Lettera di una mamma a cui da 42 mesi hanno strappato i figli

Una donna, un’insegnante, vittima di violenza da parte del marito; poi la violenza dello Stato, l’eterno stigma sociale contro le madri. La richiesta d’aiuto: “Pubblicate tutto”

Due figli, una ragazza preadolescente e un bambino più piccolo, progressivamente allontanati dalla madre, nonostante fosse lei la vittima all’interno della coppia di genitori. Una storia che richiama tristemente quella già raccontata sul Tacco pochi giorni fa, e che permette di vedere cosa realmente accade quando si mette in moto il meccanismo dell’allontanamento dei figli a beneficio, enorme paradosso, del genitore maltrattante. Pubblichiamo la lettera scritta da questa mamma, vittima due volte, prima del suo compagno, poi delle figure che, in rappresentanza dello Stato, avrebbero dovuto tutelarla.

Sono un’insegnante, ma prima ancora, e sopra ad ogni altra cosa, sono una mamma.

Forse è più esatto dire “ero una mamma”, perché da 42 mesi si sta tentando in tutti i modi di togliermi quella maternità che ho desiderato a lungo e raggiunto tardi.

Con la nascita della mia prima figlia, paradossalmente, è iniziata la fine del mio matrimonio che, come in tanti casi, è naufragato per le divergenze educative che si sono svelate fin da subito. Ma proprio subito! Visto che persino la prima notte passata con mia figlia a casa, dopo la sua nascita, non mi sono state risparmiate mortificazioni e critiche, tanto ingiuste quanto dolorose: mia figlia, nutrita con latte artificiale in ospedale contro il mio espresso desiderio, faticava ad attaccarsi al seno, e mio marito furioso, nel cuore della notte, mentre seduta sul letto cercavo di allattare la bimba, mi urlò che volevo far morire di fame sua figlia con le mie idee da femminista (???); non mancò l’insulto. Andò a finire che mia figlia, nata di oltre 3,5 kg, non ebbe neppure il calo fisiologico del 10%, venne allattata esclusivamente al seno per i canonici sei mesi e fu staccata dal seno definitivamente a 13 mesi: non ebbi mai alcuna scusa dal padre per l’umiliazione di quella prima notte da mamma. Passai 21 mesi svegliandomi immancabilmente ogni due ore, richiamata da mia figlia che giorno e notte chiedeva il seno. Il padre, disturbato nel suo sonno dai nostri risvegli, si trasferì in un’altra camera, al piano superiore e lì, di nuovo, finì un po’ il mio matrimonio.

Un altro po’ finì quando per una sciocchezza, pochi mesi dopo, mi strappò dalle braccia mia figlia, mi prese per lo scollo dell’abito, strappandolo, e mi chiuse in una camera fino a quando mia figlia non ebbe bisogno di essere allattata: quella fu la prima volta che mi mise le mani addosso, la prima in cui mia figlia fu costretta –seppure molto piccola – ad assistere alla violenza fisica di suo padre. Con il senno di poi, ora so che avrei dovuto chiudere lì il matrimonio ma non lo feci: me ne assumo ogni colpa.

Con la nascita del secondo figlio, poi, è stato chiaro che diverse opinioni sulla crescita dei bambini e differenti progetti di vita stavano portando noi genitori alla separazione: chi in modo più dolorosamente consapevole, chi in modo meno faticoso ma non certo meno convinto. Dopo qualche altro anno, durante il quale la distanza cresceva e i contrasti erano sempre più evidenti, dopo un altro episodio di violenza verbale e fisica sempre davanti ai miei figli (allora non più tanto piccoli), su consiglio di una psicologa a cui mi ero rivolta (e che tornerà di nuovo nel corso della mia vicenda) comunicai al padre dei miei figli la decisione di separarmi da lui; la frase che mi disse, se allora la trovai crudelmente inutile e irrealizzabile, ora suona come una minaccia realizzatasi: “Se mi porti in tribunale, farò di tutto per portarti via i figli!”. Una frase che, ho scoperto recentemente dal report di un avvocato durante una conferenza, lungi dall’essere un’eccezione è un triste must in fase separativa, esattamente come la violenza domestica e, purtroppo, il fenomeno dilagante dell’alienazione parentale,che mi pare essere l’ultima frontiera, la più spietata e disumana, dei conflitti endofamiliari che si scatenano quando un rapporto finisce e i figli vengono usati senza pietà come armi di ricatto verso l’ex.

