Scu, il welfare della cocaina

Trenta famiglie mantenute a Brindisi dal clan Romano-Coffa, grazie ai proventi del traffico di coca. Collegamenti col clan Coluccia di Galatina (Lecce), con il clan Bellocco, della ndrangheta di Rosarno e con la mafia romana. Il libro mastro, il ruolo delle donne, L’inchiesta Fidelis della Procura di Lecce coi Carabinieri di Brindisi

di Stefania De Cristofaro

BRINDISI – “Tiene trenta famiglie e le mantiene tutte. Ci vogliono 15-20mila euro al mese”. Il mantenimento mensile era in grado di sostenere economicamente più di cento persone a Brindisi ed era direttamente proporzionale agli incassi della vendita della cocaina: il business è stato contestato ad Alessandro Coffa, 37 anni, di Brindisi, indicato come leader nell’associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga, cocaina in particolare, ricostruita nell’inchiesta Fidelis, coordinata dalla Procura della Repubblica di Lecce e delegata alla sezione operativa della Compagnia Carabinieri di Brindisi.

L’inchiesta conta 22 indagati

L’ordinanza di custodia cautelare, firmata dal gip Mario Tosi, è stata notificata a Coffa l’11 febbraio scorso, contestualmente a quella ottenuta dai pm della Direzione distrettuale antimafia di Lecce, sulla frangia della Sacra Corona Unita, “nota come clan Andrea Romano-Coffa”.

Coffa è in carcere dal 20 febbraio 2018, con l’accusa di estorsione ai danni di un ambulante di frutta e verdura. L’accusa è stata confermata con sentenza del gup del Tribunale di Brindisi, con condanna a sei anni e dieci mesi di reclusione, anche sulla base di dichiarazioni rese dal collaboratore Roberto Leuci, il primo a ricostruire le affiliazioni del clan e a indicare i canali di approvvigionamento della droga, poi riscontrati dal contenuto delle intercettazioni ambientali.

Gli arresti

Oltre a Coffa, sono finiti in carcere 16 brindisini: Maria Petrachi, Angela Coffa, Annarita Coffa, Francesco Coffa, Rosaria Lazoi, Abele Martinelli, Enrico Mellone, Fabrizio D’Angelo, Alessio Romano, Cosimo Schena, Marika Stasi, Pamela Cannalire, Giovanni Patisso, Vitantonio Cocciolo, Marco Curto e Renato De Giorgi.

Quest’ultimo indicato come principale fornitore della “coca”, anche grazie a un accordo con alcuni esponenti della mala romana.

In cinque sono ai domiciliari: Monica Mangione, Francesco Soliberto, Anna Gianniello, Gianluca Volpe e Giovanni D’Amico.

Le intercettazioni e il libro mastro

Diversi stralci delle trascrizioni delle conversazioni sono stati riportati nel provvedimento di arresto “solo a titolo esemplificativo, per avere un’idea dei quantitativi trattati dal sodalizio e del conseguente volume d’affari”.

L’ascolto ha portato a scoprire l’esistenza di un “libro” sul quale venivano annotati crediti e debiti del gruppo per il commercio dello stupefacente.

Dodici sta scritto e dodici ci devi dare”, dice Gianluca Volpe il 21 febbraio di due anni fa, vale a dire 24 ore dopo l’arresto di Coffa. “Questo ce lo dobbiamo mantenere caro”, aggiunge Mellone.

Le scritture risultavano vincolati per il recupero dei crediti condotte nell’interesse di Alessandro Coffa e della moglie Maria Petrachi, coppia a cui erano destinati i proventi dello spaccio, consegnati nella loro abitazione diventata quartier generale del gruppo.

La gestione in mano alle donne

E’ la donna, stando alle indagini, a prendere il mano il testimone che il marito è costretto a cedere quando viene arrestato: “Organizza sia l’attività di spaccio che quella di approvvigionamento, sulla base delle indicazioni del coniuge ricevute nel corso dei colloqui in carcere e tramite lettere; conduce le trattive per la compravendita; provvede a sostenere le spese legali nel caso di arresto degli altri appartenenti al gruppo”.

Determinante anche l’apporto di tre donne, a conferma della presenza femminile nell’associazione, così come già specificata nella ricostruzione del clan di stampo mafioso Romano-Coffa: Angela Coffa, sorella di Alessandro Coffa; Rosaria Lazoi, madre di Angela e Alessandro Coffa; Marika Stasi, la cognata di Maria Petrachi. Tutte sono ritenute “diretti referenti della famiglia Coffa-Petrachi”.

Dalle indagini, inoltre, è emersa anche la figura di Pamela Cannalire la quale, dopo essere rifornita di cocaina da Maria Petrachi, da Mellone e da Romano, provvedeva a tagliarla e a immetterla sul mercato dei tossicodipendenti.

