Preghiera di chi aspetta e guarda il mare

di Thomas Pistoia

Tu non sei cattivo.


Cattivo è il vento, cattive son le piogge quando diventano tempeste. E forse neanche loro lo fanno apposta. Forse è che servono, devono esserci e, qualche volta, quando ci travolgono, è soltanto perché ci trovano lì. Nient’altro che una questione di sfortuna.

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A noi non fai paura.


Ti teme l’uomo di terra, quello che vive nei palazzi e si sposta solo in auto e passa giorni caotici in ufficio. Quello che respira nebbia, smog e il pesce lo vede soltanto sui banchi del mercato o nei documentari. Sì, lui, quando ti scruta in una notte di villeggiatura estiva, da sopra la spiaggia, o in piedi sulla scogliera, riesce a guardare solo fin dove arrivano le luci della costa. Oltre, lì, dove c’è il buio, i suoi occhi non riescono ad andare. Perché è da quella distesa scura che tu cominci per davvero e chi non ti conosce, di fronte a quell’ignoto, non può far altro che tremare.

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Noi, invece, siamo pescatori.
Tu ci conosci, ci leggi dentro, distingui l’anima pura da quella più nera e lo sai, sai che per noi sei pane. E sei qualunque altra cosa serva ai nostri figli, ci chiami per nome, uno per uno, e dai un nome anche ai nostri sacrifici. Mai ci faresti del male, mai colpiresti un pescatore, perché nella tua immensa solitudine, con la carezza delle nostre chiglie, noi siamo la tua sola compagnia.


Veniamo da te, ogni notte, a sputar sangue e sudore sulle reti. Come sembriamo fragili quando ti galleggiamo! E tu in certi tramonti e in altre albe sei così limpido che, a volte, ci sembra che la barca stia là, sospesa, come in assenza di gravità.

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Abbiamo sulla pelle il tuo profumo e nei capelli la brezza che ti sfiora. Però siamo consapevoli, conosciamo il nostro rischio. Tu ci rispetti e noi ti rispettiamo, di più, ti amiamo, e mai cambieremmo questa vita che abbiamo scelto, in bilico tra l’acqua e l’orizzonte. Ma qualche volta capita e non è colpa di nessuno. Anche se urliamo al cielo il nostro dolore, non è contro di te il nostro lamento, non possiamo odiarti, quando qualcuno non ce la fa a rientrare.


Possiamo soltanto attendere da quel tuo profondo cuore, il ritorno di chi s’è perso, l’onda della restituzione.

mare

Ecco, vedi, son qui.


Tu lo sai cosa significa affogare? No, non è quando l’acqua ti entra nei polmoni. E’ piuttosto quando qualcuno parte e non lo possiamo salutare. Per questo mi inginocchio su questo scoglio e, come in penitenza, schiaccio le gambe sulla sua schiena frastagliata, chissà che non serva questo pugnale nelle tibie a farti commuovere, a farmi ascoltare.

Ricordi due mesi fa, quella piccola barca che perse la strada, quella tempesta improvvisa e quel naufragio?
Lo so, di naufragi ne vedi tanti, troppi, hai forse perso il conto, perché andar giù nelle tue acque, di questi tempi, è ormai diventato un fatto normale.

C’erano tre uomini, quella volta, tra le onde. Uno lo hai portato via subito, un altro, prima di riuscire a salvarsi, ha provato ad afferrare suo padre. Non ce l’ha fatta.
Dice che suo padre, gliel’hai tolto dalle mani.

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Sono qui davanti a te a pregarti, a supplicarti, in nome di quel pericolo che tutti noi sappiamo e tutti accettiamo; in nome di quell’eterna lotta tra la mano che si sfregia nella rete e i pesci, e le correnti; in nome delle tue onde che sanno baciare o portare via per sempre, quasi a caso, basta un niente.

C’è una cosa che, a tutti i costi, devi fare.

Restituisci i corpi di quelli che non son tornati.


Li abbiamo cercati per due mesi in tutti i modi, con tutti i mezzi. Ci siamo uniti in solidarietà, in un desiderio, in uno sforzo comune, contro ogni regola, forse anche contro la logica. Non ci siamo arresi. E non smettiamo di pregare.

mare mare

Lasciali venire, posali su un’onda che gli sia da spinta fino a questa riva, che non è bagnasciuga, non è solo striscia di sabbia oppure scoscesa scogliera, no. E’ la loro casa, è qui che li aspettiamo, noi che li abbiamo amati.

Mare, li rivogliamo. Sì, in un angolo del cuore, speriamo ancora che siano vivi, laggiù, da qualche parte, che per qualche motivo non possano avvisarci. E sappiamo che il ritorno dei loro corpi ci spezzerebbe quest’illusione.

Ma come se fossi il dio a cui ci rivolgiamo in un biascicato e stanco padre nostro, piuttosto sia fatta la tua volontà. Se hai voluto le loro anime tra la spuma e le lampare, o come stelle, sospese e solitarie, sia così.

Ma i corpi ce li devi ridare.

Quei corpi ce li devi ridare.

mare

Noi aspettiamo qui.

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Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor

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