Sillabe Mute (Manni, 2000) e Canti allo specchio (Besa, 2006)

Le poesie di Cosimo Corvaglia, maestro di stile e di umanità

Dall'antropologia lirica di Sillabe Mute alla tenera durezza di un testo più umanamente crudo come Canti allo specchio, “tra l'anima e la mano”

Da Sillabe Mute a Canti allo specchio, dove con un alto linguaggio sono affrontati temi delicati e difficili (Ferruccio Ulivi), dal “materno” al “paterno” (Luigi Scorrano), sempre all’insegna della elaborazione sofferta “del” e “sul” senso della vita, quando i ricordi e i rimpianti “si impigliano fra le dita” del presente. La sua forma sorvegliatissima si avvale del costante supporto della composizione metrica, nello stile della pura tradizione lirica, in una personale “officina” del fare poesia: fluidità di un canto spontaneo, per lo più in endecasillabi. Contrario ad ogni dilettantesco e abusato sperimentalismo (“sta diventando nuovo ciò che era considerato vecchio”), Corvaglia ritiene che il vissuto-narrato e la musicale prosodia del verso, comunque il ritmo, siano le due anime della poesia. Un esempio della sua perizia tecnica: Canto d’inverno. Ora che il tempo ha ridipinto in muffa, affreschi di altro freddo, di altre sere, le spire d'altro fuoco sono incise verdi lingue a sfumare fiamme nere sulle pareti di calcina; il vento pietoso finge il gelo, risospinge echi di attese e palpiti al calore di partecipi palpiti ed attese nel parlare tacendo, di parole leggere come un soffio tra le spire. E tornano svanendo verdi annerite, figurate vite, ospiti mute nelle loro case, speranze ansanti, disperante quiete di labbra lente, lente mani tese cenere viva di inespresso amore che nutre il polso e abbevera l'arsura di pieghe insonni di rimpianto, pura gioia di a, accesa dalle ciglia; e in cieche tenebre e doppie di pena, gli occhi intrecciati ai capelli di luna di madri che raccordano il cammino sviando il pianto in quel lontano riso che tornerà svanendo tra voci volti odori, umano incanto, nelle spire di fiamma, quando il vento stringerà sguardi e palpiti al calore del parlare tacendo di altre sere. A prova poi della sua continua ricerca, in sintonia con gli autori che più ama, i suoi libri sono accomunati da Ri-scritture (una sezione di Sillabe mute) e Con-sonanze, una parte di Canti allo specchio, nelle quali l’autore si accosta ai grandi poeti, come a quelli dimenticati (della grecità classica e del Novecento europeo e americano) ripercorrendo le stesse tematiche con uno stile suo: un’operazione che non è soltanto rivisitazione. Cosimo Corvaglia Canti allo specchio Solo chi si è appropriato interamente dei testi può passare dalla poesia dei lirici greci, dal latino Ausonio, ai contemporanei, fino a variarne il genere. Prendendo spunto infatti da alcuni temi propri di testi classici e contemporanei, anche poco noti o considerati minori, ma a lui molto vicini, ne coglie in pieno lo spirito (Carlo Prato). Per fare un esempio emblematico: da Ausonio ricava una poesia in cui la “schiava” diventa immigrata dell’est. Sinceramente aspro nei confronti di chi tratta con faciloneria il fare poetico approdando al tenerume di maniera o alla sperimentazione fine a se stessa, Corvaglia ha sempre rifiutato la convenzionalità. Un libro dev’essere come un’ascia – citando la poetessa tedesca Bachman, ci dice “per il mare ghiacciato dentro di noi”. Insieme agli effetti speciali e metaforici della lingua (dall’ossimoro ai parallelismi, dalle ridondanze ai chiasmi), accanto al recupero memoriale della parola e alla musicalità del verso, scritto con un inchiostro che non sbiadisce (e perciò può durare più del sangue – ama ricordare con il poeta cinese Lu Hsun), rimane perciò il senso amaro e sofferto dei suoi versi. Non manca infine l’attenzione al sociale, all’amara e virile epopea dell’uomo del Salento e al suo humus. Recentemente definito “il meno salentino dei poeti salentini”, nelle sue poesie prevale un forte legame con la sua terra e con la figura materna. “Sul tardi fidanzati sono madri e figli”. Nei giorni santi dei ritorni sento, quando ore d’ombra s’aprono alla luce, di essere ospitato in casa mia, tradito innamorato, ma felice, tra queste mute mura che avranno voce e vita. Fingo di non guardarla, sta allo specchio, si spiana qualche ruga immaginaria con la mano inesperta ed indecisa, si pettina pensosa del suo viso. E’ una bugiarda ingenua e intenerita, nello sguardo lontano, emozionato: non esce a far la spesa, come dice! Tradito innamorato, ma felice, io so già che, decisa ed indecisa, andrà dal parrucchiere, perché stasera arriva il fidanzato.

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