I mascarani

di Thomas Pistoia

– Benché Donna Maria sia una femmina molto devota a nostro Signore, il suo rampollo Carlo Bartilotti Piccolomini d’Aragona è un gran figlio di puttana!

– Nel suo palazzo si pratica il meretricio, l’usura e la delinquenza, non v’è delitto ch’egli non pratichi con soddisfazione, ma soprattutto ci affama e ci uccide di tasse!

– Principe Destucazzu, dice Pietru Lu Nachiru! E ha ragione! Lui sì che è nu bravu vagnone! E’ un grande lavoratore, non merita questo, ma ci sono passati altri prima di lui, noi poveracci che possiamo fare contro li signuri?

– Mesi fa, maritò la figlia della cummare Ada. Fece l’errore di rifiutarsi, di opporre resistenza. Il principe la picchiò fino a farla sanguinare e poi… Poi… Mio dio, non mi ci fate pensare… La fece a pezza! Il marito la ritrovò il giorno dopo, seminuda, davanti a casa. Dovettero rimandare il matrimonio…

Pietru Lu Nachiru sente tutto: per quanto possano bisbigliare, le voci dei trappitari, seppur in frasi smozzicate dai rumori del lavoro, gli arrivano alle orecchie comunque.
Qui, in questo trappitu, in questo frantoio nel sottosuolo, lui è il capo. E’ lui che fa rispettare le consegne: l’olio lampante deve arrivare ovunque e in fretta.

Sì, l’olio, l’oro che nasce da questi alberi secolari (che nessuno, nel 1655, si sognerebbe di tagliare… o di ammalare), parte da Presicce e si sparge in ogni dove. L’olio nostro illumina le case, fa luce nei paesi, ravviva le città! Le lampade, i lampioni, nei posti più lontani! Pure sopra a Brindisi, la notte si fa chiara, grazie a noi!
E Pietru, pur essendo il capo, non fa il signore, non sta fermo a guardare, fatica come gli altri, come il ciuccio che, bendato, fa girare la pietra e non si ferma manco per cacare; perché qui è come essere su una nave, bisogna fare i turni o stare sempre svegli, per non perdere la rotta, per non affondare. Qua non si fa certo una bella vita come quella del principe, perdio!

Pietru, qualche anno fa, in uno dei turni di riposo che lo liberano dal compito di separare l’olio dall’acqua, a una festa di paese, ha conosciuto Teresa. Ha chiesto al padre la sua mano. L’uomo non ha avuto bisogno di pensarci: la reputazione del giovane è immacolata, buona famiglia e, come abbiamo già detto, grande faticatore. Una persona con la testa sulle spalle, un buon partito. Il matrimonio si farà dopodomani, terminata la festa patronale, ma… Un peso, un’ombra, un incubo opprime il cuore degli sposi. A malapena lo sanno pronunciare.
Comu cazzu se chiama, lu… ius… primenottis… Insomma, quella vigliaccata inventata dalli signuri. Quei porci!

In verità Donna Maria, la vera autorità nobiliare di Presicce, è piuttosto adirata: lei, devota alla Madonna e a Sant’Andrea, dopo aver preliminarmente lasciato scritto che il figlio, finché è in vita, può disporre del patrimonio familiare solo previa sua firma, ha più volte gridato in faccia a quello scapestrato che la deve smettere di giacere con le giovani del paese. Che tolga quella stupida legge! Ma quello, figurati, dice no solo alle fimmine brutte, le altre non se le fa sfuggire.
E Teresa è bellissima.
Avete presente quel baluginìo d’azzurro che ha l’acqua de Li Marini in lontananza, a settembre, quando la guardi dalla sommità della strada? Ecco, lei ha gli occhi di quel colore lì.
E i riflessi di rame che ha la luna piena in agosto, quando si inerpica sulle salite che vanno verso Specchia? Ecco, lei ha i capelli di quello stesso colore.
E il suo corpo… Oh, il suo corpo porta il disegno delle sirene!
Ecco perché Carlo Bartilotti Piccolomini d’Aragona non vede l’ora di averla nel suo letto!

Allu trappitu si accorgono che Lu Nachiru è nervoso e ne sanno bene il motivo. Pietru passa giorni e notti di tormento, senza dormire. Guarda spesso l’arma appesa al muro in casa sua, quella che la buonanima di suo padre usava per difendersi dai briganti. Un ferrovecchio, forse funziona ancora. Se il principe osa sfiorare Teresa anche con un dito…
Ma se lo uccide, non vedrà più la sua amata, passerà la vita in galera o verrà condannato a morte… Non importa…
No. Deve sopportare, così come farà Teresa. Ah, com’è triste la vita della povera gente!

– Meh, Nachiru! Non vieni? – gli dice lu Steu, uno dei trappitari – Stasera non si lavora, c’è la festa di Sant’Andrea!
Pietro dice di no, ma, nel momento stesso in cui risponde, il suo cervello si illumina come l’olio vergine che brilla nel sole quando vengono riempite le giare. E il piano sorge spontaneo: approfittare della confusione generale e fare come i mascarani, i misteriosi banditi che da decenni imperversano nella zona, sabotando e annientando le guarnigioni spagnole e i loro nobili lacché! Celare il proprio volto dietro una maschera!
L’idea è talmente folle che potrebbe funzionare. Macchiarsi di un delitto immondo e farla franca? Restare solo, lui, con la sua coscienza?
Ripeterà a se stesso, per tutta la vita, che lo ha fatto per la sua Teresa, ma non servirà. Sarà una maledizione.
Non è giusto, non è giusto! Ma non c’è altra via d’uscita, deve farlo.

Pietru va a casa e stacca il ferrovecchio dal muro. Trova da qualche parte anche una palla e un po’ di polvere da sparo. La polvere è umida, la strofina un po’ tra le mani. Ma cosa minchia si è messo in testa di fare?
Con uno straccio si è confezionato una specie di cuffia, una calotta che dalla testa arriva sino al naso, con due fessure per gli occhi. Il giovane si mescola alla folla in festa nel centro del paese. Tra poco quel bastardo del principe si affaccerà dal balcone del suo sontuoso palazzo per salutare il popolo. Un saluto che è un ulteriore sberleffo, una rivendicazione ottusa del suo potere.
Eccolo! Maledetto! Guardalo, com’è pasciuto, il maiale!
– No, basta – pensa Lu Nachiru – Non m’importa cosa accadrà! Tu non avrai Teresa! Io ti uccido!
Indossa la maschera in un vicolo, poi si butta di corsa nella strada. La mano corre all’arma.
Uno, due, tre spari. Sua Sconcezza Carlo Bartilotti Piccolomini d’Aragona si accascia sulla balaustra.

Sul balcone, la servitù, attonita, si agita nel tentativo di sorreggerlo e prestargli soccorso. Per strada, la folla si scompone e si disperde, tra le urla. Pietru si toglie la maschera e corre insieme agli altri, corre verso casa, ma… La mano è ancora stretta sul ferrovecchio, che lui non ha mai tirato fuori dalla tasca!
I mascarani, quelli veri, hanno colpito il principe.
Getta lo straccio in un fosso, per fortuna nessuno, nella confusione, lo ha notato.

Giunge a casa sudato, col fiatone, sfinito per la lunga corsa. Si appoggia al muro, ansimando.
C’è qualcuno. Un’ombra che ora avanza verso il chiarore donato dalla luna.
Teresa ha aspettato qui, davanti alla sua porta.
Ha gli occhi pieni di lacrime.
Però sorride.

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Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor

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