Petruzzelli: Falstaff, burlone burlato

Bari. Il teatro Petruzzelli ha allestito il ‘Falstaff’ a chiusura della stagione lirica e dell’anno Verdiano

di Fernando Greco. (foto di Carlo Cofano) Bari. A conclusione della Stagione Lirica 2013 e dell’Anno Verdiano, il teatro Petruzzelli ha allestito un “Falstaff” intrigante sia per l’aspetto musicale sia per quello scenico, complice una pregevole compagnia di canto e l’intelligente regia di Luca Ronconi. TUTTO NEL MONDO E’ BURLA Il “Falstaff” rappresenta il testamento spirituale e artistico di Giuseppe Verdi (1813 – 1901), ultima scintilla di un genio giunto al tramonto dell’esistenza. Come poi l’ottantenne musicista sia riuscito a cogliere in modo così preciso la temperie culturale del suo tempo e farsi addirittura profeta del Novecento, questo rimane un mistero del suo sterminato talento. Dopo una carriera costellata di opere drammatiche di imperituro successo, il grande Peppino chiude la sua parabola artistica ed esistenziale con l’impalpabile leggerezza di un’opera buffa. Un’opera che parte dall’originale shakespeariano per tingersi di un carattere grottesco e caricaturale, fino alla conclusiva morale del disincanto.

“Tutto nel mondo è burla” è l’insegnamento che l’anziano protagonista, come l’anziano Giuseppe Verdi, trae da una vita intera, ma non si tratta di una constatazione amara: al contrario viene esaltata l’autoironia come unica via di salvezza, consapevoli del fatto che, nel momento in cui crediamo di gabbare il prossimo, qualcun altro, persino la stessa morte, sta gabbando noi. “Tutti gabbati” appunto, e perciò tutti di buon animo di fronte all’immutabilità dell’umano destino. A causa di un perfetto congegno teatrale, il “Falstaff” verdiano si inserisce a pieno titolo tra le somme commedie della storia della musica, insieme con “Le nozze di Figaro” di Mozart e il “Rosenkavalier” di Richard Strauss. Di quest’ultima anticipa lo stile, quella colloquialità che, aboliti definitivamente i pezzi chiusi, si piega alle ragioni della drammaturgia, un “recitar cantando” talora interrotto da oasi liriche di rara bellezza, ma mai concluse in sé stesse (come del resto sarebbe accaduto nel tardo Puccini e nella Giovane Scuola) per giungere alla formidabile fuga finale in perfetto stile contrappuntistico. VERSO LA SEMPLICITA’ A Bari il celebre regista Luca Ronconi ha firmato il suo terzo Falstaff, dopo Salisburgo e il Maggio Musicale Fiorentino. Programmaticamente, secondo le parole dello stesso regista, si tratta di “un’evoluzione verso la semplicità”, un luogo in cui, complici le scene di Tiziano Santi, tutto assume valore simbolico se non addirittura surreale, come l’evocazione di una procace Alice in vasca da bagno o dell’oste appeso al soffitto. Bellissimi i costumi di Maurizio Millenotti che richiamano una “fin de siècle” borghese e positivista, con tanto di velocipedi a quattro ruote e uno strano marchingegno metallico (degno dell’Esposizione Universale) su cui salgono gli uomini a mo’ di trattore, compreso l’”operaio” Fenton al servizio di Ford. Falstaff vive in una stanza dalle pareti macchiate di umidità nella quale sono ammucchiate tutte le sue masserizie, non sappiamo se avanzo di una pregressa agiatezza o frutto di continue furfanterie da lui compiute con la complicità dei suoi scagnozzi. Tra le suppellettili predomina un letto su cui il protagonista si addormenta all’inizio dell’ultima scena, come se tutto il festino finale fosse un suo sogno, un parto della sua mente, compresa l’enorme quercia di Herne che incombe capovolta sulla sua testa e i numerosi mimi in forma di insetti, decisamente fascinosi. I PROTAGONISTI Di alto livello il cast vocale. Il baritono Roberto De Candia, forte di un’ampia frequentazione del repertorio rossiniano e donizettiano, ha cesellato un Falstaff al contempo autorevole e misurato, scenicamente irresistibile nella sua vestaglia e nei suoi pantaloni perennemente sbottonati, sicuro su tutta l’estensione vocale senza mai eccessi veristi. Semplicemente perfetto il soprano Serena Farnocchia nei panni della scaltra Alice, motore di tutta la vicenda, impagabile per una vocalità sontuosa che è una gioia per le orecchie e una completa identificazione con il personaggio, ovvero quello di una donna piacente nella sua piena maturità anagrafica. Parimenti deliziosa risulta la coppia dei giovani innamorati, Nannetta e Fenton, interpretata con etereo lirismo e sicura emissione dal soprano Rosa Feola e dal tenore Leonardo Cortellazzi, del tutto credibili nella loro estasi amorosa così ben congegnata dalla partitura: meravigliose le loro rispettive romanze “Sul fil d’un soffio etesio” e “Dal labbro il canto”. Il personaggio di Quickly è stato affrontato dal mezzosoprano Barbara di Castri con sobria cifra caricaturale e voce insolitamente chiara rispetto al retaggio contraltile lasciatoci da storiche interpreti quali Fedora Barbieri, Marilyn Horne e Lucia Valentini, mentre il mezzosoprano Monica Bacelli ha vestito i panni di Meg con sicura autorevolezza scenico-vocale. Timbro baritonale accattivante per il Ford di Artur Rucinski, con qualche problema di dizione.

Il tenore Raul Gimenez, alle prese con il brillante ruolo di Cajus, ha dimostrato di poter ancora galvanizzare il pubblico, dopo una carriera trentennale svoltasi nel segno del Belcanto. Irresistibile la coppia dei due gaglioffi Bardolfo e Pistola interpretati dal tenore Massimiliano Chiarolla e dal basso Domenico Colaianni. In particolare il basso barese ha dimostrato ancora una volta una formidabile disinvoltura e una credibilità senza pari nel repertorio buffo. Sul versante musicale, quell’”evoluzione verso la semplicità” auspicata dal regista ha trovato un degno alter-ego nell’Orchestra del Petruzzelli diretta da Daniele Rustioni, che ha saputo trasmettere un senso di lieve freschezza, trovando il giusto colore cameristico, fino al vorticoso finale affrontato forse con una velocità eccessiva che ha messo in difficoltà il Coro del Petruzzelli, sempre ben istruito da Franco Sebastiani.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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