Porto Selvaggio. 30 anni dopo Renata

 //INCHIESTA. Nel 1984, 30 anni fa, fu uccisa Renata Fonte. Da Sant’Isidoro a Porto Selvaggio: Pezzi di storia di un tratto di costa

di Gabriele Caforio

//L’INCHIESTA Poche decine di chilometri che racchiudono uno dei tratti più affascinanti e suggestivi della costa jonica del Salento. Un tratto dove la natura si è conservata quasi intatta nella sua bellezza e nelle sue ricchezze paesaggistiche. E ciò non è un caso. Perché per tutelare negli anni questi tratti di costa dai sempre più frequenti abusi del territorio e dalle colate di cemento selvaggio ci son voluti i parchi regionali, le riserve marine protette e anche il sacrificio di qualche nostro conterraneo che sognava e difendeva, con lo sguardo volto al futuro, le potenzialità che la natura del nostro mare offre. È una storia che si allunga, quella di questo tratto di costa, ma che ciclicamente sembra tornare a ripetersi. Si ripetono le preoccupazioni di qualche cittadino che quasi casualmente scopre i progetti di sempre nuovi insediamenti turistici, oppure si ripetono le voci di porti turistici “necessari” al turismo locale. Qualche mese fa, infatti, abbiamo raccolto l’allarme lanciato da Legambiente sull’ipotesi di costruzione di un nuovo porto turistico nelle marine di Nardò. Oppure, sul web, è facile imbattersi negli allarmi lanciati da gruppi di cittadini sui progetti di costruzione di nuovi insediamenti turistici previsti nell’oliveto monumentale della Sarparea. Ma perché c’è chi si preoccupa? Forse una risposta è negli ultimi decenni di storia di questo tratto di costa.

//Renata, la sua vita per la sua terra    Le notti buie salentine, purtroppo, sono state tante. Una di queste è quella del 31 marzo del 1984. Quella sera tre colpi di pistola uccisero la giovane Renata Fonte, allora assessora alla cultura e alla pubblica istruzione del Comune di Nardò eletta nelle fila del Partito Repubblicano, aveva appena 33 anni. Fu uccisa da due sicari mentre tornava a casa da un consiglio comunale, probabilmente uno dei tanti consigli comunali in cui Renata aveva strenuamente difeso la sua terra dalle cementificazioni selvagge di quegli anni. Fu proprio l’amore per la sua terra, però, a costarle la vita. Il processo, infatti, indicò, senza poterlo provare, quale mandante dell’omicidio un suo collega di partito, primo dei non eletti dopo Renata che, sottolinea Livio Romano nel suo libro Porto di mare, “aveva a cuore l’affare pentapartitico della cementificazione di Porto Selvaggio” contro cui Renata lottava ormai da tempo. Qualche anno prima della sua elezione, infatti, Renata divenne portavoce del Comitato per la Tutela di Porto Selvaggio poi, una volta eletta, portò la sua battaglia in ogni consiglio comunale. Oggi a Porto Selvaggio c’è un parco regionale, una perla della natura che ogni anno raccoglie turisti da tutto il mondo. La storia di Renata, però, non tutti la conoscono.

//Porto Selvaggio, prezioso e mozzafiato    All’anagrafe si chiama Parco naturale regionale Porto Selvaggio e Palude del Capitano, ricade nel comune di Nardò e si estende per oltre 1100 ettari. Parte dalla Torre dell’Alto situata nella marina di Santa Caterina e arriva fino al confine con Sant’Isidoro, nella Palude del Capitano, un’area paludosa che è sempre parte del parco. La legge regionale che lo ha istituito è la numero 6 del 15 marzo 2006 ma la sua storia, come detto, inizia negli anni di Renata. Nel 1980, infatti, venne istituito il parco attrezzato di Porto Selvaggio – Torre Uluzzo per salvare da idee di cemento un bosco di pini e macchia mediterranea che conserva ancora oggi specie animali e vegetali in via d’estinzione. Un polmone naturale che abbraccia un pezzo di mare cristallino che nel piccolo golfo ai piedi del boschetto è ricco di sorgenti e correnti d’acqua, piccole terme della natura. Nel 2007, il Fondo per l’Ambiente Italiano ha inserito il parco nell’elenco dei “100 luoghi da salvare”.

//Serra Cicora: un porto o un baretto?    Al confine del Parco regionale con l’abitato di Sant’Isidoro c’è un’altra località detta “Serra Cicora” che nel 2000 è finita agli onori delle cronache perché era stato presentato un progetto per la costruzione di un porto turistico. Livio Romano, nel suo reportage Porto di Mare, racconta le vicende di quei giorni e le reazioni di tutta la comunità locale alla scoperta di quella notizia. Una notizia che i cittadini appresero quasi per caso, solo perché due giovani del luogo videro negarsi l’autorizzazione per la costruzione di un piccolo chiosco sul mare e andarono in Comune a chiedere spiegazioni. Dietro il rifiuto al loro baretto c’era un progetto più grande che era arrivato per primo, un porto turistico da 200 imbarcazioni. Serra Cicora si trova da un lato, come detto, al limite del Parco regionale di Porto Selvaggio e dall’altro c’è la riserva marina di Porto Cesareo, come se non bastasse è anche a pochi passi da un Sito di interesse archeologico unico al mondo: nella Grotta del Cavallo infatti sono stati ritrovati i resti primo uomo europeo moderno, datati 45mila anni fa. Si può immaginare quindi perché diversi cittadini levarono gli scudi contro il nuovo porto. Nacque così un variopinto comitato cittadino che instancabilmente informava e raccoglieva firme contro l’opera. Dall’altra parte c’era anche l’azione controinformativa per il SI al porto dell’azienda costruttrice, gli Andrisi – Rizzo, gli stessi gestori del vicino complesso turistico di Porto Inserraglio che avrebbero tratto non pochi benefici dalla nuova struttura. Seguirono circa due anni di assemblee cittadine, conferenze dei servizi e accesi confronti tra i favorevoli e i contrari. Si susseguirono diverse varianti del progetto iniziale, si schierarono contro, oltre a tutte le realtà del comitato, anche il dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Lecce, l’allora Presidente della provincia Lorenzo Ria e Nichi Vendola che militava in Rifondazione Comunista; la vicenda arrivò anche in Parlamento in un’interrogazione parlamentare. Sul finire dell’estate del 2001 arrivò la bella notizia per il fronte del No, il progetto infatti venne ritirato e a Serra Cicora il porto non si è più fatto.

//Il paesaggio e il lavoro    Tuttavia quella vicenda ha riproposto un interrogativo cruciale per il nostro territorio, un interrogativo che ciclicamente ritorna in un Salento ricco di natura e potenzialità ma anche bisognoso di lavoro. Che sia un porto o un complesso turistico, resta difficile la ricerca di un equilibrio tra le esigenze di sviluppo e turismo da un lato e della salvaguardia ambientale dall’altra. Una cosa è certa: se la natura offre ancora delle potenzialità paesaggistiche e ambientali, queste devono essere in ogni caso protette e sviluppate con sapienza ed equilibrio, affinché rappresentino per le future generazioni un presente di cui godere, non un passato da ricordare.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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