La mia separazione comunque, per tante ragioni, non ha potuto essere consensuale; tra questi motivi il fatto più grave è stata l’aggressione che ho subìto – l’ennesima– da parte del mio ex marito di fronte a mia figlia, diretta testimone oculare e in qualche modo parte in causa; mio figlio, pure presente in casa, ha sentito tutto, e visto le conseguenze di quell’episodio su di me. 

Nonostante le evidenze fisiche sul mio corpo e quelle psicologiche sui miei figli, nonostante l’intervento delle forze dell’ordine e il loro verbale, nessun provvedimento di allontanamento fu preso nei confronti del mio ex marito e questo fu un ulteriore trauma per i miei figli che di notte, terrorizzati, volevano dormire con me e la porta della camera da letto chiusa a chiave, mentre il fine settimana furono ben presto costretti a trascorrerlo con il padre. Ho ancora nelle orecchie l’angoscia e la ribellione di mia figlia, quando le dovetti comunicare che avrebbe dovuto rivedere il padre. Del resto, il giorno dopo l’aggressione avevo portato i miei bambini dalla psicologa che –dopo averli brevemente sentiti – diagnosticò loro un “disturbo post-traumatico acuto da stress”. Non essendoci alcun decisione limitativa, i miei figli furono costretti a vedere il padre.

Passarono alcuni mesi e, dopo l’udienza preliminare (a seguito della quale fu previsto un periodo di incontri protetti tra il padre e i figli) e una CTU chiamata a valutare le competenze genitoriali mie e del mio ex marito e la qualità dei rapporti tra noi e i nostri figli, arrivò il decreto provvisorio di separazione che affidava a me in via esclusiva i figli e delegava ai servizi sociali la regolamentazione delle visite del padre. Consapevole che i miei figli avevano iniziato a riacquistare serenità, stavano di nuovo bene con il padre e avevano in ogni caso bisogno di un modello diverso rispetto a quello che io potevo rappresentare per loro, non ho mai sollecitato una calendarizzazione degli incontri, che sono quindi diventati giornalieri fino a includere tutti i fine settimana. Paradossalmente – come è stato fatto notare dall’allora assistente sociale al mio ex marito, che lamentava di vedere poco i bambini –, pur non avendone l’affido, a lui era consentito frequentare i figli con modalità e in misura di gran lunga superiore a qualsiasi genitore in regime di affido condiviso, mentre io ero il genitore penalizzato.

E così ha continuato ad essere, fino a quando mia figlia si è affacciata all’adolescenza: il rapporto con me si era fatto ancora più stretto e lei aveva iniziato a mostrare i primi segni di insofferenza verso il padre, il suo modo di vivere e il modello educativo che trasmetteva soprattutto al fratello. Senza dubbio influenzata dagli anni di conflitto tra i genitori, era una ragazzina dolce e sensibile ma, soprattutto nei rapporti con i pari, fragile e insicura; la sua autostima non era sufficiente a farle superare indenne il crudele confronto con le coetanee (“tutte Barbie”, mentre lei si vedeva brutta e grassa, “una balena con gli occhi a palla”) e sentiva tutto e tutti contro di lei. Sono quindi divenute evidenti le sue difficoltà affettivo-relazionali e l’immagine di sé inadeguata che aveva elaborato: di certo mia figlia soffriva moltissimo. Per questi motivi, in accordo con l’assistente sociale di riferimento e la pediatra, e comunicatolo al padre (che ovviamente, sempre immancabilmente davanti ai figli, mi accusò di essere la causa di tutti i mali), si decise di far seguire mia figlia dalla stessa psicologa che conosceva la situazione mia e dei miei figli già da alcuni anni.

