Petruzzelli: ‘Pagliacci’, clownterapia per criminali

Debutto nel melodramma di Marco Bellocchio. Drammaticità trattenuta ma impagabile prestazione del Coro

di Fernando Greco (foto di Carlo Cofano) La celebre opera “Pagliacci” di Leoncavallo in scena al Petruzzelli ha segnato il debutto nel melodramma da parte di Marco Bellocchio, pluripremiato regista cinematografico, festeggiato in questi giorni a Bari con una retrospettiva organizzata dalla Mediateca regionale.

Pagliacci
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// Realtà e artificio Rispetto alla “Cavalleria rusticana” di Mascagni con la quale condivide il primato nell’ambito della produzione verista, l’opera “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo (1857 – 1919) presenta caratteristiche peculiari che la rendono unica nel suo genere. Si pensi in particolare al Prologo cantato dal baritono, il cui testo formalizza in maniera programmatica gli obiettivi dell’estetica verista, individuati nell’aderenza della finzione scenica alla realtà più triviale, oppure al singolare utilizzo del metateatro inteso non tanto come presenza tout-court di un’ambientazione teatrale all’interno della vicenda, ma soprattutto come il pirandelliano e distonizzante intersecarsi tra personaggi e interpreti, realtà e artificio. Da questo punto di vista, la visione di Bellocchio mescola ancor di più le carte, rendendo più labili i confini tra oggettività e simulazione, sebbene l’insolito allestimento barese lasci decisamente perplessi.

Pagliacci
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// Nel tunnel della detenzione Il famoso regista, già avvezzo nei suoi film a guardare con occhio critico ambienti socialmente problematici come collegi (“Nel nome del padre”), manicomi (“Matti da slegare”) e caserme (“Marcia trionfale”), ambienta l’opera in un carcere o meglio, in un manicomio criminale, complice lo spiccato naturalismo di scene e costumi, realizzati rispettivamente da Giovanni Carluccio e Daria Calvelli. Di fatto tutti i protagonisti sono dei detenuti in tuta d’ordinanza che approfittano dell’ora d’aria per allestire uno spettacolino improvvisato con quanto hanno a disposizione: due letti a castello legati insieme diventano il carrozzone dei pagliacci nel primo atto, mentre nel secondo due tavoli e una tenda inscenano il fatale teatrino. Sulla parete centrale compaiono di tanto in tanto le riprese di quattro videocamere a circuito chiuso che sorvegliano le celle dei quattro protagonisti. Chissà perché il personale di vigilanza, così solerte nel mantenere separati gli uomini dalle donne durante le scene d’insieme, si dilegui durante il duetto tra Nedda e Silvio, che vivono così il loro colpevole amore come un segreto di Pulcinella, nel cortile su cui si affacciano le finestre di tutte le celle: a Canio sarebbe bastato affacciarsi da una cella qualsiasi per scoprire il tradimento. Con tutta la buona volontà di vedere la coerenza laddove non c’è, compresa l’assenza del somarello da strigliare e dell’osteria sulla crocevia (… ma non dimentichiamo di avere a che fare con dei pazzi), la goccia che fa traboccare il vaso è l’insulso finale dell’opera: la frase “La commedia è finita!” diviene una sorta di imperativo che impone a tutti di rientrare nelle celle, compresi i due cadaveri appena accoltellati che si rialzano in piedi come se niente fosse, facendo capire allo spettatore che si trattava di una finzione scenica prevista nello spettacolo dei clowns. Si comprende pertanto come mai le guardie del carcere non siano intervenute durante il duplice omicidio. Ma allora era una finzione scenica anche la tresca tra Nedda e Silvio? E il loro progetto di evasione? Solo un gioco tra folli? Certo è che un siffatto finale tolga senso e drammaticità a tutta l’opera, in cui la frase “La commedia è finita!” si perde in un fuoco di paglia anziché rappresentare l’acme del climax drammatico, come una miccia che si spegne senza provocare l’attesa esplosione.

Pagliacci
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// Il versante musicale Premesso che un siffatto allestimento distolga non poco dagli aspetti più squisitamente musicali, va notato come la drammaticità latiti anche nella troppo pulita esecuzione da parte dell’Orchestra del Petruzzelli diretta da Paolo Carignani, in perfetto accordo con la linea registica. Discreto il cast dei solisti, su cui svetta la potenza e lo svettante squillo vocale del tenore Stuart Neill, credibilissimo nel ruolo di Canio nonostante l’impaccio di un fisico abbondante. Il baritono Alberto Gazale approccia il ruolo di Tonio con leggerezza di timbro insolita rispetto ai riferimenti storici, ma con formidabile arte scenica, come del resto il soprano Maria Katzarava nei panni di Nedda, forte di una formidabile vis scenica e di una voce di bel colore, forse un po’ troppo leggera nei momenti più scopertamente drammatici. Ammaliante la serenata di Arlecchino, interpretata con perizia belcantistica e lodevole presenza scenica dal tenore Francesco Marsiglia. Molto convincente sotto l’aspetto vocale e scenico il baritono Dario Solari nel ruolo di Silvio. Puntuali e precisi i due Contadini interpretati dal tenore Raffaele Pastore e dal baritono Carlo Provenzano. L’impagabile Coro del Petruzzelli, istruito da Franco Sebastiani, ha dato un’ennesima prova di perizia vocale e di notevole motivazione scenica, arricchito per l’occasione dall’inappuntabile Coro di voci bianche “All’Ottava” diretto da Emanuela Aymone.

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