Trozzella: il culto dell’oppio e l’acqua dell’oblio in Messapia

//LA LUPA CHE TESSE. L’importanza di un semplice oggetto come la trozzelle, la sua storia dai Messapi fino al morso della taranta.

Di Tania Pagliara //LA LUPA CHE TESSE. La trozzella è una tipica anforetta messapica(indigeni della provincia di Lecce, Brindisi e parte della provincia di Taranto) che comparve nel VI sec ac e scomparve nel III sec ac . Ha un corpo ovoidale, un po’ ristretto nella parte inferiore, con asole nastriformi che terminano con quattro rotelle. Il Trendall in un suo articolo del 1971 le definì assimilabili al Nestoris lucano. Infatti anche queste produzioni vascolari degli indigeni della Basilicata presentano asole nastriformi con dischetti. Questo tipo di vasellame è stato ritrovato anche nel barese, di produzione peuceta(indigeni del barese). Ceglie peuceta lo aveva come simbolo su una moneta. Il fatto che i ritrovamenti più numerosi di trozzelle siano avvenuti nel Salento ha fatto presupporre che la trozzella sia una tipicità messapica che influenzò peuceti e lucani, tesi questa non accettata da tutti. Ai fini di questi miei studi non ha importanza la sua origine ma il suo significato. Il nome trozzella le venne dato perché agli occhi degli studiosi salentini le asole sembravano quattro ‘trozze’, termine dialettale per indicare le carrucole dei pozzi. Da qui nacque la fantascientifica ipotesi che i messapi costruivano recipienti dell’acqua con carrucole incorporate. La trozzella Messapica – Brindisi

Un sistema scomodissimo per attingere l’acqua. Immaginate di infilare delle corde in quattro piccole carrucole messe in obliquo su di un’anfora, per poterle bilanciare è necessario mettere un’asse all’estremità di queste, è quasi impossibile farle scorrere. Inoltre la corda dovrebbe essere sottile e rischierebbe di spezzarsi. I messapi erano un popolo pratico, non è possibile che avessero concepito questo sistema. Oltretutto i nostri contadini, che bene o male sono rimasti coerenti con la cultura degli antichi, usavano un sistema praticissimo per attingere l’acqua dai pozzi, usavano uno strumento di ferro, denominato ‘ampauddrhi’, a forma di ancora, con numerose punte dove infilavano più contenitori e lo immergevano nel pozzo con la classica carrucola. Stele

In oltre mezzo secolo di scavi mai nessuno ha trovato un’anfora con le carrucole incorporate. Possiamo concludere affermando che esse non sono mai esistite e che i dischetti su questo tipo di vasellame non sono affatto delle carrucole. Le trozzelle avevano uno scopo solo funerario, destinate al corredo funebre di donne di un certo rango o sacerdotesse. Il fatto che i peuceti le abbiano associate nelle monete ad Atena, fa intuire che esse avevano una simbologia sacra, qualcosa a che fare con la medicina della quale Atena era anche patrona, è da escludere la guerra e la saggezza per il fatto che erano destinate solo alle donne. La produzione più antica di trozzelle era a figure geometriche, per cui il nastro ed i dischetti dei manici dovevano essere una stilizzazione di qualcosa di ben preciso per caratterizzare la funzione sacra dell’anfora. I nastri fanno pensare ad una raccolta, ad un fascio di qualcosa, erbe mediche o piante, ciò è confermato dal fatto che la seconda produzione aveva disegni vegetali, soprattutto edere che si avvolgevano lungo i nastri. Poi iniziarono a comparire scene acquatiche, oche, rane, tutti simboli della dea Japigia della palude alla quale, sappiamo, era associato il culto dell’oppio. Trozzella Messapica

