Mafia in Puglia: ecco che cosa scrive la Commissione parlamentare d’inchiesta a fine mandato

Mafia in Puglia: ecco che cosa scrive la Commissione parlamentare d’inchiesta a fine mandato

VERSO IL 21 MARZO // Da oggi in quattro puntate pubblichiamo il documento conclusivo redatto dalla decima Commissione parlamentare antimafia presieduta da Rosy Bindi, che dedica un intero capitolo alla Puglia. Che “preoccupa non poco”

Lo sapevate che chiunque ha il diritto di accedere ai dati in possesso della Pubblica amministrazione senza dover più dimostrare di avere un interesse diretto? Questo nuovo diritto (ai sensi del Dlgs n.97del 2016, di modifica del Dlgs n.33 del 2013) si chiama “Accesso civico generalizzato”.

Questo significa che in linea teorica gli armadi della Pubblica amministrazione dovrebbero essere immediatamente aperti, sotto la spinta dei cittadini.

In realtà non sta accadendo.

Per questo, abbiamo deciso di pubblicare in questa sezione i documenti utili ad approfondire la conoscenza di fatti che hanno ricadute sulla vita di tutti. Cittadini informati, cittadini liberi.

Inauguriamo la rubrica “Accesso civico” con l’ultima relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle mafie.

 

In 654 pagine la relazione conclusiva dell’attività della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, traccia il quadro della mafia in Italia. Un quadro non esaustivo perché sono tanti gli spunti d’indagine che la Commissione invita ad approfondire. Presieduta da Rosy Bindi e composta da 23 deputati e 25 senatori, istituitasi il 22 ottobre 2013, è la decima commissione antimafia nominata nell’Italia repubblicana.

“La Commissione – si legge nella relazione – ha voluto valorizzare la funzione politica dell’inchiesta come strumento di conoscenza del fenomeno mafioso, analizzandone non solamente la dimensione criminale, ma anche quella politica, culturale e sociale, con una vis espansiva a cui la Commissione ha ispirato, nel corso della legislatura, la propria visione del fenomeno mafioso e dei suoi effetti e la relativa azione di prevenzione e di contrasto”.

Proprio attraverso lo strumento dell’inchiesta, con procedure ovviamente diverse da quelle seguite dalla Commissione parlamentare, Il Tacco d’Italia ha sempre raccontato ai suoi lettori la verità riguardo la sacra corona unita: alcuni passaggi delle nostre inchieste, come leggerete, sono stati anche citati all’interno del documento istituzionale, dove accanto alle mafie “storiche”, cosa nostra, camorra e ndrangheta, e alle mafie romane, più recentemente sotto la “lente” dei magistrati, un intero capitolo è dedicato alle mafie pugliesi.

A partire da oggi, come tappe di avvicinamento al 21 Marzo, Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, che quest’anno Libera organizza a Foggia, pubblicheremo a puntate alcuni estratti della relazione conclusiva della Commissione parlamentare di inchiesta antimafia: quelli che ci riguardano più da vicino, e che iniziano, non potrebbe essere altrimenti, dall’ottobre del 1983, quando per la prima volta, all’interno della Procura della Repubblica di Bari, si sente parlare di sacra corona unita.

 

Tradizionalmente, la mafia pugliese è stata identificata con la sacra corona unita (SCU). Le prime tracce della sua esistenza risalgono al 1983: nell’ottobre di quell’anno un uomo, Vittorio Curci, dichiarò ai magistrati della procura della Repubblica di Bari di aver assistito, in piena notte, alla cerimonia d’affiliazione ad una mafia “nuova”, autoctona.

Le immediate indagini disvelarono l’esistenza, all’interno della casa di reclusione di Bari, e precisamente nella cella del detenuto Giuseppe Rogoli, di un manoscritto costituente lo statuto di una consorteria denominata sacra corona unita, e in cui si indicava persino la data di fondazione: «La Scu è stata fondata da G.R. l’1 maggio 1983 e con l’aiuto dei compari diritti», dove G.R. sta per Giuseppe – detto Pino – Rogoli, un comune rapinatore di banche proveniente da Mesagne ed i “compari diritti” devono identificarsi in appartenenti alla ‘ndrangheta calabrese.

Le ragioni sottese alla nascita di tale sodalizio apparvero sin da subito chiare: opporsi all’invasione dei camorristi appartenenti alla fazione di Raffaele Cutolo che, in cerca di nuovi territori da conquistare, già sul finire degli anni Settanta, si erano spinti in Puglia radicandosi sul territorio soggiogando o soffocando, le famiglie criminali locali dove non riuscivano a stringere redditizie alleanze.

Tale originaria vocazione regionalista sarebbe rimasta inalterata anche dopo.

Il processo celebratosi dinanzi al tribunale di Bari nel 1986, con l’escluderne la natura mafiosa, paradossalmente fornì nuova linfa al progetto iniziale.

Infatti, nelle more, gli associati della prima ora, riacquistata la libertà, costituirono i primi nuclei mafiosi nei luoghi di origine: nel Foggiano, nel Barese e nel Tarantino, operando in piena autonomia.

Cosicché, sin da subito, la mafia pugliese palesò quella che sarebbe stata la sua principale caratteristica anche dopo la repressione da parte delle forze dell’ordine e della magistratura: la pluralità delle consorterie, tra loro paritarie e ciascuna, al suo interno, gerarchizzata e a vocazione monopolista. Il disegno di Rogoli trovò una sua parziale realizzazione più a sud avendo egli investito nella guida dei clan i suoi uomini più fidati. Tuttavia questo disegno unitario sarebbe fallito, e definitivamente tramontato, sotto i colpi della reazione dello Stato.

Ma se questa organizzazione mafiosa – che per oltre un ventennio ha instaurato in Puglia e, in particolare, nel Salento un vero soggiogamento mafioso – è venuta meno già nei primi anni del Ventunesimo secolo, ciò non vuol dire che il fenomeno mafioso sia scomparso. Anzi! Scomparsi i capi storici, i gruppi malavitosi, ormai radicatisi sul territorio, del tutto slegati da una comune appartenenza ed in assenza di vincoli verticistici, ormai operano ciascuno nei rispettivi “locali”, adottando, a seconda degli avvenimenti, un atteggiamento tra loro collaborativo o aggressivo, nel segno di una tradizione ormai trentennale, ottenendo sul territorio, dall’evocazione delle imprese della scu, una maggiore carica criminale che perpetua quel clima di paura, omertà e soggiogamento tra la popolazione, clima tipico dell’esperienza sacrista.

Il contesto pugliese non fa, insomma, eccezione al trend nazionale di disgregazione degli organismi mafiosi unitari, esclusa la ‘ndrangheta, ed anzi ne rappresenta uno dei paradigmi se è vero che il territorio è segnato da tanti gruppi, grandi, medi o piccoli, che replicano moduli intimidatori e di assoggettamento tipici del metodo mafioso, che operano autonomamente e dunque con una violenza non controllata.

Appare evidente che lo sviluppo dell’intera regione, a vocazione turistica – ma non solo – risulta palesemente condizionato dalla massiccia presenza di gruppi criminali radicatisi a macchia di leopardo sull’intero territorio e il salto di qualità in atto mediante la trasformazione da una dimensione familiare e rurale a quella prevalentemente imprenditoriale preoccupa non poco.

1/continua

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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