Abbiamo un piano

Di Barbara Toma

 

Parto per lavoro e, al mio ritorno, mia figlia (8 anni) non ha più i suoi lunghi capelli castani. Erano bellissimi, naturalmente ondulati e con tanti riflessi rossi, come i miei; infatti erano una delle poche cose che mia figlia ha ereditato dalla mia famiglia…

 

L’ho lasciata con una treccia che arrivava al fondoschiena e l’ho ritrovata con un taglio cortissimo. Rasati tutto intorno, con dei ciuffi più lunghi avanti.

I suoi occhi da cerbiatta ancora più grandi del solito, due enormi finestre su un mondo profondo, incantato e per me ancora spaventosamente misterioso…

 

Superato lo shock per non aver avuto parte in una decisione così importante nella vita della mia piccola primogenita, vedendola felice, non ho potuto fare altro che accettare la cosa e continuare a guardarla con occhi innamorati, mettendo da parte la delusione di non essere stata interpellata per far spazio all’orgoglio di avere una figlia già così coraggiosa da riuscire ad affrontare, a testa alta e con il sorriso, tutte le conseguenze della sua drastica decisione.

 

I compagni di scuola, le amiche di danza, la sorellina, la signora della salumeria, il barista: tutti, ma proprio tutti, hanno espresso un parere negativo sul nuovo look o si sono rivolti a lei come a un ragazzino. E non sono mancate le derisioni da parte di qualche bambino più cattivo.

 

Due settimane, poi ha ceduto.

Con un pianto inconsolabile mi ha confidato di odiare i suoi nuovi capelli, perché tutti la scambiano per un maschietto e al campus estivo i bambini la prendono in giro…

Ora, grazie alla reazione del mondo esterno, rimpiange i suoi lunghi capelli e ha paura di uscire, di andare alle feste o di tornare al campus

 

 

Per la prima volta in vita sua rifiuta le magliette sportive, le immagini di pirati e i jeans e vuole indossare vestiti più femminili.

 

Naturalmente, oltre a farle tantissimi complimenti e a dirle che è bellissima, le ho spiegato che deve fregarsene dell’opinione altrui e che non sarà certo un taglio di capelli o un vestito che potrà mai determinare il genere a cui appartiene o sente di appartenere. Dopo di che non ho resistito, l’ho portata a fare shopping. Per una mamma niente è più doloroso della sofferenza dei propri figli. E, a volte, un vestito nuovo può fare la differenza e ridare fiducia.

 

E così, oltre ad aver speso soldi non preventivati per il suo nuovo guardaroba all’insegna della femminilità, mi ritrovo ancora una volta a toccare con mano cosa vuol dire vivere in una società sessista e totalmente assuefatta agli stereotipi di genere.

 

Avrei volentieri evitato questo piccolo trauma a mia figlia, ma sono grata questa esperienza per la possibilità che le regala, quella di renderla più sensibile alla causa di chi viene discriminato perché  ritenuto ‘diverso’.

 

 

La differenza di genere è trasversale, è figlia di questa società ancora fortemente patriarcale, di un certo modo di produrre e di riprodurre la vita, che si afferma a partire dalle primissime esperienze di ognuno di noi. E inizia da qui: dalla famiglia, dalla scuola, dal campus estivo.

 

Non c’è sfera o ambito della società che sia immune alle molte forme della violenza di genere.

È per questo che il cambiamento deve essere radicale.

E deve partire in primo luogo da noi, creando nuovi modi della politica e dell’essere in comune.

 

È per questo che è importante esigere una formazione che sia inclusiva e non imponga nessun modello preconfezionato. È importante insistere sulla prevenzione e non esultare per un ddl ‘codice rosso’ che punta tutto sulla punizione e non stanzia fondi per evitare che la violenza avvenga

 

 

La prevenzione si ottiene tramite la formazione, nei tribunali e nelle case famiglia, la formazione di polizia e assistenti sociali, la formazione dei bambini, che fin da piccoli devono imparare a relazionarsi in modo diverso e avere la libertà di esprimere se stessi senza essere costretti in stereotipi.

 

Io continuerò ad insegnare a mia figlia che i colori sono di tutti. Che le nostre diversità sono un dono, ciò che ci rende speciali. E che non esiste cosa che una bambina non possa fare.

 

Nel frattempo aderisco al piano di Non una di meno.

 

Perché per combattere la violenza sulle donne e la violenza di genere esiste un piano.

Un piano molto ben articolato e sintetizzato in un piccola e preziosissima pubblicazione intitolata, appunto, ABBIAMO UN PIANO.

 

Un testo che consiglio a tutte, nato dal dialogo tra tanti singoli, collettivi, gruppi, assemblee locali, centri antiviolenza e associazioni.

 

Uno strumento di mobilitazione e di lotta, da rilanciare in tutti i luoghi che quotidianamente viviamo e attraversiamo: a casa, a scuola, nelle università, nei luoghi di lavoro, nello spazio pubblico. Con la consapevolezza che la violenza maschile e di genere riguarda tutti e che sradicarla esige una trasformazione profonda dell’esistente.

 

Compratelo, leggetelo, diffondetelo.

 

Ora vado, quasi quasi mi taglio i capelli anch’io.

 

 

‘La ricompensa per la conformità è che piaci a tutti tranne te stesso’

Rita Mae Brown

 

 

‘Cambiare il mondo non è qualcosa che avviene in un attimo. Non è un big bang.
È un’evoluzione, la somma di un miliardo di piccole scintille.
E alcune di quelle scintille dovranno venire da te’

Katie Couric

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.

Info sull'autore

Barbara Toma

Agitatrice, Animale da palco, Coreografa, drammaturga e mamma single salentina-olandese. In equilibrio precario, sul filo della vita, con due figlie e una sola vocazione: la danza. Non per forza sincera, ma dannatamente vera. Fuori luogo ovunque, tranne sul palco, l’unico posto dove il suo modo di agire non è controproducente.

Articoli correlati

NON seguire questo link o sarai bannato dal sito!