Mannaggia santa pupa non è un’imprecazione

//L'INTERVISTA. ‘Mannaggia santa pupa’ è il titolo del primo libro di Danilo Siciliano, appassionato di calcio, giornalista e (per sua definizione) giornalaio

Di Carla Falcone //L'INTERVISTA. “Mannaggia santa pupa” è una gioviale imprecazione. Ovvero si usa quando non si vuole scomodare qualcuno d’importante, quasi un’intercalare tutto salentino calato nel quotidiano. Danilo Siciliano, giornalista ed autore, lo ha fatto diventare il titolo del suo primo libro agile e simpatico, dove raccoglie i suoi ricordi. Perché “mannaggia santa pupa”? Mannaggia Santa Pupa è un’esclamazione, ingenua e simpatica. Uno sfogo utile quando prendi coscienza di non aver imparato la chitarra (pur avendo in casa un padre chitarrista), quando ti svegli al mattino con i capelli attorcigliati dallo scirocco, quando nelle campagne salentine “incontri” un panorama fatto di terra rossa, ulivi, muretti a secco e… materassi e frigoriferi abbandonati. Non è una bestemmia, Santa Pupa non è mai esistita, lo dico anche perché qualcuno mi ha già accusato di aver usato una bestemmia per il titolo del libro. Come mai hai deciso di condividere in un libro dei momenti privati? In verità, non avevo deciso di condividerli. Molte delle cose di questo libro sono state “raccontate” a fini esclusivamente personali, come uno sfogo, dal momento che mi piace moltissimo scrivere. E le ho scritte qualche anno fa, semplicemente per tenerle in un cassetto e quindi spesso sono molto intime. Poi dal cassetto ne ho fatto uscire un pezzettino, l’ho fatto leggere a Gabriella Della Monaca, mia cara amica, e da lei è finito (a mia insaputa… ebbene sì!) a Cosimo Lupo, l’editore. Insieme mi hanno spiegato che questi scarabocchi di ricordi potevano diventare un libro. A quel punto ero fregato. Da dove è nata l'idea? Erano storie che ti giravano in testa? Sono ricordi, istantanee della memoria, immagini. Invece di farli finire lentamente nel dimenticatoio, li ho scritti. Sono cose che io ho vissuto o visto e penso possano essere condivise, che possano suscitare sensazioni simili alle mie, soprattutto in chi oggi ha più o meno la mia età. Erano i mitici anni '80, cosa ricordi con più piacere? I ricordi legati al calcio sono i più piacevoli. Oggi sono una persona che non sa stare senza calcio, letto, visto o giocato, e forse dipende proprio da quel periodo di “formazione”. Mio padre mi portava a vedere le partite della squadra della mia città, Nardò, e io lentamente mi innamoravo. Ho avuto persino la fortuna di lavorare come giornalista sportivo, in particolare come telecronista di calcio. Il massimo! I tuoi sogni si sono realizzati rispetto a quegli anni? A giudicare da quello che emerge dal libro, no. Non sono diventato né Van Basten, né un grande chitarrista. Naturalmente, scherzo. Ne ho realizzati tanti altri e altri ancora aspettano. Cosa ti manca di quel periodo? La spensieratezza. Uscire da casa e giocare a pallone in strada, per esempio. Ma la spensieratezza è propria di quel particolare pezzo di vita, dopo diventa tutto più complicato. Per tutti. Quello che non mi manca è la mia straordinaria timidezza infantile, solo in parte sconfitta. Cosa ti porteresti negli anni 2.0? Personalmente, tutto quello che ho vissuto. Anche le cose meno piacevoli, perché insegnano parecchio. Tanto ormai sono passate. In generale, non saprei. L’Italia degli anni Ottanta non era migliore di quella attuale.

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