Disabilità: ripartiamo dalla scuola

La vita di una persona disabile è ostacolata da barriere architettoniche, e spesso anche intellettuali: la scuola, polo educativo per eccellenza, è chiamata a rimuoverle.

Di Simone Andrani

La prima volta che lessi che la disabilità è definita “una condizione di disagio in un ambiente sfavorevole” elaborai una considerazione piuttosto assurda… ma questo lo capisco solo oggi. La considerazione fu questa: “Ma dov’è che si parla di malattia in questa definizione?”

Si è abituati a pensare che una persona “disabile” sia sostanzialmente una persona malata, quando in realtà sono due condizioni diverse. Sia chiaro, anche una persona con disabilità può essere malata, ma ciò non significa che uno stato implichi l’altro.

A dire il vero nel tempo, purtroppo o per mia fortuna, essendo disabile, ho più volte lottato per far capire che un disabile non si sente affatto malato e che è capace di fare le cose in maniera diversa, andando oltre i limiti imposti dalla società. Grazie alla mia esperienza personale ho capito che si può fare tutto: basta volerlo; ma è proprio su questo fattore che ci si deve soffermare: è sufficiente la volontà di fare una cosa (come ad esempio conquistare un/a ragazzo/a, giocare a calcio o sciare) affinché la si possa fare? È sufficiente per un qualsiasi individuo voler imparare a sciare per diventare un bravo sciatore? In tutta onestà la risposta è no in entrambi i casi. Impegno personale e volontà sono sicuramente fondamentali così come istruttori, strutture e “condizioni favorevoli”; se pensiamo che è difficile semplicemente fare una passeggiata con una carrozzina perché i marciapiedi in città spesso non sono adatti, come può una persona “in condizioni di disagio rispetto ad un ambiente sfavorevole” permettersi di sognare di fare qualcosa un po’ oltre il quotidiano? Chi stabilisce che il sogno di una persona con disabilità sia meno valido di quello di una persona normodotata?

L’ho buttata sullo sport che è prettamente fisico e rende più immediata la presa di coscienza degli ostacoli che si incontrano, ma è così anche da un punto di vista intellettivo. Fondamentale poi è fare una riflessione sulla scuola: perché uno studente che non può scrivere usando una penna non è messo nelle stesse condizioni degli studenti che invece scrivono?

Perché in una società moderna come la nostra, la scuola, luogo dove si formano gli individui e dove si dovrebbe potenziare al massimo le loro capacità, questo non accade in maniera uguale e paritaria per tutti?

Nella migliore delle ipotesi si può avere la fortuna di incontrare un insegnante di sostegno preparato che con le sue competenze riesce a trasmettere all’alunno la voglia di cercare di superare gli ostacoli che è destinato ad affrontare anche sui banchi di scuola. Non nascondo che più volte mi sono chiesto: la disabilità è forse una colpa che l’individuo deve espiare nella vita? Una specie di condanna a non poter fare? Perché se si pensa a tutti gli ostacoli che una persona con disabilità incontra lungo il suo percorso di vita, la conclusione pare proprio questa. Ma ho capito crescendo che non è affatto una colpa, e se in molti avessero la capacità di farsi guidare dal buon senso invece che dai pregiudizi, si accorgerebbero che il potenziale e la volontà di una persona disabile sono spesso di gran lunga superiori a quanto ci si possa aspettare; perché chi, nonostante tutte le barriere che incontra lungo il suo cammino, riesce a sorridere, ad avere una serenità interiore e magari farsi notare per doti particolari, pur avendo tutto a suo sfavore, non può che essere considerato per una piccola percentuale superiore agli altri.