Guardando le trozzelle frontalmente, notiamo che i manici formano due gambi messi in obliquo con questi pon pon finali, uno all’insù, l’altro all’ingiù. Per poter capire questa stilizzazione dobbiamo confrontarci con la grafia dei popoli vicini, visto la risonanza che ebbe la trozzella in Puglia e Basilicata e tenendo conto che prima dell’invasione di genti ‘pelasgiche’ eravamo un’unica etnia. La stessa grafia degli steli con pon pon, messi alcuni a testa all’ingiù, la troviamo nelle stele dauniche proprio nello stesso periodo della comparsa della trozzella, VI sec ac. Le scene parlano del culto dell’oppio intorno alla dea delle acque, gli steli con i pon pon rappresentano la raccolta e l’essiccazione delle capsule di oppio. Inoltre dal confronto degli studi fatti sulla stilizzazione della capsula di oppio nell’archeologia notiamo che tutti i simboli disegnati sui dischetti della trozzella rientrano nella stilizzazione della capsula dell’oppio vista dall’alto. Non è assolutamente mia intenzione voler dare un significato universale specifico a dei simboli archetipi, riscontrabili spesso in natura, ma questi possono essere confusi con stilizzazioni di oggetti ben precisi, bisogna saper distinguere segni e simbolo, spesso decorativi, da grafie stilizzate di oggetti, basta saperli contestualizzare in modo giusto nell’epoca e nella eventuale ritualizzazione che rappresentano. Anche la forma ovoidale della trozzella sembra stilizzare la capsula d’oppio, il problema è che nell’antichità quando un contenitore richiama la forma di una particolare pianta era destinato a conservare solo quella determinata pianta o la sua essenza, mentre le trozzelle erano destinate a contenere acqua per il fatto che l’anfora sua discendente, ancora oggi prodotta in plastica per i contadini, che bene o male mantiene quella forma, è destinata alla raccolta d’acqua e viene ancora oggi chiamata menzana o minzana, come il dio messapico romano dell’acqua e della pioggia. Moneta peuceta

L’unica spiegazione è che simboleggiasse quell’acqua che greci e romani chiamavano ‘Lete’, l’acqua dell’obblio, l’acqua del fiume che conduceva all’aldilà che nel culto di Asclepio era anche l’acqua della guarigione. Il fenomeno del tarantismo che ha caratterizzato proprio la Puglia e la Basilicata è stato da molti associato ai riti di incubazione dei sogni di Asclepio. I riti di incubazione dei sogni sono antichi come l’uomo. La prima testimonianza scritta la troviamo nell’epopea sumera di Gilmanesch, infatti in alcuni disegni sumeri compare questo eroe con il suo compagno di avventura con tre papaveri in mano. Sembra proprio l’oppio essere la sostanza usata in questi riti, probabilmente miscelata con altre sostanze per ottenere visioni o uscite fuori dal corpo. Particolare della stele

Guardando la trozzella come l’oggetto sacro per raccogliere l’acqua di ‘lete’, o meglio, trovandoci in Salento dovremmo chiamarla ‘l’acqua di Tarana’ ed associandola alla guarigione ed ai culti di incubazione dei sogni, ci spieghiamo le scene di epopea che compaiono nell’ultima produzione di trozzelle, quelle ellenizzate. Le trozzelle con i dischetti scompaiono nel III sec ac, proprio quando i Messapi, Peuceti e Dauni vennero assoggettati dai greci. Questo perché cambiò il rito di incubazione dei sogni, del quale ve ne parlerò dettagliatamente in un altro momento. Questi si spostarono verso la figura di Asclepio e la dea della palude si trasformò nel dio Menzana pluvium. Mi piacerebbe poter ribattezzare le trozzelle in le ‘anfore dell’oblio’. BIBLIOGRAFIA TRENDALL-LA TROZZELLA ED I COSTUMI DELLE GENTI NON GRECHE 1971 -XXIV ARCHEOLOGIA- FLAMMING JOHANSEN -I PIU’ RECENTI STUDI SULLA CERAMICA MESSAPICA-LIDIA FORTI -GIORGIO SAMORINI-IL CULTO DELL’OPPIO FRA I DAUNI DELLA PUGLIA -G. SAMORINI-ARCHEOLOGIA DELL’OPPIO -G.SAMORINI-IL PROBLEMA DELLA DISTINZIONE FRA MELOGRANO E PAPAVERO NELL’ICOGRAFIA ANTICA -LAURA LEONE-LA PIANTA SACRA AI DAUNI

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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