Livio Romano: ‘Turismo sì, ma la natura va difesa’

//L’INTERVISTA. Livio Romano nel reportage “Porto di mare” fotografa l’impegno dei cittadini contro i tentativi di cementificazione di Porto Selvaggio.

di Gabriele Caforio //L'INTERVISTA. Opportunità per il territorio o cementificazioni eccessive? Il progetto di nuove strutture ricettive che si delinea per la Sarparea e per la marina di Nardò rimette al centro questa discussione. In un periodo di crisi economica e lavorativa, in un luogo che alle cronache è già noto per vicende simili e per epiloghi tragici come l’assassinio di Renata Fonte, ci interroghiamo sui pro e sui contro di nuovi progetti. Ne parliamo con Livio Romano, scrittore salentino originario di Nardò, che nei primi anni del 2000 prese parte alle mobilitazioni in difesa della costa di Porto Selvaggio da un progetto di porto turistico in località Serra Cicora e pubblicò poi il libro Porto di Mare. Un racconto che racchiude la battaglia civile di quei giorni, le riunioni, le attività cittadine, la nascita di un comitato, le sensazioni e le speranze di uno scrittore che vive in prima persona quello che scrive. Nel 2002, il suo libro “Porto di Mare” raccontava le vicende che ruotarono attorno all’ipotesi di costruzione di un porto turistico a Serra Cicora (Nardò). Dalle mobilitazioni cittadine fino al racconto di quelle giornate. Oggi a destare preoccupazione è il progetto di costruzione di insediamenti turistici nell'uliveto monumentale della Sarparea e quello di un porto turistico da oltre 600 posti barca nella marina di Nardò. Cosa ne pensi di questo nuovo progetto? “Vorrei sottolineare una cosa. Il mio Porto di mare fu un reportage narrativo commissionatomi dall’editore Sironi di Milano che in quell’epoca aveva lanciato questa collana, “Indicativo presente”, la quale si proponeva di raccontare l’Italia in quel momento storico affidandosi alle penne di autori che vivono il territorio, che hanno scelto di non trasferirsi nelle due capitali italiane della cultura. Mio malgrado, la promozione di quel libro fece di me una specie di paladino dell’ambiente, di scrittore engagé. Venivo invitato a parlare in festival di Legambiente e contesti simili laddove quel che avevo in realtà scritto, il focus su cui si era appuntata la mia attenzione non era tanto la battaglia civile di per sé, bensì le dinamiche umane all’interno di un gruppo eterogeneo che si impegna per perseguire un risultato. Detto questo, è vero anche che ho militato nei Verdi e in associazioni ambientaliste, e che ho una laurea in giurisprudenza: evenienza che talvolta mi consente di dichiarare opinioni non del tutto peregrine. Un porto turistico non è una maledizione del cielo, tutt’altro. Gli italiani vivono sulle coste, amano il mare, non vedo perché non incrementare anche il turismo da diporto. Io so a di questo nuovo progetto. Occorre valutare caso per caso. Evitare le opere faraoniche che devastano il paesaggio, incentivare piccole strutture a basso impatto ambientale. Per esempio, dalle mie parti, proseguendo verso nord rispetto a Serra Cicora, c’è una zona di bruttissimi insediamenti abusivi che da un porto turistico e una bonifica di tipo estetico dell’architettura e la costruzione di infrastrutture di ausilio ai diportisti non potrebbe che trarre beneficio”. Parliamo del tratto di costa che va da Sant’Isidoro a Porto Selvaggio. Tratti che si conservano incontaminati grazie ai parchi regionali e alle riserve marine. Pensa sia sufficiente il lavoro fatto finora per tutelare queste aree o crede sia necessario ancora qualcos'altro? “L’attenzione non deve scemare mai. Negli anni Settanta si lottò contro la cementificazione di quell’area e tuttora nelle mia città si conserva una fortissima propensione a difendere Porto Selvaggio da qualsiasi tentativo di oltraggio. Poi dipende dalla buona volontà dei vari amministratori. La gestione del Parco è stata affidata al Comune e, per esempio, l’ex assessore Mino Natalizio ha fatto, con pochi