Bonifiche terreni contaminati: arriva il condono tombale

 

// DOSSIER// Da Casarano a Ugento, per arrivare all’Ilva e ai 39 SIN (siti d’interesse nazionale, perché inquinati): il governo Letta infila nel decreto “destinazione Italia” un codicillo che ‘libera tutti’. E aiuta ecomafie e industriali disonesti

di Gabriele Caforio In Italia chi inquina non paga più. A livello nazionale, c’è chi sta gridando alla beffa e all’imbroglio. A livello locale, in Puglia e nel Salento, nessuno se n’è accorto. Finora. Perché nel recente decreto “Destinazione Italia” (n° 145/2013), in discussione al Parlamento in questi giorni sembra esserci una sorta di “sanatoria” per le bonifiche. E visto che si inizia anche a parlare di bonifiche dei terreni inquinati dalle parti di Casarano e dintorni (dopo le dichiarazioni del pentito Carmine Schiavone) e Ugento, dove i terreni sono contaminati da Pcb e l’acqua da metalli pesanti, abbiamo cercato di capirne di più. Il rischio concreto è che quei terreni contaminati rimangano così come sono, con buona pace della salute pubblica, dei morti di tumore che aumentano, degli appelli lanciati da cittadini e comitati. E le mafie e i loro fiancheggiatori, gli imprenditori e i colletti bianchi che ruotano attorno al business dei rifiuti, ringraziano. L’allarme, partito dalla rivista “Altreconomia” secondo cui il testo del decreto farebbe venire meno il principio del “chi inquina paga”, è stato ripreso anche da Legambiente nazionale e dal neonato Coordinamento Nazionale Siti Contaminati (CNSC) che riunisce, a livello nazionale, comitati e associazioni impegnati sul fronte dell’inquinamento. Il Coordinamento parla chiaro: “Nel Decreto Destinazione Italia c’è un articolo (art.4) sulle bonifiche dei siti inquinati che prevede una nuova modalità per la firma di accordi di programma per la reindustrializzazione che somiglia tanto ad una sanatoria per i responsabili della contaminazione”. E ancora, “in base a quanto previsto dal Decreto gli inquinatori che firmano l’accordo di programma col Ministero dell’ambiente e con quello dello Sviluppo economico vengono esentati da ogni altro obbligo di bonifica sul sito oggetto dell’accordo. Il Decreto, infatti, consente di stringere accordi di programma anche con i proprietari dei terreni responsabili dell’inquinamento, se avvenuto entro il 2007, ovvero praticamente tutti i siti inquinati censiti in Italia. Tali accordi potranno anche prevedere la sola messa in sicurezza e non la bonifica e finanziamenti pubblici, in pieno contrasto con il principio “Chi inquina paga”. Una volta sancito l’accordo gli inquinatori non avranno più a da temere qualora la situazione di inquinamento ambientale risulti più grave del previsto, ad esempio con nuove indagini. L’accordo equivarrà ad un vero e proprio condono tombale, pagato dagli stessi cittadini inquinati”. Sul web, intanto, si stanno moltiplicando gli appelli per la revisione di Decreto che secondo lo stesso preambolo dovrebbe puntare al rilancio delle imprese. L’ambientalismo, però, sostiene che con questo Decreto “chi ha inquinato viene pagato”, ci piace pensare che sia solo allarmismo, ma qualcuno diceva che a pensare male…

I SIN, e le mancate bonifiche Sono almeno 1000 i chilometri quadrati più inquinati del nostro paese. Ovvero quelli che rientrano nei 39 SIN (Siti d’Interesse Nazionale) sparsi per l’Italia che delimitano le aree altamente inquinate bisognose di una bonifica urgente. In realtà i chilometri sono ancora di più se si considera che fino allo scorso anno i SIN erano 57, poi 18 di questi sono stati “declassati” a siti regionali. Qui tutti i SIN d’Italia Tuttavia se il problema è così rilevante, le bonifiche effettuate non lo sono ancora sufficientemente. Anzi, in molti casi sembrano una chimera. È questo l’allarme che Legambiente ha lanciato lo scorso 28 gennaio pubblicando il dossier “Bonifiche dei siti inquinati: chimera o realtà?”. Il quadro disegnato, a parte pochissimi casi eccezionali di “cose fatte per bene”, mette in luce solo tanti ritardi, analisi e caratterizzazioni iniziali troppo lunghe o inefficaci, bonifiche costosissime che vanno a rilento o si rivelano “finte bonifiche”, infiltrazioni delle ecomafie che ti spostano il rifiuto da una parte all’altra del paese e, soprattutto, pericoli costanti per la salute dei cittadini. I dati del Ministero dell’Ambiente aggiornati a marzo 2013 forniti a Legambiente parlano chiaro. Mancano all’appello ancora tanti piani di caratterizzazione (ovvero le analisi preliminari ai cantieri di bonifica vera e propria che stabiliscono tipo e quantità d’inquinamento), solo 11 SIN su 39 hanno raggiunto il 100% della caratterizzazione (tra questi anche Manfredonia e la ex Fibronit di Bari). I progetti di bonifica veri e propri presentati e approvati sono anch’essi in forte ritardo, solo 3 SIN su 39 hanno raggiunto per ora il 100% dei progetti approvati. La situazione non è migliore neppure sul fronte dei siti di interesse regionale e locale che fanno capo agli enti locali. I dati dell’Ispra raccontano di 6.027 siti potenzialmente inquinati, i siti bonificati invece sono 3.088 ma la sola Lombardia ne ha bonificati 1300 e in Puglia, i siti locali bonificati, sono solo 4 su 198. In periodo di crisi, fa riflettere il fatto che il risanamento ambientale in Italia sia un’opera pubblica con un giro d’affari che si aggirerebbe attorno ai 30 miliardi di euro, ma dal 2001 al 2013 gli investimenti messi in campo tra pubblico e privato raggiungono i 3,6 miliardi di euro. Il problema del reperimento dei soldi, sottolinea Legambiente, è davvero rilevante ma lo Stato qualche strumento a disposizione ce l’avrebbe, nonostante i limiti normativi italiani in materia, si tratta del risarcimento del danno ambientale che recepisce il principio internazionale del “chi inquina paga”, ma c’è da capire, e lo si farà più avanti in questo articolo, se questo principio realmente sopravviverà in Italia…