Alla fine dell’estate, all’avvicendarsi della prima assistente sociale con una nuova, ho fatto subito presente che mia figlia, oltre a manifestare un attaccamento sempre più forte nei miei riguardi e, per contro, un’ostilità crescente nei confronti del padre e del fratello – che al padre era sempre più legato –, stava iniziando a mostrare un preoccupante ipercontrollo alimentare

Siccome era prevista per fine anno la sentenza definitiva di separazione, e viste le mie preoccupazioni, non ho trovato strano e non avuto difficoltà ad accettare di incontrare insieme ai miei figli, e di far incontrare loro separatamente, una psicologa individuata dal Servizio Sociale; analogamente non ho avuto nulla da obiettare quando l’“équipe multi professionale” mi chiese di poter parlare con una parente paterna che avevo sempre considerato una positiva figura di resilienza per i miei figli.

Certo non potevo immaginare cosa stava accadendo.

A questo punto la mia storia va in stand-by e si “riaccende” solo sotto forma di incubo, alla vigilia della sentenza definitiva di separazione: questo incubo ha una data precisa, un preciso momento della giornata, sensazioni stampate a fuoco dentro di me, che mille e mille volte ho ripensato a quei momenti, a quella situazione surreale, al dolore più forte che io abbia mai provato, un dolore così profondo da lasciare schiantati, da non poter esprimersi in urla o lacrime: io ricordo il mio sconcerto e uno stato di tragica trance. La mia vita si è fermata quel giorno: ho raccontato a pochi (cosa potevo dire, del resto? Neppure io capivo) e ho chiesto al mio avvocato di far finire subito quella situazione. Non so come ho potuto non impazzire. 

Una telefonata urgente per me era arrivata mentre lavoravo: pensai subito a qualche malessere dei miei figli a scuola… invece era l’assistente sociale che mi convocava immediatamente. Ebbi un presagio indistinto ma angoscioso, che mi accompagnò mentre correvo alla sede dei servizi sociali dove mi trovai davanti ad un “plotone d’esecuzione” che balbettava scuse, pareva non osare; osai io, inconsciamente consapevole: Dove sono i miei figli?domandai. Avevo purtroppo centrato la domanda: li avevano portati via prelevandoli da scuola. Sbalordita non chiesi neppure il perché, chiesi solo dove fossero: erano stati dati in custodia proprio a quella parente del padre che io avevo sempre considerato per loro una sorta di nonna amorevole, la persona che credevo mi potesse aiutare a farli crescere forti. 

Non presi il foglio che avevano su quel lungo tavolo, non volli sapere altro; volevo solo andarmene per cercare di parlare con i miei figli. Fui fermata dalla psicologa, che  volle dirmi che “avevo dei figli molto intelligenti ma anche indubbiamente maturi e sensibili e che quello era certamente merito mio”. Quella frase lì, in quel momento, non aveva alcun senso, era completamente fuori contesto, era sarcasticamente crudele, del tutto inutile: sentii quella situazione straniante, percepivo la realtà in modo alterato, come se il tempo e lo spazio mi avessero fatto un brutto scherzo e le poche parole scambiate in un silenzio innaturale mi paiono ancora oggi come deformate, disumanizzate.

Da quel momento so perfettamente cosa significa impazzire, volevo solo chiudermi in casa e sentire la voce dei miei figli. A nessun numero telefonico ottenni risposta; solo il padre mi rispose: gli avevano consigliato di non aver alcun contatto con me (questa è stata l’ultima volta che ho sentito la sua voce).

Nulla più.

Ho provato il più lacerante urlo silenzioso di disperazione, il dolore di un’amputazione senza anestesia, il petto sventrato e il cuore strappato da chi ti guarda fisso negli occhi beffardamente e insieme… una vergogna indicibile e irrazionale, la consapevolezza assurda di portare uno stigma incancellabile e un imperdonabile giudizio sociale. Perché ci sarebbe da chiedersi… ma in quei momenti non sai nulla, non ti accorgi di nulla, “senti” solo.

