Storia di Gino, cameriere salentino

Cresce il numero di salentini emigrati all’estero. I dati disponibili sono del 2016 e segnano un trend costante: sono soprattutto i giovani ad andare via; la fascia d’età più interessata al trasferimento in altre nazioni o in altre regioni è quella tra i 18 e i 39 anni. Secondo i dati Istat elaborati dal Sole 24 ore è proprio la provincia di Lecce a detenere in Puglia il triste primato dell’emigrazione giovanile. Un fenomeno che si traduce anche nell’abbandono delle campagne e dei centri storici dei paesini. La forza lavoro specializzata inoltre, non trovando trattamenti economici adeguati, preferisce spostarsi al nord anche per lavori stagionali molto richiesti come quelli del settore turistico. Il risultato, portato all’attenzione pubblica dagli operatori del settore, è che gli imprenditori turistici salentini sono costretti spesso a fare ricorso a manodopera non specializzata, a scapito dei servizi erogati ai clienti. Che l’anno dopo non tornano più. M.L.M.

 

di Thomas Pistoia

Gino è stanco.
Stanco, in realtà, è un eufemismo. Non esiste in nessun vocabolario del mondo una parola che indichi lo stato di distruzione in cui versa quest’uomo a fine giornata.
Spogliarsi è una faticosa benedizione. Gli abiti sono impregnati di sudore, i calzini vengono via a fatica, dentro le scarpe si sono incollati ai piedi. Dio, come puzzano. La lavatrice, se potesse, li vomiterebbe.

I piedi sono bianchi. Tutto il corpo, a dir la verità, è di un candore innaturale. Benché Gino stia lavorando d’estate in un paese di mare, a parte una leggera ombratura sulle braccia, non ha su di sé alcuna traccia di abbronzatura. Per forza, la sua vita la passa tra il ristorante dell’albergo, la doccia e il letto.
Lui è un cameriere. Un cameriere stagionale. Attenzione, l’aggettivo è importante: indica fondamentalmente che non è un professionista, non ha un titolo di studio alberghiero, è soltanto un uomo di fatica che indossa, per circa quattro mesi all’anno, con quaranta gradi all’ombra, il cravattino, la camicia bianca e i pantaloni lunghi e neri.

La trafila è la stessa per tutti. Chi se lo può permettere resta in zona. Perché andare altrove se qui abbiamo Gallipoli, Otranto, Leuca e tutte le altre località balneari? Perché andare a sbattersi nelle riviere del centro nord, quando il litorale ionico e quello adriatico sono stracolmi di alberghi e ristoranti? E poi ora il Salento è il Salento. Siamo diventati grandi anche noi, stiamo attirando attori, rockstars, calciatori…
Beh, la risposta è una sola: li sordi. I soldi.
Gino fa tre servizi al giorno. E cammina cammina cammina. Il primo va dalle sei e trenta alle undici e trenta del mattino. Le colazioni. Duecento turisti vanno al buffet, si stracaricano i vassoi di cibarie. Lui deve girare senza sosta per raccogliere tazze, bicchieri, piatti, croissant morsicati, briciole, burro sciolto e marmellata. I tavoli devono essere sempre puliti, per ospitare nel più breve tempo possibile gli ospiti successivi.

Gino sorride sempre, anche se le gambe non le sente davvero più e la schiena gli farà male in eterno. Al termine, bisogna raccogliere gli ultimi bocconi smozzicati, poi cambiare coprimacchia e tovaglie, pulire la sala, lavare le stoviglie. Apparecchiare per il pranzo. E cammina cammina cammina, arriva il fatidico momento del pranzo, desiderato non per la fame, ma per la possibilità di potersi finalmente sedere un attimo. Il menu è a conoscenza di tutti. Basta ricordare cos’hanno mangiato i clienti la sera prima. Ai camerieri infatti spettano di norma gli avanzi.
Mezz’ora per nutrirsi, poi ecco di nuovo Gino in sala a portare piatti, bevande e qualsiasi altra cosa gli venga richiesta. Alcuni clienti sono gentili, ma mostrano un sorta di compassione di circostanza che a lui non piace. Altri sono invece degli emeriti ignoranti, che magari trattano con alterigia, quasi come un servo, Franco, il suo collega più giovane. Maleducati. Non sanno la differenza che passa tra un servo e un servitore.

Franco è laureato. E’ laureato, cazzo, e fa la stagione per mangiare d’inverno. Ha detto che questa è l’ultima che fa. L’anno prossimo se ne andrà all’estero.
Terminato il pranzo bisogna sparecchiare e pulire la sala, contare le bottiglie, lavare i bicchieri. Perché la cucina, per una legge fisica non scritta, lava soltanto piatti, pentole e tegami. I bicchieri spettano ai camerieri. Funziona così ovunque. Fa forse eccezione un leggendario ristorante ai confini con la Siberia, ma non vi sono dati certi. E comunque quanti cazzo di avventori potrà mai avere un locale di quella zona.
E cammina cammina cammina.

