Tutti schiavi e caporali, nella terra di Paola Clemente

Le nuove schiavitù della società liquida, al Sud

 

Siamo colpevoli, siamo tutti colpevoli. Dobbiamo essere condannati tutti per la morte di Paola Clemente. E siamo tutti vittime, qui al Sud.

Perché da quando siamo nati siamo abituati a vedere nelle piazze dei paesini di tutta la Puglia i crocicchi di uomini che attendono il “fattore” che li recluti la sera per la mattina, per il lavoro dei campi. E non ci abbiamo fatto caso quando, al “fattore” s’è sostituito il caporale. Quando cioè alle normali dinamiche di intermediazione del lavoro agricolo s’è infiltrata la mafia.

Qui al sud s’è fatto sempre così. Ognuno si lecca le ferite sue. Perché se alzi la testa, perdi il lavoro, che è nero, maledetto, senza dignità, ma almeno ti dà un pezzo di pane.

Tutti abituati, non solo i contadini, a cedere al padrone la propria dignità di lavoratori perché sennò non mangi. Sordi, alle denunce del sindacato che cercava di sollevare, spesso riuscendoci, la coscienza civile dei lavoratori e delle lavoratrici. Ciechi, nel vedere la violenza subita dalla compagna affianco, il ricatto sessuale, il mobbing. Ancora più ciechi quando si trattava di vedere i camion che smaltivano illegalmente i rifiuti delle fabbriche nelle campagne.

La Cgil in Puglia ha fatto un gran lavoro, con i camper che l’estate girano in lungo e in largo a dare supporto, servizi e assistenza.

Anche grazie alla presenza capillare del sindacato sono arrivate le prime denunce e ora gli arresti degli schiavisti di Paola.

A Lecce, si attende la sentenza del processo Sabr, le cui indagini presero le mosse dalla denuncia del giovane Yvan Sagnet (ora deputato di Sel), che si ribellò alla schiavitù. La procuratrice aggiunta Elsa Valeria Mignone ha chiesto in tutto 170 anni di carcere.

Parallelamente, la legge sul caporalato, per cui una Teresa Bellanova ha combattuto fin dal 2008, spesso controcorrente, perché il reato fosse incardinato nell’ordinamento, è stata approvata appena quattro mesi fa e dunque, non essendo retroattiva, non potrà essere applicata alla sentenza attesa nel processo Sabr.

Insomma, in quel caso, sarà difficile perseguirli.

Ma in fondo, nella coscienza collettiva di questa terra sonnecchiante, a che cosa è servito il coraggio delle colleghe di Paola Clemente, che hanno denunciato e consegnato alla giustizia quelli che vengono percepiti, ancora oggi, come semplici intermediari?

“I miei figli non trovano lavoro”, è l’amara denuncia del marito di Paola. Perché uno con la schiena dritta e la consapevolezza che la dignità dell’essere umano deriva dal valore e dalla dignità che si dà e che lui stesso dà al suo lavoro, uno così, qui, non lo vuole nessuno.

L’ommu alla chiazza, a fimmina a ccasa. Gli uomini hanno sempre atteso il passaggio del caporale in piazza, le donne da casa: il caporale è sempre passato da casa a prenderle. E le ha sempre pagate meno degli uomini. Ma da sempre la raccolta delle olive e la vendemmia sono soprattutto opera loro, delle donne. E prima ancora, raccoglievano il tabacco.

Fimmine fimmine ca sciati allu tabbaccu. Nne sciati ddoi e nne turnati quattru. Donne donne che raccogliete il tabacco, andate in due e ritornate in quattro. Cioè tornate piegate, carponi, sfiancate, squadernate dalla fatica, e dalle violenze. Che chi interpreta quel “quattro” un riferimento alle violenze sessuali, subite dai caporali.

Tutto vero, tutto accaduto.

E’ delle tabacchine salentine la prima rivendicazione dei diritti di lavoratrici, che vennero loro riconosciuti con delle moderne concessioni sebbene date informalmente, come le stanze destinate all’allattamento, durante l’orario di lavoro.

Ma la società liquida ha reso rarefatta anche la coscienza di classe e s’è diluita la percezione della differenza tra le normali dinamiche dei rapporti di forza tra lavoratori e datori di lavoro e schiavitù, sfruttamento, eliminazione della dignità del lavoro. Così com’è s’è assottigliato il confine tra lecito e illecito, tra potere politico e potere mafioso, tra “fattori” e caporali, tra aziende e “famiglie” mafiose, tra lavoro e schiavitù.

Qui, dove il potere, non solo mafioso, toglie la dignità al lavoro, i nuovi schiavi sono professionisti sottopagati, laureati, giornalisti iscritti all’albo, precari col voucher, operai dai polmoni intossicati e i figli col tumore. Qui, esiste anche il caporalato industriale, ancora inesplorato, ancora non inquadrato come reato, ancora considerato “intermediazione”, e i nuovi schiavi sono i piccoli imprenditori faconisti monocliente.

Prendere o lasciare: nessun potere contrattuale con la mafia. Così Paola Clemente s’è fatta in quattro per la famiglia ed è morta. Perché la mafia ti toglie tutto, e qui la vita è un prezzo come un altro, da pagare per mangiare.

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Info sull'autore

Marilù Mastrogiovanni

Faccio la giornalista d'inchiesta investigativa e spero di non smettere mai. O di smettere in tempo http://www.marilumastrogiovanni.it/chi-sono-2/

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