Parlai con pochissime persone: non sapevo che dire, cosa raccontare e come farlo, non sapevo rispondere ai loro e ai miei perché. 

Solo dopo oltre due settimane (colpevole e calcolato ritardo) riuscii ad avere copia del provvedimento di allontanamento ex art. 403 (ancora non sapevo neppure cosa fosse!) mentre vivevo in una casa vuota e silenziosa con un dolore che non si placava, uno sconcerto infinito e uno schermo nero davanti agli occhi: mi sentivo un fantasma, mi vedevo vivere una vita che non volevo più, non volevo iniziasse un nuovo giorno, non volevo ricordare chi ero e cosa mi era stato fatto. Non volevo. Non desideravo più nulla, solo smettere di “sentire”.

Ma dovevo darmi delle risposte, quindi mi documentai e rimasi senza parole: la motivazione per la quale mi erano stati strappati i figli era scritta in due righe su un foglio: si affermava che, alla base di quel rapimento, c’era un “presunto grave pregiudizio”; riflettei con un minimo di lucidità e con la mia forma mentis cercai un senso a quelle tre parole, le scomposi e le guardai. Quei due prefissi pre- dicevano tutta l’infondatezza della motivazione. Dovetti accettare che i miei figli mi erano stati strappati, ed erano stati consegnati ad una persona malefica, per un giudizio precostituito e pure ipotetico! Cercai “pregiudizio” su tanti vocabolari e trovai come sinonimi: preconcetto, preclusione, errore, superstizione, credenza errata, fantasia, fisima, fanatismo, prevenzione, ma anche danno, svantaggio, scapito, detrimento… Trovai i suoi contrari: obiettività, imparzialità, utilità, favore, vantaggio e la sua definizione in sociologia, psicologia e antropologia: opinione data senza avere conoscenza diretta dei fatti, e fondata quindi su semplici considerazioni personali, oppure convinzione, normalmente considerata errata, spesso dovuta ad un condizionamento e/o ad un’influenza “esterni” o ancora una o più opinioni apparenti, per estensione e in senso figurato “luogo comune”, spesso dovuto a “diffamazione” e/o a opinioni falsate e ancora opinione considerata ingiustamente “avvalorata” e con fondamento, spesso senza conferma definitiva né assunto logico.

Questo era e questo è.

Continuai, e ancora continuo, a documentarmi e a studiare: così ho scoperto che nel mio caso non è stato utilizzato il modello predisposto dal Protocollo della mia provincia per gli interventi in caso di maltrattamento su minori. C’è davvero da chiedersi come mai questa strana scelta… allora spiego che nel mio caso, per allontanare i figli è stato applicato un metodo che dovrebbe essere (ma non è) un’eccezione: il provvedimento applicato nel mio caso si basa sull’art. 403 del Codice Civile, articolo di epoca regia, considerato per lo più anticostituzionale e del tutto residuale, adottabile dai servizi sociali in casi del tutto eccezionali, quando esiste un immediato e accertato pericolo di vita e l’impossibilità di rivolgersi ad un tribunale e attenderne i tempi tecnici che comunque in questi casi sono brevissimi. Ebbene: il 403 nella mia provincia dovrebbe prevedere prove certe e documentate attraverso referti di pronto soccorso attestanti le violenze fisiche (e, guarda caso, non prevede diagnosi psicologiche soggettive e opinabili, costruibili così come contraddicibili ad hoc).

