Riportami a Kobane. Voglio tornare a casa mia.

 

di Thomas Pistoia

Riportami a Kobane. Voglio tornare a casa mia.
Lì, qualcuno mi laverà il viso coperto di polvere e mi accarezzerà i capelli.
Riportami a Kobane. E se su quell’autostrada c’è ancora qualcosa di me, di mio, anche piccolo, un’unghia, un capello, lo spettro di un mio sorriso, fa’ che lo restituiscano. Oppure raccoglilo dai rovi in cui lo hanno gettato e tienilo con te.
Non piangermi, non ora. Non è tempo di lacrime, ma di parole. Io sono soltanto una delle tante guerriere sparse per il mondo. Non sono l’ultima, né mai lo sarò. Ogni volta che una donna viene uccisa, ce n’è subito un’altra, pronta a prendere il suo posto.
Noi siamo quelle che credono deboli, che vogliono schiave. Ma non ci avranno mai.
E che gli uomini occidentali non si sentano migliori dei miliziani! Nelle loro civilissime città, nei loro appartamenti, ci sono mogli e fidanzate che subiscono insulti e percosse. Sì, proprio là, dietro quelle finestre illuminate, c’è un altro uomo che dice a una donna “tu sei mia”. C’è sangue anche nelle loro case, scorre nello stillicidio quotidiano delle notizie della tv. Anche lì. Donne ammazzate. Senza pietà. Dagli uomini.
Riportami a Kobane. Riportami nel centro esatto delle macerie della mia terra. Questa mia terra che risorge sempre, come la fenice. Anche stavolta ci difenderemo e gusteremo piano, come mangiando fragole, nuovi e lunghi giorni di libertà.
Riportami a Kobane. Mentre imbraccerai il fucile, sentirai che ti sono vicina.
Hanno detto “così muoiono i maiali”, ma non hanno capito. Senza le loro armi, se togli loro la possibilità di uccidere, non sono niente.
Non hanno le parole, quelle che servono per negoziare, per trovare soluzioni, per vivere in pace e coltivare il rispetto.
E delle donne hanno paura. Hanno paura di me.
Il dolore. Sì, c’è stato dolore. Quello più grande non è stato causato dai proiettili, dalle pietre, dai loro corpi dentro il mio. Ma dalla nostalgia che ho sentito di te, subito, nel momento in cui morivo.
Sei stato l’ultimo nome che forse ho pronunciato, l’ultima parola d’amore più forte della polvere.
Ciò che resta di me, se qualcosa resta, riportalo a Kobane, ti prego. Perché non sono più, ma tutti dicono di me. Non sono più, ma mi ricordano così, come si ricorda una festa, un giorno passato al mare, il primo bacio dato di nascosto, con il cuore in gola, sotto a un pergolato, in un pomeriggio di pioggia.
Non vinceranno mai. Le loro bombe, il petrolio, i dittatori e i presidenti, la cecità e il fanatismo, la povertà che hanno dentro alla ricchezza, il niente che hanno nella mente e negli occhi, sono i loro ultimi passi verso la fine.
Se mi riporterai a Kobane, lo vedrai. Vedrai come la giustizia delle nostre parole li farà di nuovo strisciare.
Sì, servirà altro sangue. Serviranno altri sacrifici, altro dolore. Tu non li lesinare. Sono come semi sparsi sui campi arati dai bombardamenti, daranno frutti e gioia, quando sarà il tempo.
Si chiama speranza, questa, e non dovrà mai mancarti. Passerà di qua lungo la linea immaginaria su cui corre il treno per Baghdad e sarà come un soffio di vento a scompigliarti i capelli e i pensieri. E la guerra finirà. Sì, finalmente finirà. Allora, soltanto allora, potrai piangermi.
Riportami a Kobane. Voglio tornare a casa mia e aspettare quel giorno con te.
Con gli occhi chiusi e un sorriso vago sul volto.
Fa’ in modo, ti prego, che sulla terra che mi ricoprirà

possano nascere fiori

 

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Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor. Ha collaborato con Astorina per alcune storie di Diabolik.

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