Io voglio bene a mio papà

Una mamma e il suo bimbo, entrambi vittime di violenza da parte dell’uomo che avrebbe dovuto amarli e proteggerli da ogni pericolo. Una giustizia ingiusta: il Tribunale dei minori di Lecce, presidente Lucia Rabboni, che decide che il bimbo sarà prelevato (o deportato?) dai Carabinieri, tolto alla madre, per chiuderlo in una casa famiglia col padre violento. È stato deciso per decreto del presidente del Tribunale dei minori. Nel frattempo, pochi giorni fa, il bimbo è stato ricoverato in ospedale per dei problemi di salute e alcuni agenti si sono recati lì per prelevarlo e portarlo in casa famiglia col padre, imputato per violenze nei confronti della ex compagna. Il pediatra del reparto si è rifiutato di firmare le dimissioni prima di aver completato gli esami prescritti. Perché accade questo?
Il principio della “bigenitorialità” è travisato. La lentezza dei processi penali fa il resto: il processo per le violenze su mamma e figlio ancora non è arrivato al primo grado di giudizio, ma le violenze sono accertate da perizie e testimonianze, anche degli stessi Carabinieri. In attesa di una giustizia lenta, la giustizia ingiusta partorisce un obbrobrio. Mi rifiuto di stare a guardare. M.L.M.

di Thomas Pistoia

Io voglio bene a mio papà. Gliene voglio tanto.
Lui è grande, è forte e sa fare tante cose.
Sì, mi piace stare con lui. Certe volte. Altre no.
Quando non mi piace?
Quando si arrabbia con la mamma.

Perché lui dice che ci sono cose che la mamma deve fare senza discutere. Deve ubbidire e basta. E guai se non lo fa.
Lei, per la verità, ubbidisce sempre, almeno a me sembra così. Mi dice “facciamo come dice papà, così è contento”.

Però, non so, ancora non ho capito dove sbagliamo, dove sbaglia lei, soprattutto. Alla fine lui si mette a urlare lo stesso, poi comincia… Comincia a…
Qualche volta dà le botte anche a me, ma è la mamma a prenderne di più. Perché si mette tra me e lui e gli dice di non toccarmi. Allora io scappo in camera, mi nascondo sotto il letto e mi metto le mani sulle orecchie, così non sento i colpi e le urla. Però spesso sono così forti che li sento ugualmente. Li sento come la batteria della musica delle giostre e delle bancarelle, quando è molto alta. Li sento come se venissero dal mio petto, come se si infilassero tra i battiti del mio cuore.

Allora, per distrarmi, mi metto a guardare i ciuffi di polvere (sotto al letto ne trovo sempre qualcuno). Faccio finta che siano vivi e che parlino tra loro. Ne scelgo due grandi; loro fanno i genitori. Poi uno più piccolo, che fa il bambino.

Gioco così, immaginando la loro vita, inventando storie mentre tengo le mani sulle orecchie, finché papà non smette di picchiare

Di solito, quando finisce, esce e se ne va al bar. Allora io raggiungo la mamma, la aiuto ad alzarsi e a pulirsi, le dico di reggersi a me e la accompagno fino al bagno. Lei si lava e si toglie di dosso tutto quel sangue. Beh, tutto tutto no. A volte le rimangono piccole croste sulla faccia. Segni. E i suoi occhi si gonfiano.

Però mi sorride sempre e mi dice che tanto poi passa. Secondo me non è vero, non passa. Io le conosco le botte che dà papà, fanno proprio male male. E anche quando passa quello sul corpo… Non so come dire… c’è del male che resta dentro. Ed è una cosa che non si può disinfettare.

Dev’essere per questo che, l’altro giorno, la mamma mi ha portato via. Siamo andati in un posto dove c’è una signora gentile, una… A me è sembrata una mamma anche lei.

La mia mamma le ha detto tutto: che papà la picchia, che picchia me. Che papà non vuole che lei abbia delle amiche, men che meno degli amici, o che frequenti i parenti. Che non può uscire senza il suo permesso e che, quando lui è fuori, per essere certo che lei sia in casa, la chiama al telefono e le ordina di alzare il volume del televisore. E guai, guai se non lo fa!

Comunque anche se lo fa, anche se ubbidisce, non serve a niente. Quando lui rientra, un altro motivo per prenderla a pugni lo trova sempre.
Papà ha telefonato mentre stavamo lì, dalla signora gentile. La mamma non rispondeva e più non rispondeva, più lui richiamava. Non… Non smetteva mai. Il telefono suonava, suonava. E noi avevamo paura. Tanta paura.

La signora gentile ci ha detto di rifugiarci dai nonni, che nel frattempo lei avrebbe cercato un posto dove farci stare. Ma papà è venuto anche a casa dei nonni e ha iniziato a tirare colpi alla porta.
La mamma piangeva e gli urlava di andare via. Anche io piangevo e lo guardavo dalla finestra.

Io… Io penso che uno che fa così non è un vero papà. I papà non si comportano in questo modo, a meno che… Che sia malato? E’ malato, il mio papà? Oppure sono malato io? O la mamma? E’ colpa nostra? E’ colpa nostra se lui diventa così cattivo? Io non lo so, non capisco.

Sono venuti i carabineri con la divisa e gli hanno detto che doveva andar via. Lo hanno proprio accompagnato. Ma lui, ogni giorno continua a telefonare, dice parolacce brutte alla mamma, gliele scrive anche nei messaggi.

Ma sì, certo che voglio bene a mio papà. Gliene voglio tanto, anche… anche se fa così, però, giudice, io non voglio andare in quella casa con lui, io preferisco stare con la mamma

No, non lo so cosa dice la legge, non so neanche cos’è una legge, io sono un bambino, non mi vede? E comunque sarà una legge sbagliata, oppure è lei che la sta leggendo male, non so… Provi a rileggerla. Non può mica esserci scritto che sono obbligato a stare con un papà che mi picchia e che picchia la mamma! Ma che legge stupida è? La rilegga, per favore, deve esserci un errore, metta gli occhiali, forse non ha visto bene.

Io voglio bene a mio papà, ma lui deve smettere di dare botte, deve diventare buono, altrimenti io con lui non ci sto. Scappo.
E se trovo le porte chiuse, scappo sotto il letto. Lì dove mi sta mandando, ci sono i ciuffi di polvere sotto i letti?

Così, mentre aspetto che mi riportiate dalla mamma, gioco un po’.
Ne scelgo due grandi e uno più piccolo.
Faccio finta che siano un famiglia.
Quello più piccolo…
Quello più piccolo fa il bambino.
E, quando soffio, rotola felice.

 

Per saperne di più: 

Se il Tribunale consegna il bimbo all’orco

Il bimbo di 7 anni tolto dalla madre e portato in Questura

“Non denunciate la violenza, sennò vi tolgono i figli”, l’urlo di dolore di una mamma

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Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor. Ha collaborato con Astorina per alcune storie di Diabolik.

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