attuazione dell’oggetto sociale”.

“Solo una effettiva cessione della proprietà a soggetti realmente terzi avrebbe potuto costituire una reale cesura tra la vecchia e la nuova gestione in grado di sovvertire il giudizio d’influenza mafiosa a carico dell’impresa”, si legge nella sentenza con riferimento a una pronuncia del Consiglio Stato. “Come risulta pacifico in giurisprudenza, ai fini dell’adozione di una interdittiva antimafia “occorre [unicamente, ndr] individuare ed indicare idonei e specifici elementi di fatto, obiettivamente sintomatici e rivelatori di concrete connessioni o possibili collegamenti con le organizzazioni malavitose, che sconsigliano l’instaurazione di un rapporto dell’impresa con la pubblica amministrazione, ma non è necessario un grado di dimostrazione probatoria analogo a quello richiesto per dimostrare l’appartenenza di un soggetto ad associazioni di tipo camorristico o mafioso, potendo l’interdittiva fondarsi su fatti e vicende aventi un valore sintomatico e indiziario anche se risalenti nel tempo”.

La difesa della Sgm

Secondo l’avvocato Quinto, nel giudizio del Tar è prevalso il principio giurisprudenziale, secondo cui ai fini dell’adozione di un’interdittiva antimafia, anche nella ipotesi della cosiddetta interdittiva a cascata, come nella fattispecie della Sgm, investita solo indirettamente da una presunzione derivante dalla posizione di un socio della compagine, è sufficiente l’indicazione di elementi induttivi, rilevatori di concrete connessioni o possibili collegamenti con le organizzazioni malavitose, ma non è necessario una dimostrazione probatoria fondata su fatti e vicende specifici. A questo punto, il legale dovrà valutare la possibilità concreta di un ricorso in appello, dinanzi al Consiglio di Stato.

Per saperne di più:

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