Ecomafia 2018, Legambiente conferma il record negativo per la Puglia

Presentato il rapporto sugli ecoreati registrati nel 2017: la Puglia ancora sul podio delle peggiori. Pesa il coinvolgimento nella traffico internazionale di rifiuti.

Cambiano le percentuali, ma non la sostanza: la Puglia resta al terzo posto per illegalità ambientale, nella classifica stilata da Legambiente.

Ogni anno l’associazione rielabora i dati di forze dell’ordine ed autorità preposte al controllo sui reati contro l’ambiente: gestione illecita dei rifiuti, reati nell’agroalimentare e contro la biodiversità (voce, quest’ultima, che comprende vari reati contro la fauna, dal bracconaggio alla macellazione in nero del bestiame, alla pesca di frodo, fino al racket di animali), abusivismo edilizio.

Il report Ecomafia 2018, relativo ai dati del 2017, conferma le posizioni dello scorso anno nella classifica complessiva: prima la Campania (con il 14,6% di infrazioni accertate), seconda la Sicilia (con il 10,6%), terza la Puglia (con il 10,4%).

Scendendo nello specifico, quest’ultima è coinvolta in particolare nei reati contro la biodiversità (secondo posto a livello nazionale con il 13,5% sul totale; prima la Sicilia, con il 16,8%) e nella gestione illecita dei rifiuti (con il 9,3% di reati rispetto al totale nazionale, seconda solo alla Campania, con il 18,6%). I rifiuti sono oggetto di traffici internazionali che vedono la Puglia come territorio strategico per le ecomafie, locali e non. Forze dell’ordine e magistratura hanno più volte sequestrato rifiuti e beni, evidenziando i collegamenti con Paesi quali Libia, Egitto e Iran.

 

Anche l’abusivismo edilizio e gli altri reati del cosiddetto ciclo del cemento sono frequenti in Puglia, dove si è registrato il 10,7% dell’illecito totale, con la regione terza in classifica dopo Campania (18%) e Calabria (12,2%).

 

// La classifica provinciale  

Illegalità diffusa nei territori di Bari, Foggia e Lecce, rispettivamente all’ottavo, nono e decimo posto nella classifica generale riservata alle province.

Quindicesima Taranto, che spicca però nel traffico dei rifiuti: sesta a livello nazionale. Elenco in cui la Capitanata è seconda, la provincia di Bari undicesima e quella di Brindisi quindicesima.

La presenza della provincia di Bari è costante anche nelle classifiche dei singoli illeciti: per gli illeciti legati al cemento, è settima; Foggia è quinta, Lecce tredicesima.

Per i reati contro la biodiversità spunta il territorio di Barletta – Andria – Trani (BAT), al sedicesimo posto. Terza Bari, ottava Lecce.

// “Una riforma di civiltà”: così Legambiente ha definito la legge sugli ecoreati (L. 68/2015), che permette di attuare misure strategiche nella lotta ai reati ambientali e alle mafie, che di essi si alimentano. I numeri relativi all’intervento delle forze dell’ordine (tra cui 39.211 persone denunciate e 11.027 sequestri effettuati nel solo 2017, con un incremento rispettivamente del 36% e del 51,5% sui dati del 2016) si devono proprio alle novità introdotte dalla legge (che recepisce la direttiva europea sulla tutela ambientale, la 2008/99/CE).

Principale novità, l’inserimento nel Codice penale (Titolo VI bis) dei delitti contro l’ambiente: attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti (mossa decisiva, questa previsione, per il contrasto alle ecomafie), inquinamento ambientale, disastro ambientale, traffico e abbandono di materiali ad alta radioattività, impedimento del controllo (ad esempio un campionamento) e omessa bonifica.

Per tutti questi reati è prevista la confisca dei beni in oggetto (o di beni equivalenti), a meno che non appartengano a persone estranee al crimine contestato. In seguito alla confisca, i beni diventano proprietà dell’amministrazione competente, proprio come succede nella lotta alla mafia più nota, quella che spaccia droga e presta soldi a strozzo.

Eppure stiamo parlando della stessa mafia, bifronte; non si spiegherebbe diversamente il dato, sottolineato da Ecomafie 2018, che il 44% dei reati ambientali registrati in Italia è stato commesso nelle quattro regioni dove la mafia ha le sue radici più solide: Campania, Sicilia, Puglia e Calabria.

E non si spiega diversamente l’obbligo (anche questo introdotto dalla legge sugli ecoreati) per i procuratori della Repubblica di segnalare i delitti contro l’ambiente anche all’Agenzia delle Entrate e al procuratore nazionale antimafia.

 

 

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.

Info sull'autore

Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

Articoli correlati