Un Ministero che arranca I ritardi del Pubblico dinanzi alle bonifiche, si legge nel dossier, partono proprio dal ruolo di coordinamento del Ministero dell’ambiente. Ruolo iniziato nel 1998 quando è uscita la legge che ha istituito i primi 15 SIN da bonificare; da allora la partita è diventata sempre più complessa e articolata e l’inadeguatezza del Ministero è venuta fuori. A marzo del 2013, raccontano i dati ministeriali, si erano tenute 1507 conferenze dei servizi ed erano stati valutati 22.880 documenti, programmi di caratterizzazione giganteschi e bonifiche quasi inesistenti. A questo si aggiunge lo stato di precarizzazione del personale ministeriale che ovviamente rallenta ogni processo. Dal 2002, per far fronte a tutto ciò, è stata creata la Sogesid, una S.p.a. pubblica che fa assistenza tecnica al Ministero dell’Ambiente ma il cui ruolo, sottolinea Legambiente, risulta molto controverso. Negli ultimi anni, le interrogazioni parlamentari circa le procedure di affidamento, le consulenze, le assunzioni del personale, i controlli del Ministero e le sovrapposizioni con altri enti sono tantissime. Anche la commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti della scorsa legislatura ha puntato l’attenzione sulla Sogesid. È del 22 gennaio scorso la notizia (LEGGI QUI) di alcuni arresti eccellenti per la bonifica di Pioltello (MI) tra cui compaiono i nomi di dirigenti della Sogesid.

Chi ci guadagna? Per dirla spicciola, nel ritardare una bonifica e nel dilatare i tempi ci guadagna sicuramente chi la deve pagare. Emblematico, ricorda Legambiente, il caso Ilva. Dove la famiglia Riva per anni a colpi di ricorsi rispediva al mittente le ordinanze che la obbligavano a risanare gli impianti e “solo dopo il commissariamento aziendale da parte del governo nel 2013 si è attivato un percorso di ammodernamento degli impianti, anche se è ancora molto lento”. Così molte aziende inquinanti hanno fatto propria la classica “melina” calcistica che, dinanzi agli obblighi di bonifica, in qualche caso è stata anche una prassi pubblica, come è il caso di Crotone, dove il commissariamento è stato inutile e dannoso. A guadagnarci poi ci sono anche le ecomafie. “Il fenomeno di illegalità – scrive Legambiente – nel settore delle bonifiche non riguarda solo le regioni del sud Italia. Il coinvolgimento del centro-nord come luogo di smaltimento illegale dei rifiuti speciali e pericolosi emerge da molti anni nello scacchiere dei traffici illeciti e nelle indagini giudiziarie”, a conferma le cronache giudiziarie “che fanno emergere sempre una pericolosa commistione tra pubblico e privato, tra controllori e controllati”. Legambiente ricorda anche qualche esempio, come le indagini sulla bonifica del SIN di Bagnoli che hanno recentemente portato a sequestri e indagati, oppure la finta bonifica di Santa Giulia a Milano, dove è stato realizzato un quartiere sopra un vecchio sito ancora inquinato, o le indagini sulla bonifica de La Maddalena in previsione del G8: i fondali dell’isola, secondo la Commissione parlamentare d’inchiesta, risultano ancora inquinati. Dal 2002 ad oggi, evidenzia il rapporto, ci sono state 19 indagini, concluse da 17 Procure della Repubblica di tutta Italia, su smaltimenti illegali di rifiuti provenienti da bonifiche, 150 ordinanze di custodia cautelare, 550 persone denunciate e 105 aziende coinvolte.

Chi ci perde? Al di là del danno economico, ci perdiamo tutti. Ci perde il territorio, in ambiente e futuro, e ci perdiamo tutti noi in salute. In troppi poi la salute l’hanno già persa e lo Stato forse non si interroga se gli costa di più una bonifica, ben fatta e in pochi anni, che tanti malati in tanti anni sulle spalle del Sistema sanitario. Leggi anche: I SIN pugliesi, troppi ritardi e poche bonifiche Articoli correlati: Rifiuti tossici, Nicastro si dice tranquillo Minenna, subito una commissione sui rifiuti Vignola, da Schiavone indicazioni generiche Scalia, Schiavone non è la fonte della verità Rifiuti tossici interrati in Salento da Camorra e Scu

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.

Info sull'autore

Gabriele Caforio

Laureato in Scienze Politiche - Politiche pubbliche. Collabora con PeaceLink e IlCorsaro.info. Quando è serio si interessa soprattutto di sviluppo sostenibile, ambiente e sociale altrimenti è sempre in bici!

Articoli correlati