Lea Barletti, tra dispersi e ritornati

Dodici foto prese da un mercatino, un’idea: ridare vita a quelle immagini, immaginando altri mondi

Di Flavia Musciacco

Circa 30 anni fa, durante uno dei nostri viaggi insoliti, ci trovammo in una fattoria nella puszta ungherese, in una specie di b&b ante litteram. In giardino c’erano giunchi e rane per le quali i bambini impazzivano. E frugando in un cassetto trovai alcune foto d’epoca di antenati. Ebbi la voglia irresistibile di prenderle e non me la feci passare. Sì, proprio le rubai senza essermene mai pentita, ché se fossero stati ricordi importanti sarebbero stati custoditi altrove. Oggi le immagini di questi estranei magiari si trovano in un cassetto della mia toilette, mischiate e onorate con alcune della nostra famiglia a me molto care.

Lea Barletti, Libro dei dispersi e dei ritornati, Musicaos editore, 2018

Questo episodio mi è venuto in mente quando ho avuto in mano l’ultima fatica letteraria di Lea Barletti, il “Libro dei dispersi e dei ritornati” edito da Musicaos, uscito a maggio di quest’anno. Conosco Lea, avendola  vista recitare sui palcoscenici e in performance di strada con forza e bravura, ho apprezzato la sensibilità a volte struggente delle sue bellissime poesie. Qui Lea racconta, nella premessa, di aver preso spunto per i 12 racconti che compongono questo libro da alcune istantanee che avevano catturato la sua attenzione e che aveva acquistato in un mercatino di Berlino, città nella quale ora vive con Werner, il suo compagno, e i loro due ragazzi.

Grazie a questi scatti in bianco e nero Lea, con la forza dell’immaginazione e della sua forte sensibilità, s’inventa storie che parlano di amore materno, feste di compleanno, tristezza per padri che vanno via da casa. In una parola: vite. La grande esperienza di palcoscenico dell’autrice sembra conferire ai testi la caratteristica del monologo: il lettore “sente” il racconto, ispirato da un’immagine appena accennata (felice la scelta dell’impaginazione e della grafica), e lo fa in piena sintonia con la lettura. Tra gli scenari immaginati, ve n’è uno dalle tinte fosche che invece giudico coraggioso. È “Crema al limone”, che allude ad un tentativo di incesto che Lea Barletti immagina partendo da una foto di gruppo. Ci sono una nonna che ha una scarpa in mano, un nonno, una ragazzina triste e uno “zio” nel cui sguardo l’autrice immagina  pensieri torbidi riferibili all’esile fanciulla triste. Narrazione delicata, scelta felice di parole che guidano emozioni e suggestioni: qui si sente la vocazione teatrale di Lea che scrive, per me, il racconto migliore.

Concludo prendendo in prestito le parole della prefazione autorevole di Carlo D’Amicis: “Non si può più recuperare (il tempo)… tanto meno rimpiangere. Però si può rivivere. Ed è questo che l’autrice…,umile e forte, fa per saldare il suo debito con l’umanità dispersa che ha avuto il coraggio di osservare”. Parole che non restituirò, come le ormai mie foto ungheresi.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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