Nel mio caso queste prove certe non esistevano, nessun referto medico (ovviamente) quindi i miei figli sono stati allontanati:

  1. sulla base di una storia de relato propinata da una parente paterna, quindi parte in causa, ai servizi sociali e alla questura (e tra le due versioni esistono tra l’altro sfumature piccole quanto sostanziali);
  2. a pochi giorni dalla sentenza definitiva di separazione che, in mancanza di uno scoop come quello creato ad arte, si sarebbe presumibilmente conclusa con la conferma dell’affidamento esclusivo alla sottoscritta;
  3. proprio tra i 12 e 14 anni di età di mia figlia, assurdo (e illecito) discrimine tra l’età in cui per i tribunali italiani un minore non ha capacità di discernimento e l’età in cui può tranquillamente autodeterminarsi e decidere per il proprio “superiore interesse”, la famigerata adolescenza, ovvero quella fase esistenziale universalmente riconosciuta come di faticoso affrancamento dalle figure genitoriali, osteggiate, sfidate, rinnegate… tanto più quanto sono “importanti” e presenti al processo di crescita e di conquista della propria autonomia;
  4. in presenza di un mancato pagamento dell’assegno di mantenimento stabilito due anni prima e, quindi, di evidenti motivi di ricatto economico e, non ultimo,
  5. da una persona che, con palesi e importanti conoscenze in comune, ha ammesso che, pur sapendo dei maltrattamenti perpetrati da me sui miei figli da anni, non mi aveva mai denunciato prima (commettendo, se fosse vero, ipso facto un reato!) perché non aveva mai potuto rilevarne traccia;
  6. da una persona anziana e senza figli che aveva nel tempo costruito – purtroppo con il mio più totale ingenuo, inconsapevole benestare! – una relazione sotto traccia, evidentemente invischiante, di opportunistica accondiscendenza.

In tutta questa storia di lucida follia, a me ovviamente non è mai stata data alcuna possibilità di replica in contraddittorio (come ogni Dichiarazione sui diritti umani prevede!) e, in contrasto con le Linee guida degli assistenti sociali e il loro Codice deontologico:

  1. si è relazionato in modo soggettivo, valutante/giudicante quindi fuorviante e suggestivo, sia a livello di forma linguistica (l’uso del condizionale della possibilità e l’aggettivo “presunto” per alludere alle inadeguatezza paterne, peraltro confermate da una condanna penale, ma l’uso dell’indicativo, modo verbale della certezza e della realtà non attenuata dal benché minimo dubbio per riportare come dati di fatto certi e acquisiti i “miei maltrattamenti”), sia di contenuti omessi/inventati a seconda dell’opportunità;
  2. inserendo affermazioni palesemente calunniose e diffamanti nei miei confronti, umilianti come madre, donna e insegnante;
  3. non considerando i motivi che per la giurisprudenza e per la psicologia giuridica sono ostativi rispetto all’affido condiviso;
  4. assumendo fin da subito condotte discriminatorie che chiaramente hanno sposato, facilitato e sostenuto il progetto di alienazione dei miei figli;
  5. non attivando – ammesso e assolutamente non concesso ce ne fosse stato bisogno – alcun progetto di sostegno alla genitorialità, né tanto meno alcuna azione di supporto psicologico rivolto a mia figlia, come da me espressamente richiesto prima di attivarmi privatamente e far seguire la ragazza dalla psicologa che – ora va detto! – è la presidentessa di una illustre organizzazione che si occupa proprio di maltrattamenti all’infanzia a livello nazionale (strana scelta davvero per una madre maltrattante… sarebbe stato come a volersi a tutti i costi buttare tra le fauci del leone!).

Un rapporto sereno, affettuoso, intimo è stato improvvisamente interrotto, violentato, manipolato fino a creare un abisso tra una madre – adeguata per una CTU, per il Tribunale, per amici, conoscenti, insegnanti, pediatra e persino per l’assistente sociale in carica fino a pochi mesi prima – e i propri figli; “improvvisamente” almeno per me perché poi, scavando tra le carte, ripensando a certi segnali e valutando con il senno di poi taluni comportamenti e mezze frasi, in quella fase di stand-by a cui ho fatto cenno prima, tutto si stava costruendo, organizzando, preparando per colpirmi chirurgicamente. Tutto pronto in attesa del momento propizio, che chiaramente sarebbe arrivato, tenendo conto degli ingredienti sul tavolo: una figura parentale presente e psicologicamente influente, una situazione separativa negativa che andava capovolta, una madre tanto adeguata quanto ingombrante (per una famiglia influente ma allora “in scacco”, ma anche per un’assistente sociale incapace di valutare con la necessaria competenza e imparzialità, caratteristiche evidentemente interconnesse) e, fattore scatenante, una fase adolescenziale acuta.