“Sono andata a comprare la manna, me la preparo prima, me la cucino, me la stritolo, me la faccio con il coso là, il retino”. Operazione necessaria perché in caso contrario, ci sarebbero state conseguenze per gli assuntori: “Altrimenti il naso ti tagli”.

Il fornitore e i collegamenti con la mafia di Roma

A rifornire in via pressocché esclusiva di cocaina il gruppo di Coffa, c’era Renato De Giorgi, un passato da contrabbandiere negli anni in cui, tra scafi e alfette, Brindisi era diventata Marlboro city.

De Giorgi, era stato arrestato dalla Guardia di Finanza di Roma nel blitz chiamato Re Mida, il 21 maggio dello scorso anno: 18 ordinanze di custodia cautelare ottenute dal pool Antimafia della Capitale dopo aver ricostruito un traffico di cocaina. Almeno cento chilogrammi, per un valore stimato dagli investigatori pari ad almeno quattro milioni di euro, con base nel quartiere romano di Montespaccato.

Quel provvedimento gli venne notificato nel carcere di Preveza, in Grecia, dove era ristretto da due anni e mezzo: venne arrestato nella località ellenica compresa tra Parga e Lefkada, dopo la scoperta di quasi trenta chili di cocaina all’interno di un’attività commerciale ritenuta a lui riconducibile. Per questa accusa, è stato già rinviato a giudizio ed è finito sotto processo in Grecia.

Dagli atti di indagine emerge che De Giorgi, prima di rifornire il gruppo facente capo a Coffa, aveva avviato una serie di contatti nel periodo di tempo compreso la fine del 2015 e la metà del 2017, con sodalizio radicato nel quartiere romano di Montespaccato, al cui vertice – secondo l’accusa – c’era Costantino Sgambati, considerato personaggio emergente nel panorama criminale della Capitale.

I contatti con le ‘Ndrine e con le frange della Scu

“In questo contesto sono emerse relazioni con alcuni esponenti della cosca Bellocco, attiva nella zona di Rosarno, in provincia di Reggio Calabria”, si legge nel provvedimento di arresto, nella parte in cui viene spiegata la genesi dell’attività investigativa. Determinanti anche le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia, ex uomini della ‘Ndrangheta.

De Giorgi, inoltre, è stato considerato vicino al clan Coluccia, ramificazione salentina della Sacra Corona Unita, per effetto di legami con Vincenzo Amato, originario di Noha, in provincia di Lecce, latitante dal 2016, con una condanna a venti anni di reclusione da scontare, essendo diventata definitiva. Vincenzo Amato e il fratello Andrea risultano coinvolti, da ultimo, nell’inchiesta chiamata Orione della Dda di Lecce.

A Roma, in un locale adibito a cantina, i finanzieri nel corso delle indagini scoprirono 71,500 chili di cocaina, divisi in 73 panetti, quantità dalle quale sarebbe stato possibile ricavare “449,347 dosi”. Nella ricostruzione dell’accusa, quella droga era arrivata nella Capitale attraverso i canali di approvvigionamento gestiti da De Giorgi, per essere ricevuta da Costantino Sgambati.

Le cose dei film e Rosy Abate

Che De Giorgi avesse conoscenze di peso e che fosse in grado di muovere quantità importanti di droga, a Brindisi qualcuno lo sapeva, stando a quanto emerge dalle intercettazioni dell’inchiesta Fidelis. Determinante è quanto si lascia scappare Abele Martinelli, mai pensando di essere ascoltato in auto: “Ho visto cose che nei film, cose che ho visto solamente a Rosy Abate”. Il riferimento era alla fiction ideata da Pietro Valsecchi e prodotta da Taodue, trasmessa da Canale 5. Non dice altro, l’indagato, ma tanto è bastato agli inquirenti per ritenere De Giorgi figura di primissimo piano anche in questo troncone d’inchiesta.

Il ferimento a colpi di pistola

I carabinieri, in realtà, volevano risalire agli autori del ferimento di Damiano Truppi, avvenuto a Brindisi, la sera del 3 novembre 2017. Truppi stava percorrendo la pista ciclabile all’altezza del rione Sant’Elia, quando qualcuno si avvicinò in auto e fece fuoco: due colpi di pistola calibro 9 ai piedi. Lesioni giudicate guaribili in 15 giorni, ma il ferito non ha mai fatto nomi.

Intercettazioni immediate, quindi, dell’utenza a lui intestata e dall’ascolto i primi nomi ritenuti di interesse, a partire da De Giorgi, per arrivare a Coffa. Il cerchio è stato chiuso.

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Info sull'autore

Stefania De Cristofaro

Giornalista per passione e professione. Nata a Napoli, brindisina d'adozione, laurea in Scienze politiche e relazione internazionali all'Università del Salento

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