Dissipatio animae

L’Olandese questa settimana vola verso le vette della poesia. E ci regala la recensione in salsa autobiografica e danzante di un piccolo poema

di Barbara Toma

 

Buio in scena. Si sentono dei movimenti, il fascio di luce di una torcia si fa strada nell’oscurità, si muove nello spazio, cerca.

E a un tratto eccola, è molto più lontana di quanto non sembrasse quando era solo suono… Si muove, avanza, illuminata dal fascio di luce, circondata dalle tenebre.

Dapprima è difficile capirne la sagoma, perché indossa una strana tuta a maniche lunghe e pantaloni lunghi. Metà nera e metà bianca.

Ha i capelli raccolti in un alta coda. E’ impegnata in uno strano, puntiglioso e disperato rituale: segnare con un gessetto la sagoma delle sue impronte passo dopo passo.

 

La luce si sposta, lei torna ad essere inghiottita dal buio, ma continua la sua azione, lo si percepisce dai suoni.

 

Poi il suono cambia. E la luce torna a cercare…

eccola. E’ da tutt’altra parte della sala ora, molto vicina.

 

Si tocca il volto con le mani, tasta, preme, tira, strofina forte, spinge le sue mani spostando la pelle come a volerlo plasmare, come fosse impasto per la pizza.

 

Si ferma, come se solo adesso si accorgesse delle sue stesse mani, le allontana dal viso, le osserva.

 

Osserva tutto il corpo, si guarda

 

e decide di andare.

 

Inizia il suo percorso, avanza, e avanzando si muove sempre più, eseguendo movimenti che sembrano scollegati tra loro, sempre seguita dal fascio di luce della torcia.

Lei danza e cambia sempre tema, cambia sempre tipo di movimenti. Inizia un movimento, lo lascia incompiuto, ne inizia uno totalmente diverso, lascia incompiuto anche quello, ne sceglie un’altro ancora, per poi tornare al primo e abbandonarlo per focalizzare la sua attenzione su un dettaglio, si ferma, osserva qualcosa, sul suo corpo o fuori, e poi riprendere a muoversi come prima….

 

Nel frattempo lo spazio si illumina sempre più, pian piano una luce fredda e tenue ci permette di vedere tutto lo spazio. E scoprire che il suolo è ricoperto di sagome bianche.

Lei danza su questo suolo, questo luogo del delitto, si muove calpestandole.

E si arriva ad intuire che sono tutte sue. E’ lei il cadavere. Lei il corpo in decomposizione, la carogna!

 

E’ così che immagino la scena iniziale. Ma, si sa, a teatro raramente ciò che hai immaginato corrisponde a ciò che metterai in scena,

perché creare equivale a indagare, scoprire, riflettere, provare diverse opzioni. Avere il coraggio di scartare idee per mettersi a servizio di ciò che fai. Scegliere ciò che funziona, capire perché funziona.

 

Non saprò mai come sarà se non mi chiudo in sala a lavorarci e ad indagare. Spero di farlo davvero. Anche se non importa. Perché ciò che conta è che sono stata letteralmente rapita da un libricino di 90 pagine. Un’opera dirompente, scritta con cura, con un linguaggio ricercato ma fluido, che ti trasporta con sé negli abissi del dolore senza risparmiarti momenti surreali o divertenti, un’opera che mi ha conquistato e, sopratutto, mi ha ispirato.

 

Ecco, la bellezza questa settimana ha un titolo:

 

DISSIPATIO ANIMAE

 

e un’autrice, Gloria De Vitis.

 

Il suo è un flusso di parole on the road”, un viaggio nelle tenebre verso la rinascita.

Non un romanzo, ma un poema.

Un poema che parla di morte.

Talmente forte, pieno, autentico e surreale da risultare più vivo che mai.

Talmente necessario / bello da riuscire a farmi dimenticare tutto (il sindaco di Riace allontanato dalla propria casa, le leggi razziali, i bambini dell’asilo senza mensa, l’aria inquinata di Milano, dove bruciano quintali di rifiuti illeciti, un governo che sforna continuamente materiale per film horror o, in alternativa, barzellette, il fatto che la mia città sia risultata la più viziosa d’Italia, con record assoluto di ricerche di escort on line e tante altre oscenità…)

 

Tutto dimenticato.

 

A teatro vale una regola molto importante: un buon inizio e una buona fine sono metà del lavoro.

 

Ebbene, non so come inizierebbe o finirebbe veramente una mia eventuale messa in scena, e non so più cosa accade di orrendo qui nel Bel Paese.

 

Ma conosco l’incipit dell’opera che mi ha ispirato. E lo voglio condividere, nella speranza che vi venga voglia di scoprire come continua…

 

‘Sono di fronte a una carcassa: lacerata, untuosa, maleodorante, piena di insetti a frugare fino al fondo della carne.Tutto sembra stridere contro i cardini della bellezza, eppure leggo più vita in quei mortali resti, di quanta ce ne sia nel mio corpo integro, aggraziato. Mi avvicino alla carogna, la giro, riconosco la mia faccia’.

 

Buona lettura

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Info sull'autore

Barbara Toma

Agitatrice, Animale da palco, Coreografa, drammaturga e mamma single salentina-olandese. In equilibrio precario, sul filo della vita, con due figlie e una sola vocazione: la danza. Non per forza sincera, ma dannatamente vera. Fuori luogo ovunque, tranne sul palco, l’unico posto dove il suo modo di agire non è controproducente.

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