Mafia nigeriana d’Italia

La criminalità straniera è arrivata nel Paese e ha ulteriormente polarizzato il dibattito sulla migrazione

Fonte: https://www.washingtonpost.com, 25 giugno 2019
Versione italiana a cura della Redazione del Tacco d’Italia

 

In un Paese che ha combattuto per decenni la mafia autoctona, sta acquisendo maggiore forza un gruppo criminale straniero. Si tratta di Nigeriani che controllano fette di territorio da Torino a Palermo. Spacciano droga e trafficano donne, collocandole come prostitute sulle strade. Reclutano nuovi membri tra i migranti ribelli, arruolandoli illegalmente in centri di asilo gestiti dal governo italiano.

Investigatori e funzionari della giustizia affermano che la mafia nigeriana ha capitalizzato mezzo decennio di migrazione storica in uno scenario che coniuga criminalità e migranti, a tal punto da spingere i politici nazionalisti europei (e non solo europei) a mettere in guardia da tale pericolo.

Mentre la politica italiana tende verso destra, il Paese combatte una mafia straniera e una domanda si impone: i timori migratori di lunga data si stanno concretizzando?

 

I leader della politica italiana, con la promessa di fermare l'”invasione”, giustificano l’approccio dei “porti chiusi”. Il più importante politico italiano, Matteo Salvini, ha recentemente usato Twitter per dire che i boss criminali africani rappresentano “una minaccia crescente che deve essere sradicata immediatamente”.

Per gli oppositori dell’estrema destra, la mafia nigeriana si è rivelata un caso più complicato, un problema politicamente rischioso da minimizzare, ma che dicono essere sfruttato come un randello contro tutti i migranti. Notano che la mafia nigeriana occupa principalmente quartieri di immigrati, facendo leva su quei residenti in un modo che potrebbe sembrare familiare agli italiani che hanno vissuto sotto lo scacco della mafia.

In un discorso ad aprile, Papa Francesco – la cui difesa dei migranti contrasta con la posizione del governo italiano – ha affermato che i delinquenti possono essere ovunque e che la mafia è un prodotto “Made in Italy”.

“Non sono stati i Nigeriani a inventare la mafia”, ha detto.

 

Corde emotive

I nazionalisti hanno a lungo raffigurato la migrazione come fonte di pericolo, affermando che le persone che attraversano le frontiere potrebbero essere mosse da scopi terroristici. I dati di Paesi come gli Stati Uniti, mostrano che tali affermazioni sono esagerate. Ma l’emergere di una nuova mafia straniera fa vibrare le “corde emotive” di un Paese ancora traumatizzato dalle sue guerre di mafia.

 

Non esistono stime affidabili di quanti membri della mafia nigeriana operino in Italia. Ma le interviste con detective, pubblici ministeri, operatori umanitari, vittime della tratta di esseri umani e una revisione di centinaia di pagine di documenti investigativi, mostrano che la mafia nigeriana ha costruito in Italia un hub europeo, con il contrabbando di cocaina dal Sud America, di eroina dall’Asia, e con la tratta di decine di migliaia di donne.

Gli investigatori italiani dicono che quella nigeriana è propriamente una mafia, e non una banda di criminali, perché ha un codice comportamentale e usa il potere implicito del gruppo a scopo di intimidazione e per ridurre al silenzio

 

Membri di gruppi nigeriani sono stati condannati per capi d’imputazione che la giurisprudenza italiana ha formulato decenni fa nella sua lotta contro le mafie locali.

Sebbene forse meno noto del crimine organizzato di Giappone, Russia e Cina, il gruppo dei Nigeriani è diventato “il più strutturato e dinamico” di qualsiasi altra entità criminale straniera che operi in Italia, hanno detto fonti dell’intelligence italiana. Alcuni Nigeriani entrano di nascosto in Italia con l’intenzione di unirsi ai gruppi criminali. Altri vengono reclutati dopo essere arrivati.

 

I membri della Lega di Salvini hanno sottolineato alcuni di questi pericoli, e i politici di un piccolo partito di estrema destra, Fratelli d’Italia, hanno spinto in Parlamento per una più severa supervisione delle mafie straniere, mentre accusavano la sinistra di distogliere lo sguardo dalla minaccia, nel nome del “politicamente corretto”.

A Palermo, il sindaco Leoluca Orlando, un 71enne che tiene il Corano nel suo ufficio e definisce Salvini “piccolo Mussolini”, si rifiuta di distinguere i criminali sulla base dell’etnia. Diversi nigeriani, a Palermo, hanno tenuto conferenze stampa e raduni, per dire che non tutti appartengono alla mafia. “Proprio come i siciliani” ha detto Samson Olomu, presidente dell’associazione nigeriana di Palermo, “non tutti sono mafiosi”.

 

Una tregua inaspettata

La mafia nigeriana è presente in tutta Europa dagli anni ’80. Negli ultimi tempi, non solo si è espansa, ma ha anche allargato il proprio raggio d’azione nell’unico territorio dove nessuna sodalizio straniero aveva osato inoltrarsi.

La Sicilia fu conquistata e saccheggiata da Greci, Bizantini e Normanni. Ma per gran parte del secolo scorso, i signori dell’isola furono i mafiosi di cosa nostra, specializzati in racket, gioco d’azzardo e omicidio – e che in genere non hanno mai condiviso il territorio. “Negli anni ’80 e ’90, non sarebbe mai potuto accadere”, ha confermato Giuseppe Governale, capo della DIA (Direzione investigativa antimafia).

