Miliardi di persone ci sono e vieni sempre da me

Tutti coinvolti: le famiglie, che secondo il giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Taranto “hanno dato prova di incapacità a controllare ed educare i due giovani”; la Scuola, perché almeno due docenti sapevano e avevano addirittura visto i filmati con cui il branco degli “Orfanelli”, come si definivano in una chat, ha perseguitato e torturato Angelo Stano, pensionato sessantasettenne di Manduria. Sapevano i genitori, perché nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere si legge che una delle docenti aveva richiamato la madre di uno dei persecutori di Stano e che questa le aveva riferito che il padre del ragazzo lo aveva già messo in punizione. Proprio così, “in punizione”, come se avesse fatto una marachella. Sapevano i Servizi sociali, perché la docente che aveva visto il filmato aveva chiesto alla Coordinatrice di allertarli. Una catena della custodia della notizia del resto intatta: nessuno s’era preso la briga di sporgere regolare denuncia. Sapevano gli amici di scuola, la fidanzata di uno degli arrestati, che dopo la morte dell’anziano ha reso testimonianza, fornendo i video che li inchiodano. Sapeva lo zio di uno dei torturatori, che faceva telefonate minatorie agli altri, perché non facessero il nome del nipote. Sapeva il “paese”, maledetto paese, uguale dappertutto, da nord a sud, dove ciascuno si fa i fatti propri e i fatti degli altri rimangono tali finché non ti tangono. Le torture venivano diffuse e amplificate dal web, nelle chat. Quasi tutti sapevano. Ora gli otto “Orfanelli” sono in arresto. Inquietante la dichiarazione del procuratore di Taranto Carlo Capristo: avranno una “condanna esemplare”.
Una dichiarazione pericolosa: non esiste l’oggettività del giudizio? La Giustizia giudica, non deve dare “lezioni”. Quelle spettano agli altri: la famiglia, la scuola. Ma erano girati dall’altra parte. M.L.M.

di Thomas Pistoia

Ho paura. Ti prego, dio, fa’ che non tornino. Fa’ che non tornino, ti prego.


Ho paura. Quando sento un rumore, là fuori, salto. Mi spavento.
Danno… Danno colpi contro la porta, tirano sassi, cercano di aprirla, ogni giorno, ogni notte, cercano di entrare.

Non riesco… Non dormo più. Li sogno.
Sogno che tirano calci alla porta, che entrano in casa. Allora mi sveglio, mi sveglio di soprassalto e piango e urlo e mi manca il respiro! E… e non capisco, non riesco a rendermi conto subito se sto sognando o se è realtà.

Dio.
Fa’ che non tornino, ti prego. Fa’ che non tornino.

A loro piace picchiarmi, non so perché, mi fanno male, mi danno calci, pugni, bastonate!

Io… Io una volta l’ho anche chiesto a uno, a uno di loro.
Gli ho detto: “miliardi di persone ci sono e vieni sempre da me”.

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E lui, lui mi ha tirato un pugno, io sono caduto, allora mi ha preso un piede e ha cominciato a trascinarmi per la strada, mentre il suo amico rideva e mi filmava! E nessuno, nessuno che mi aiutava!


Ho paura.
Io non faccio male a nessuno, non voglio far del male a nessuno… Ma forse, forse la colpa è mia. Sì, forse è colpa mia che sono diverso.

Mi chiamano il pazzo. Il pazzo del villaggio del fanciullo.
Che nome brutto!

Ma non l’ho mica deciso io di essere così! Se non fossi così, sarei forte come loro e non sarei… Non sarei mai solo.

Se non fossi così, non avrei paura e loro non avrebbero il coraggio di picchiarmi. Sì, perché ora ho paura, ho paura sempre, mi fa paura tutto, anche la strada, il sole, la pioggia, il vento, le foglie, gli uccelli, i cani, i gatti…
Le persone.

Mi fa paura pure casa mia, perché loro sanno entrarci, vengono qui, mi rubano i soldi e le cose mie e mi danno sempre botte. Sempre.

L’ultima volta mi hanno legato alla sedia e sono stati qua ore a picchiarmi e a filmarmi coi loro maledetti telefonini! Maledetti! Maledetti telefonini! Se li spediscono, i filmati, così possono ridere di me anche a casa loro!

Mi hanno dato colpi allo stomaco e ora ho male qui, al ventre, mi fa dolore. Li ho pregati, li ho scongiurati, piangendo, ho detto loro “prendete i soldi e andatevene”. Ma no, loro non sono ladri, non sono rapinatori.

Sono studenti, figli di persone perbene, i soldi, i soldi a loro non interessano, ce li hanno. Ce li hanno i loro genitori, maledetti, che i figli non se li tengono a casa! Che così starei tranquillo.

Invece se mi rubano, quei ragazzi, lo fanno soltanto per dispetto. Loro… tutto quello che fanno, lo fanno…
Per ridere.
Per divertimento.

Ma come si fa a picchiare, a torturare una persona per divertimento?
Come si fa? Ma io glielo vorrei chiedere come si fa! Vorrei dir loro “cosa, ma cosa avete dentro?”


Ma non lo chiedo. Sto zitto. Altrimenti mi picchiano.

Resto qui, in casa mia, anche se so che è come la cella di un carcere, come una stanza delle torture. Ma dove potrei mai andare? Dove potrei scappare?

Tanto là fuori tutti lo sanno, tutto il paese. Sono anni che lo sanno. E nessuno dice niente.

A volte… A volte penso che mi fa più male quando sono a terra e urlo e supplico e passa qualcuno che fa finta di niente e addirittura mi scavalca e prosegue a camminare… Di quando… Di quando mi picchiano.

Sì, le persone che fingono di non vedere, mi fanno soffrire più dei calci e dei pugni.
Basta. Io resto qui. Mi fa male la pancia e non voglio più muovermi. Voglio stare qui a piangere in santa pace, su questa sedia, non mi alzo più. Aspetto. Aspetto che tornino.

Dio, ti prego, dio, fa’ che non tornino, fa’ che non tornino! Per favore.
Smettetela! Smettetela di dare colpi alla porta! Ho chiuso a chiave, ho chiuso bene! No, no, andate via, lasciatemi in pace, maledetti! Io non vi ho fatto niente! Niente!
Lasciatemi stare, mi fa male, mi fa tanto male la pancia. Basta, andate via. Miliardi di persone ci sono e venite sempre da me.

sempredamesempredamesempredame

No, non vi apro, se vi apro voi mi picchiate ancora!
Non ci credo! Non ci credo che siete poliziotti! Andate via! Via! Via!

O magari vi apro, così finalmente mi uccidete e finisce, finisce una volta per tutte questo dolore!
Finisce.
Sì, vi apro. Così mi uccidete e muoio, che lo so che manca poco, ma almeno mi lasciate in pace.

E quando sarò morto non potrete più picchiarmi, né filmarmi.
Quando sarò morto… Non vi divertirete più.
No, non voglio andarci in ospedale. Lasciatemi qui, voglio stare a casa mia. Seduto qui.

non
non mi portate
via

Vi prego, sono stanco.
Stanco.

Sono tanto

Stanco

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Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor

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