In ogni modo chiunque (disabile o no) riesca ancora ad apprezzare le piccole cose e, come direbbe Vasco, “a sorridere dei guai” é da definirsi un eroe della nostra società, che tutto vuole e nulla stringe. Tutto vuole, perché ormai tutto si può avere, e nulla stringe perché non ha la stessa motivazione di chi al contrario ogni mattina affronta l’ennesima battaglia e corsa a ostacoli; ad esempio, molte persone non sono tolleranti nemmeno nel traffico in strada: poi però ci si aspetta da chi affronta e lotta quotidianamente contro le barriere culturali e mentali una capacità di sopportare in silenzio. Ogni singolo attimo vissuto mi ha fatto capire, e dovrebbe far capire a tutti, che la vita si apprezza solo conquistandosi le cose, cercando di arrivare ad un traguardo con obiettivi sempre presenti, grandi o piccoli che siano, attraversando e superando al meglio le paure, i dubbi, le incertezze, le angosce, la tristezza e tutte quelle emozioni che servono per crescere e per diventare “grandi”, e questo indipendentemente dallo stato fisico di ognuno di noi.

Oggi si nasce in un mondo dove quasi tutto è possibile, ma ciò nonostante non si è in grado di progettare e costruire un mondo per tutti; mi piacerebbe pensare, visto che è possibile e che in molte parti del mondo è quasi già così, che non ci sia nulla di speciale nell’essere disabili o normodotati: l’importante è giocare ad armi pari.

Sarebbe bello che lo stupore provocato dalle doti speciali di una persona con disabilità fosse identico a quello provocato da una persona normodotata, e che questi modi di etichettarci non esistessero più, perché l’importante è solo esserci e cercare di distinguersi al massimo delle proprie capacità. Tutto questo senza sentirsi mai a disagio e mai in un ambiente sfavorevole.

Albert Einstein diceva che “non si può giudicare un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi su di un albero, altrimenti esso passerà la sua vita a sentirsi stupido”: il pesce é metafora dell’individuo che spesso è costretto ad affrontare il mare in tempesta della vita; un pesce quando vuole sopravvivere lotta con tutto sé stesso, con la stessa determinazione con cui un gladiatore nell’antica Roma affrontava i leoni nell’arena.

Totó diceva: “Signori si nasce”; io, usando indebitamente la sua stessa ironia, ho sempre preferito dire che “gladiatori si nasce” (certo, però, se avessi avuto i tratti somatici di Russell Crowe sarebbe stato meglio).

 

 

3 Commenti

  1. Paola

    Simone hai la grinta di Vasco, la semsibilita’ di Einstein e l’ironia di Toto’. Non ti arrendere mai è con determinazione, intelligenza e forza di volonta’ che le cose possono cambiare.

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    1. Simone

      Grazie mille,la parola “resa”non rientra nel mio vocabolario,ho ancora una laurea in scienze della comunicazione da prendere,un lavoro da trovare e una bella ragazza da conquistare;bella non solo dal punto di vista estetico ma intellettivo

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  2. Francesca

    Ciao Simone! Innanzitutto in bocca al lupo per tutto e quindi l’augurio che tu possa realizzare i tuoi sogni… Sai, leggendo la tua lettera così piena di entusiasmo e di coraggio non ho potuto fare a meno di pensare non solo al fatto che hai perfettamente ragione e che serve davvero prima di tutto una vera e sana rivoluzione culturale ma che il tuo pensiero – seppur muovendo da una esperienza concreta – è perfettamente il linea con quello di altri ragazzi che, seppur non disabili fisicamente, sono considerati “disabili” dalla società… Non hanno voce e i loro sogni restano in un cassetto di cui forse preferiscono buttare le chiavi per sfiducia… Vedo tante intelligenze sprecate, tanta voglia di fare castrata….Grazie per la tua lettera… Perché ogni tanto bisogna fermarsi per riflettere sul fatto che tutto è sempre strettamente collegato e che i problemi dell’uno sono sempre problemi dell’ “Altro” in quanto ogni problema affonda le sue radici in un terreno. comune: l’incapacità di amare davvero,l’insensibilità e il non saper cosa significhi lottare per avere quello che si desidera….con affetto, Francesca

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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