La Sicilia di oggi è diversa. Cosa nostra è zoppicante. I suoi leader sono stati incarcerati, uno dopo l’altro. Il gruppo è diventato più silenzioso, meno apertamente violento e, nell’ultimo decennio, è arrivata una nuova ondata di persone – centinaia di migliaia di Africani, fino alla chiusura dei porti. Molti dei migranti si sono trasferiti in altre parti d’Italia o addirittura in Europa. Altri sono rimasti.

Gli investigatori dicono di aver visto per la prima volta i segni della presenza della mafia nigeriana in Italia nel 2013, con un aumento delle violenze.

Due anni dopo, è emerso come il nuovo gruppo abbia potuto cooperare nel traffico di droga con la mafia siciliana: una conversazione registrata ha rivelato due esponenti di cosa nostra che descrivono i nigeriani come “giovani duri” e pericolosi ma capaci di stare al loro posto

Le autorità dicono che le due mafie non si fanno la guerra perché quella nigeriana ha costruito gran parte dei suoi affari intorno a un business verso cui cosa nostra non ha mai mostrato interesse: la prostituzione.

 

Alcuni esperti dicono che circa 20.000 donne nigeriane, alcune delle quali minorenni, sono giunte in Sicilia tra il 2016 e il 2018, trafficate in cooperazione con i Nigeriani d’Italia.

“Si pensi al porto: centinaia (di donne) vi giungono ogni giorno” ha detto Sergio Cipolla, presidente di Cooperazione Internazionale Sud Sud (Ciss), un’organizzazione no profit con sede a Palermo che si occupa di migranti. “Le donne sarebbero portate nei centri di accoglienza del governo, ma non costrette a rimanerci, sarebbero fuggite e svanite nel nulla”.

Secondo documenti e investigazioni, le donne vengono in Italia con un accordo, accettando di pagare una tariffa di 20.000 o 30.000 euro per vivere in Europa, lavorando. Prima di lasciare la Nigeria, la maggior parte giura di ripagare il debito, durante un rito voodoo. Ma, una volta in Italia, scopre che non vi è alcuna occupazione attinente la cura di bambini o degli anziani.

Una vittima di tratta che ha parlato in condizione di anonimato per timore di ritorsioni, ha detto che le è stata consegnata una gonna corta e un pacchetto di preservativi e che le è stato detto di andare al lavoro. Nel giro di alcuni mesi, ha cercato di uccidersi inghiottendo candeggina. “Ho creduto al giuramento” ha detto la donna, che ha 23 anni e viene da Benin City, in Nigeria: “Se non ripaghi il debito, muori”.

 

Un altro colpo contro la mafia

È raro che le donne vadano dalla polizia, ma quando lo fanno, il ritorno per gli investigatori può essere significativo. Francesco Del Grosso, capo della sezione crimini stranieri presso l’unità di polizia di Palermo, era alla sua scrivania nel 2017 quando una donna nigeriana si presentò, dicendo che era spaventata, ma pronta a parlare. E la stessa ha descritto diversi anni di violenze a sfondo sessuale e di coercizione e ha detto di essere stata protetta da un’associazione.

 

La donna ha raccontato nei dettagli ciò che aveva visto, facendo rivelazioni sul gruppo “Eiye”, uno dei principali della mafia nigeriana. Del Grosso le ha poi mostrato alcune foto segnaletiche di Nigeriani che aveva in archivio, e una nuova inchiesta è partita.

 

Diciannove mesi dopo, 14 membri di “Eiye” furono arrestati per reati di mafia e droga, tra cui il sospettato capo siciliano, Osabuohien Ehigiator. Del Grosso ha detto che le 14 persone erano venute in Italia con i barconi. Poco dopo la diffusione della notizia, Salvini ha twittato i suoi ringraziamenti agli investigatori: “Un altro colpo alla mafia nigeriana” ha scritto.

“Non cambia nulla. Sono criminali”

Del Grosso tiene la politica lontana dal lavoro. Non ha mai avuto intenzione di combattere il crimine straniero. Si è laureato all’Accademia nazionale di Polizia e ha richiesto un trasferimento a Palermo “a causa di ciò che rappresenta” – una terra santa nella lotta dello Stato contro la mafia italiana. “È dove sono avvenuti tutti i più grandi scontri”.

E invece, ha trovato un lavoro con una finestra sul mondo della criminalità immigrata in Sicilia, e il quartiere in cui agisce gran parte di quella delinquenza, è a pochi passi dal suo ufficio. Un giorno ha fatto una passeggiata attraverso l’hub della mafia nigeriana di Palermo – un quartiere di edifici fatiscenti, vicoli stretti, venditori di cibo, motorini sfreccianti – notando i luoghi delle retate, le case della prostituzione e un edificio utilizzato come deposito di droga.

 

“Questo, per l’Italia, è un fenomeno nuovo. Ma dal mio punto di vista, non cambia nulla: sono sempre delinquenti”. I criminali hanno costantemente oltrepassato i confini. “E quando gli Italiani sono andati in America, vi hanno portato criminalità”.

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