Poi c’è la pausa. Gino si lava le mani. Le mani di un cameriere sono sempre appiccicose e odorano di frutti di bosco, pane, carta bagnata e formaggio.
Il lasso di tempo che va dalle quindici alle diciotto, il personale di sala lo passa buttato sul letto, in mutande, in preda a un sonno agitato dal caldo e dalla malinconia appesa alle pareti dell’alloggio, un buco nello scantinato dell’albergo, che contiene due letti, un armadio e una doccia. Gino divide il buco con Franco e con altri due camerieri. C’è Mario, uno che non ha voglia di fare un cazzo, ma quello che non ha voglia di fare lo esegue molto bene e ha le bolle sotto i piedi. Durante la pausa se ne sta sul letto a dormire con le cuffie nelle orecchie, ad ascoltare musica melodica napoletana. L’altro letto è occupato da Mohamed, un marocchino che parla poco, lavora e non si lamenta mai. Prima di dormire telefona a sua moglie e si fa una sessione di cinque minuti di conversazione in lingua natìa.

In un’altra stanza c’è Isabella, l’unica donna. Lei viene da Salerno, è divorziata e ha un ragazzino di undici anni che ha lasciato con i nonni. Dice sempre che ha fatto un solo errore nella vita: sposarsi. Se la vuoi vedere ancora innamorata, devi aspettare la sera, quando telefona a suo figlio.
Infine c’è il maitre, un ex-pugile di mezza età che somiglia a Vincent D’Onofrio. Bravissima persona. Lui dorme due stanze più in là. Oggi ha chiamato suo figlio, che compie ventotto anni. Gli ha fatto gli auguri attraverso WhatsApp, mentre i camerieri apparecchiavano.
E cammina cammina cammina cammina.
Il lavoro riprende alle sei di sera. Gino riapparecchia per la cena, poi mette mezz’ora di qualcosa sotto i denti con i colleghi e riprende la corsa. Una corsa che dura mesi, per dodici, tredici, a volte quattordici ore al giorno. Lontano da casa. Lo stipendio è di millecinquecento euro. Lui preferisce non farsi troppi conti, ma sa che in pratica guadagna poco meno di quattro euro l’ora.
Nessun giorno di riposo, chi fa la stagione sa che da qualche parte il padrone scriverà che invece il riposo c’è stato. I lavoratori quasi lo giustificano perché, se riposassero a turno, dovrebbero affrontare le fatiche di ogni giorno con un collega in meno. E con gli organici così risicati la tortura sarebbe ancora più atroce.

Perché sei venuto qui, Gino? E tu Isabella? E voi, Franco, Mario, Mohamed e Vincent D’Onofrio?
Pe lli sordi.
Al sud di euro ne avrebbero presi ottocento e senza contributi, totalmente in nero.
Che qualcuno quest’anno, laggiù, aveva addirittura pensato di creare un sistema di bollini di qualità, una sorta di punteggio basato su come il cameriere viene pagato. Perché il turismo, dicevano, può raggiungere alti livelli soltanto se le persone che ci lavorano vengono pagate come si deve.
I soliti bla bla bla.
Che vita di merda.
E cammina cammina cammina cammina cammina.

L’alternativa è la disoccupazione, oppure il lavoro saltuario simile a quello invernale. La “sciurnata”, la giornata fatta al muratore, oppure nei campi, a raccogliere olive o ortaggi.
Ma i camerieri servono e qualcuno questo lavoro deve pur farlo. Qualcuno deve organizzare per gli altri, silenziosamente, da dietro le quinte, eliminando dalla mente del turista ogni pensiero che sia diverso dal rilassarsi e divertirsi. I padroni dicono che camerieri non se ne trovano, adesso meno che mai per colpa del reddito di cittadinanza. Quando assumono, nel momento in cui si stabilisce il compenso, fanno prima il discorso standard (per tutti uguale, forse è stato scritto direttamente dall’Associazione Albergatori): c’è crisi, il turismo è in calo, le tasse, il maltempo, la manutenzione, le spese, purtroppo non possiamo offrire più di questa cifra, ma ci sono le mance, poi forse, se alla fine della stagione le cose si rivelassero migliori un piccolo premio lo aggiungiamo… E fanno cartello. Il compenso, in realtà, lo stabiliscono loro.
E cammina cammina cammina cammina cammina, camerieri non se ne trovano.

Gino pensa che se questa vita di merda fosse pagata in proporzione, diventerebbe meno di merda e i camerieri si farebbero trovare. Così, invece, scappano come l’estate quando arriva l’inverno.
E l’inverno tornerà, come dice la canzone, il mare diventerà un film in bianco e nero visto alla tv. Gli alberghi diventeranno grigi palazzi dall’aspetto appena un po’ eccentrico.
Gino farà la valigia e tornerà a casa col suo piccolo bottino. Non vedrà più questi suoi colleghi, ma la prossima stagione, in un altro albergo, ne avrà di nuovi. Ora, prima di entrare sotto la doccia, mentre la sera d’estate accende di musica e colori la città di mare, cala una mano nella tasca dei pantaloni. Ci sono due monete da due euro. Una mancia. Le getta sul letto con un sorriso amaro e si infila nella cabina.
Resta lì, con gli occhi chiusi, nascosto sotto il getto dell’acqua fredda, per un tempo indefinito, senza pensare più niente.
Poi, asciugato subito dall’afa notturna, si butta sul letto e afferra il cellulare. Sua moglie gli risponde con voce assonnata, come se tra i camerieri stagionali e il resto del mondo ci fosse un fuso orario diverso, un calendario alieno.
Qui tutto bene, un saluto veloce, chiude la comunicazione e traccia una nuova tacca sul muro.
Per oggi basta camminare.
Un altro giorno è andato, la fottutissima stagione non potrà durare per sempre.
E crolla di colpo in un sonno profondo, sempre lo stesso.
Senza più sogni.

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Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor. Ha collaborato con Astorina per alcune storie di Diabolik.

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