Mia figlia non poteva rimandare oltre il suo obiettivo di omologazione, non si vedeva “bella” ma aveva la necessità immediata di essere riconosciuta tale dal gruppo, attraverso un improcrastinabile bisogno di dimagrire: il rischio di un serio disturbo del comportamento alimentare mi era tanto chiaro da averlo già sottolineato alla prozia, al padre e all’équipe ASL/ASP, e me ne erano chiari i rischi fisici e psicologici; mi mancava la motivazione – superficiale quanto ascientifica – che tali pensieri anoressici si spieghino sic et sempliciter con una difficoltà relazionale della madre. Ma giusto pochi mesi dopo mi sono ritrovata ad un convegno sull’adolescenza, report di un’indagine svolta nella mia provincia, dove – presente la sottoscritta e, tra le altre figure istituzionali, la psicologa che così brillantemente e con certezza granitica mi aveva accusato di essere causa unica e malevola del malessere di mia figlia (manifestatosi con un rifiuto del cibo che, appena evidenziatosi con me, ha poi potuto esplodere – non arginato – dopo l’allontanamento da me, fino a portarla a perdere 30 kg in pochissimi mesi, con tutte le conseguenze). Una considerazione sorge spontanea: quali colpe mi si vorranno attribuire per il disturbo del comportamento alimentare uguale ed opposto manifestato da mio figlio (figura – ahimè e ahilui –marginale quanto coinvolta suo malgrado, e alienato tanto se non più della sorella, essendo più piccolo ed ingenuo) nei 20 mesi che sono seguiti allo strappo da sua madre? Ė difficile far ricadere su di me e sui miei maltrattamenti l’essere ingrassato oltre 20 kg, con una diagnosi di obesità grave e un preoccupante dismetabolismo epatico… ma le vie del Signore sono infinite e qualcosa si può sempre estrarre dal cilindro per supportare tesi fantascientifiche.

Quello che è seguito è purtroppo la prassi:

  1. l’irregolare e colpevole coinvolgimento del Tribunale dei minori che, unico espressosi in merito ad affido e collocamento (ma neppure in base al famigerato art. 403, che quindi è restato incredibilmente attivo per 22 mesi, nonostante sia per definizione un provvedimento solo amministrativo, solo urgente e solo provvisorio), si è poi dichiarato –dopo ben 10 mesi – incompetente, rendendo così nulla ogni sua decisione, sulla base della quale però i servizi sociali, il padre e la sua parente/collocataria, si sono arrogati diritti che non hanno, estromettendomi da ogni decisione relativa ai miei figli, anche in ambito di istruzione, educazione e salute;
  2. un arresto del procedimento civile di separazione e una nuova, lunghissima CTU, l’inevitabile richiesta di un’inversione dell’affidamento, la restituzione della casa coniugale e, insieme, l’incredibile falsa affermazione di avermi sempre regolarmente corrisposto l’assegno di mantenimento;
  3. una denuncia a mio carico ex art. 572 per maltrattamenti in famiglia (per rientrare, con le false accuse, pienamente nella casistica dell’alienazione parentale) e, quindi,
  4. il calvario degli incontri protetti insolitamente infrequenti e spesso occasione di interventi a “gamba tesa” dell’assistente sociale su di me, a rinforzo del delirio di onnipotenza istillato nei miei figli;
  5. una CTU per valutare la capacità di testimoniare dei miei figli, con rivelazioni sconcertanti degli adulti ascoltati (tutti rigorosamente di controparte) e dichiarazioni contraddittorie dei miei figli che, da sole e a volerle ben vedere, avrebbero potuto già provare senza ombra di dubbio l’alienazione parentale e la complicità istituzionale nella messa in atto di queste dinamiche manipolatorie; questa CTU, inoltre, a parere di alcuni psicologi giuridici, non doveva affatto consentire l’ascolto dei miei figli in quanto non in possesso delle capacità generiche a testimoniare e un evidente dissociazione rispetto alla realtà confermata dal test di Rorschach effettuato ma non adeguatamente valutato (quando la scala che indica l’adesione alla realtà segna 20 e il minimo – non il massimo! – deve essere 80 ti fai tante domande, ti dai delle risposte e ti preoccupi per la salute mentale dei tuoi figli);
  6. un incidente probatorio a cui io non ho voluto assistere per evitare di farmi ulteriormente violentare, ma a cui i miei figli sono stati accompagnati dalla triade padre-parente-assistente sociale e che è stato preparato e seguito da un lungo periodo di lontananza anche da mio figlio per il rischio che io lo “condizionassi” (verbo  comparso nel lessico attivo dei miei figli, in modo davvero inspiegabile);
  7. Il mio rinvio a giudizio, giusto per dilatare i tempi di questo supplizio, rendere sempre più arrogante il sistema alienante e garantire un esborso sempre maggiore di soldi miei e di fondi pubblici;
  8. una psicovalutazione quasi passata sotto silenzio perché ancora una volta incastra il mio ex e assolve la sottoscritta;
  9. la continuazione della psicoterapia su mia figlia da parte della psicologa, a cui io ho revocato l’incarico (come nel mio pieno diritto, visto che la mia responsabilità genitoriale non è limitata, né tanto meno decaduta e pertanto, in particolare negli ambiti della salute, dell’educazione e dell’istruzione io ho la piena potestà; la psicoterapia è equiparata ad un trattamento sanitario, che quindi richiede l’esplicito consenso di entrambi i genitori non decaduti) e che quindi opera illegalmente sempre – e solo – con il permesso di quello che per brevità chiamo “sistema alienante”;
  10. la “strana” reticenza/diniego dei servizi sociali di depositare in tribunale – nonostante esplicita e formale richiesta del giudice – le relazioni dell’educatore che ha seguito per anni gli incontri protetti tra me e i miei figli; a stare alle sue parole (ma si sa, verba volant…) fin da maggio 2016 mio figlio manifesta “una gran voglia di mamma” e con mia figlia – vista la situazione di alienazione di grado grave! – tutto procede al meglio possibile, considerando la situazione;
  11. tale reticenza poi, ha improvvisamente coinvolto la scuola dei miei figli e, come sempre, il risultato è stato mettermi spalle al muro, non permettermi di difendermi e di affermare quello che tento da quasi due anni di far capire a tutti: il rifiuto di incontrarmi e di tornare a casa dei miei figli (in realtà solo di mia figlia, soprattutto dopo l’outing di mio figli,o poi immediatamente risucchiato in pieno conflitto di lealtà, come da manuale) non è causato dai miei maltrattamenti, ma è la conseguenza di un preordinato processo di alienazione sostenuto in modo complice dalle istituzioni che ben altro mandato sociale dovrebbero avere.

Questo ultimo punto è il nucleo della mia storia e di tutte le storie simili: la violenza istituzionale è una costante di queste vicende. Non ci può essere alienazione se non c’è un fattivo supporto di chi dovrebbe vigilare e tutelare e non lo fa, di chi preferisce mettersi acriticamente (come minimo e a non voler pensare male!) dalla parte più facile, più agguerrita, con possibilità economica e la sicurezza che ne deriva.

Per le donne, per le mamme in particolare, poi, c’è un’altra difficoltà, una violenza nella violenza, un dolore maggiore che si somma a quello già ingestibile: si chiama stigma sociale, che può essere riassunto in una frase: “Una madre rifiutata dai suoi figli? Chissà che cosa avrà fatto! Se lo sarà di certo meritato”. La risposta è NO, ma non c’è migliore sordo di chi non vuole sentire, non c’è peggiore persona di chi, senza sapere, giudica.

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