mezzi, grandi cose, assolutamente meritorie, direi esattamente quelle che nel mio libro denunciavo non fossero mai state realizzate. La Puglia è uno scrigno di ricchezze artistiche e naturali. Chi viene fin quaggiù cerca esattamente questo. Non possiamo stravolgere la magia di questa terra trasformando pezzi di costa in pezzi di Hawaii”. Insediamenti turistici, porti, residence, la tendenza di sviluppo degli ultimi anni sembrerebbe questa. Strutture che richiamano, come sottolinei nel libro, un turista e un turismo alla “Rimini o Ibiza” per un territorio, il Salento, che definisce in “stato di massima emergenza ambientale”. Basta leggere le cronache o i report sulla salute dei cittadini e ci si accorge che hai ragione. Quale sarebbe allora secondo lei il “turismo migliore” per questa terra? “Già, lo scrivevo undici anni fa e oggigiorno scopro che non era affatto un’iperbole. I fumi dell’Ilva, quelli di Cerano, dell’Eni, e i rifiuti sotterrati, e le falde inquinate: c’è da rabbrividire, soprattutto se si leggono i report sulla qualità dell’aria. Onestamente tendo a non credere che l’aumento dei tumori sia correlabile con queste emergenze ambientali, ma non sono un epidemiologo, esprimo una sensazione tutta mia. D’altro canto, crescendo, non credo più neppure alla favola degli alberghi diffusi e delle micro strutture ricettive, del restauro di quel che c’è già e della zero nuova edilizia. Occorre fare dei distinguo. Ci siamo riempiti di B&B che sono hotel a tutti gli effetti senza il rischio d’impresa e senza partita iva. Hanno messo in ginocchio il settore alberghiero. Io non condanno a priori villaggi turistici né residence né hotel se son costruiti secondo ogni crisma ambientale, se danno lavoro e attirano turisti offrendo alti standard di qualità. Io vedo “progetti”, anche finanziati dall’UE che danno qualche soldo ai ragazzi e poi muoiono nel a. Vedo fare cose anche estremamente interessanti e avanzate, ma i nostri giovani non possono vivere di progettini e lavoretti avventizi. L’industria del turismo è una cosa molto seria e può rappresentare la nostra miniera d’oro, il modo per fermare l’emigrazione di ormai praticamente tutti i giovani laureati”. Il suo libro è anche una testimonianza storica. Utile sia a chi in quegli anni c'era e soprattutto a chi non c'era. Quando agli inizi del nuovo secolo si diffuse la notizia della costruzione di un porto a Serra Cicora la popolazione si mobilitò. Pensa che quell'esperienza abbia creato gli anticorpi ambientali giusti nei cittadini di oggi o pensa che la difesa del territorio rimanga l'attività di pochi? È cambiato qualcosa da quegli anni? “Oh, ma non fu una mobilitazione di popolo! C’era chi ci dava addosso. La maggior parte della gente era a favore del porto. Ci beccavamo del disfattista dalla gran parte dei concittadini. Lo stesso avvenne con la lotta per salvare Porto Selvaggio. Da che mondo è mondo son sempre delle élites a fare le battaglie. Però devo dire che sento una specie di ambientalismo ormai acquisito anche da chi avrebbe voluto le grandi opere distruttive. Sento che l’opinione pubblica è sempre più sensibile e pronta a indignarsi appena sente puzza di speculazioni ai danni del paesaggio e della natura. Per dirne una, la scorsa estate si creò un polverone perfino per un concerto acustico organizzato nella baia del Parco. Questo significa che alla lunga i movimenti ecologisti fanno anche un’attività definibile pedagogica. Insegnano che se oggi hai davanti una cosa bellissima così come la natura ha creato, basta pochissimo, basta una scelta sbagliata da parte di un’amministrazione e la guasti per sempre”.

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Info sull'autore

Gabriele Caforio

Laureato in Scienze Politiche - Politiche pubbliche. Collabora con PeaceLink e IlCorsaro.info. Quando è serio si interessa soprattutto di sviluppo sostenibile, ambiente e sociale altrimenti è sempre in bici!

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